Michele Zanzucchi
Brasilia, una capitale nuova di zecca, costruita in un battibaleno, tra il settembre 1956 e l’aprile 1961. Cinque anni ci sono voluti per realizzare una città avveniristica, voluta dal presidente Juscelino Kubitschek per dare una capitale proiettata verso il futuro a un paese, come il Brasile, estremamente carico di energie vitali. Tantopiù che, da oltre due secoli, il massimo sogno degli idealisti brasiliani era quello di occupare con una città-modello lo spazio vuoto al centro della loro sconfinata terra.Oscar Niemeyer, allievo di Le Corbusier, assieme all’urbanista Lucio Costa ha disegnato la città e ha costruito gran parte degli edifici pubblici. Il tracciato urbanistico possiede una pianta a forma di uccello, o di arco teso, o di croce, o ancora di aereo, dipende dai punti di vista. Un conglomerato urbano progettato per fare a meno dei semafori, dove la vita sia assolutamente facile, semplice, decorosa anche se non sfarzosa. Qualche influenza marxista, non poco Le Corbusier, qualcosa della Città del sole di Campanella e dell’Utopia di Thomas Moore: ecco il cocktail ideologico sottostante al progetto. Juscelino Kubitschek aveva chiesto in effetti a Costa e Niemeyer di creare una capitale dove l’uomo fosse al suo posto, senza egoismi e nella solidarietà. Non erano assenti idee cristiane, ovviamente.
Juscelino Kubitschek diede alle popolazioni di questo immenso paese sudamericano l’orgoglio della propria brasilianità. Visito il museo a lui dedicato, sotto il mausoleo che chiude la fusoliera dell’aereo urbanistico della città. Mi dice l’arcivescovo, Dom João Bráz de Aviz, che mi accompagna nella visita: «Qui la gente dialoga perché ha l’incontro con l’altro, col diverso da sé, nel sangue. Proprio così, nel sangue. Io stesso mi sorprendo non poco quando colgo la capacità della gente di trovarsi faccia a faccia con chi la pensa diversamente, in particolare in questa città multireligiosa, e di ascoltare e di capire, e di stringere rapporti profondi».
L’uomo è capace di imprese sovrumane, senza dubbio. L’uomo può trascendersi. L’uomo assieme all’altro uomo può toccare il cielo, anche negli spazi e nelle pietre che gli è dato di calpestare. Brasilia è un sogno di trascendenza, ma è anche una realtà di dialogo. Non tanto perché qui sono concentrati tutti i culti della terra, quanto per il suo essere. Non va certo dimenticato che Brasilia è un luogo che per diverse ragioni – non ultima un sogno del 1883 di don Bosco, che prevedeva che, proprio alle coordinate di Brasilia, sarebbe sorta una città-faro, una «terra di latte e miele» per la religiosità del Duemila – attira numerosissime religioni e sette, che qui costruiscono templi futuristici e vere e proprie cittadelle.
Due sono gli edifici di culto più spettacolari di Brasilia: la cattedrale Nossa Senhora Aparecida, opera di Oscar Niemeyer, un’affascinante edificio ad evidente simbolismo eucaristico, illuminato dalle vetrate di Marianne Peretti e introdotto dalle statue moderniste di Alfredo Ceschiatti, inserito nell’asse monumentale. E il santuario di don Bosco, una cappella assolutamente cubica dalle pareti interamente composte di vetrate viola e blu, per un risultato che invita “stranamente” alla preghiera.
Ma, accanto a questi due edifici cattolicissimi, come la stragrande maggioranza della popolazione brasiliana, nei decenni sono sorti templi e chiese di quattrocento culti diversi, per un clima di sperimentazione sociale che si estese anche a quella religiosa. Ne visito alcuni. Ad esempio la piramide futurista battezzata “Tempio della buona volontà”, fiancheggiata nientemeno che dal “Parlamento mondiale della fraternità ecumenica” fondato da Alziro Zazur e gestito dal suo successore, il molto mediatico Paiva Netto. Qui non si prega un dio-persona, ma l’energia cosmica, la purezza della natura simboleggiata dalla “pedra del cristal puro”, issata su un’altra piramide, questa volta ottagonale.
Altro tempio, anch’esso piramidale, quello della Chiesa messianica mondiale, guidata ora da un certo Kyoshe, di origini giapponesi. La loro “casa madre” è un tempio costruito vicino a San Paolo, che ricorda il sito di Stonedge, in Scozia, definito nientemeno che «il nuovo paradiso terrestre». Scopo di questa Chiesa? «Ritrovare l’armonia con la natura e con la legge dell’universo, diffondendo la salvezza attraverso il bello». Il loro “prete” mi conduce per una stretta e obliqua scala al culmine del tempio, «da dove si può respirare la grazia». Più materialmente rivedo con piacere Brasilia dall’alto, città che qualcosa della grazia ha certamente acquisito.
Alla moschea incontro lo sceicco Hussein Saleh: «Il Brasile è un paese dove convivono tante religioni, un paese che accoglie tutti senza fare discriminazioni e ognuno ha tutta la libertà per praticare la propria religione. Noi in Brasile, e qui a Brasilia in particolare, non abbiamo il problema del fondamentalismo, dell’estremismo o anche del nazionalismo. Così abbiamo un rapporto molto buono con i rappresentanti del giudaismo, e anche del cristianesimo».
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