Donata Frigerio
Eugenio Melandri
Ha sempre avuto la passione per gli animali. Proprio per questo ha scelto di studiare veterinaria. Fino a quando è andata in Africa. In Congo, nel Nord Kivu. Era andata per trovare due amici volontari che vivevano là. Lei, incinta, aveva deciso di restare in Africa a partorire, aiutata da suo marito medico. L’impatto con l’Africa l’ha cambiata. Era andata per “curare i leoni” e si è accorta che l’Africa è fatta innanzitutto di persone.
Di donne e uomini pieni di problemi e di drammi, ma anche pieni di vita. Dove la vita esplode. Tornata in Italia, non voleva più continuare gli studi di veterinaria, ma, spinta dai genitori, si è laureata. Qualche anno di professione, ma poi la passione per l’Africa e per i più poveri l’ha fatta partire per un viaggio che l’ha portata prima a vivere in comunità, poi a un atto di consacrazione totale a Dio e alla gente. La nostra conversazione comincia da qui.
Donata, da Como sei finita a Reggio Emilia.
La storia è un po’ lunga. Io sono comasca. A Como mi trovavo benissimo, fino a quando sono andata in Africa. Tornata di là, sentivo il bisogno di vivere in comunità. Ma dalle mie parti non ho trovato nessuna possibilità di fare questa scelta. A Reggio, invece, ho avuto questa possibilità di vivere insieme con altre persone che come me oggi si occupano di commercio equo e solidale. Per cui ormai da anni sono qui.
Quindi l’Africa ti ha segnato. Come mai? Come ci sei arrivata?
Sono partita per l’Africa perché fin da bambina sognavo di andare a curare i leoni. Ti sembrerà strano, ma è proprio così. Ho approfittato della possibilità che avevo di andare a trovare due volontari di un’organizzazione non governativa, Mondo Giusto. Era nel 1985 e io studiavo veterinaria. Arrivata giù, ho scoperto che oltre gli animali c’erano le persone. Ho avuto modo di incontrare dei missionari e dei volontari che mi hanno fatto una vera scuola sull’Africa, sull’inculturazione, sulla dignità e la fierezza degli africani. Quel tanto da farmi innamorare di quel paese e di quella gente.
Quando sono tornata in Italia, volevo smettere di studiare per partire anche io. I miei non sono stati d’accordo. Per cui ho finito l’università e per due anni circa ho svolto la professione. Ho fatto la tesi di laurea in Congo. Mi sarebbe piaciuto restare giù per sempre. Ma ci sono stati dei problemi, sia legati alla mia situazione, sia alla situazione del paese e non ho potuto restare. Ho continuato ad andare giù, ma la volta che sono rimasta più tempo sono stati sei mesi.
Ho avuto poi la possibilità di partire con l’Aspem di Cantù per il Burundi, per un periodo di quattro mesi in un progetto , lavorando come veterinario. Avevo la possibilità di tornare con un contratto di lavoro, ma nel frattempo, siamo nel 1994, è scoppiata la crisi e la guerra in Ruanda che ha coinvolto anche il Burundi. Per cui anche questo progetto è andato in fumo.
Hai detto che sei andata in Africa per curare i leoni. Ma arrivata lì ti sei innamorata dell’Africa.
Confesso che ero partita completamente impreparata sulle persone, concentrata come ero sugli animali. Non so cosa mi abbia colpito di più. Probabilmente l’accoglienza. Questa sensazione di essere accolta semplicemente. Così come ero e così come erano. Poi mi ha anche colpito la povertà a cui non ero senz’altro abituata. Una povertà comunque dignitosa, direi quasi gioiosa. Vissuta con grande umanità. Mi ha sconvolto poi il loro modo di pregare, la loro capacità di vivere in rapporto con Dio e con la trascendenza.
Ti sei trovata in Africa fra volontari e missionari. Che giudizio dai della loro presenza?
Dipende sempre dalla persone. Questi nostri amici, ad esempio, erano due medici che lavoravano in un ospedale nella brousse. Noi eravamo andati a trovarli perché lei era rimasta incinta e aveva deciso di partorire in Africa, come le donne africane. Mi aveva colpito molto questa decisione. Per quanto riguarda i missionari devo dire che nella maggior parte dei casi ho incontrato persone che non agivano né in maniera paternalistica, né in modo assistenzialistico. La gran parte stava insieme alla gente, cercando di rispondere alle loro necessità, certo, ma anche interrogandosi sulle cause di quelle situazioni. Con questi c’è stato uno scambio molto bello. Devo dire che i missionari che erano giù da tanto tempo mi sono stati molto di aiuto per capire una cultura diversa della mia e per poterla affrontare in modo corretto. Per non fermarmi a leggere in superficie, ma per capire i perché. Nella mia vita personale sono state molto utili queste relazioni.
Cosa ti ha colpito di più negli africani che hai incontrato?
È stato un crescendo. Ciò che più mi colpisce è la gratuità del rapporto. In questi giorni, ad esempio, ho scritto tre lettere a tre donne che non vedo dal 2001. Ci siamo viste pochissime volte, ma dalla prima volta abbiamo iniziato questa relazione che continua. Senza nessun altro scopo che il tenerci in dialogo. Nessuna di loro, ad esempio, mi ha mai chiesto nulla. Si tratta di una visione molto paritaria. Continuano a raccontarmi le loro cose. Non perdono mai l’occasione di invitarmi a tornare. Un’amicizia molto forte. Quando sono andata nel 2001 per una manifestazione per la pace a Butembo, mi hanno aspettato sulla strada. Poi abbiamo passato lunghissime ore a parlare nelle loro case. Gli africani, almeno per l’esperienza che ne ho io, sono fatti così. Ho un bellissimo ricordo di un incontro in Benin. Ero all’aeroporto per tornare in Italia, ma l’aereo ha avuto dei problemi e non sono partita. Ho dovuto restare forzatamente due giorni in più. In quei due giorni sono stata seguita e aiutata da un ragazzo africano, Maxim. Abbiamo stretto amicizia. Lui continuava a dirmi che dovevo tornare. Io pensavo che fosse una sorta di pour parler, una richiesta fatta per gentilezza. E, proprio mentre stavo per partire, pensando al fatto che per i viaggi ci vogliono un sacco di soldi che sarebbe forse più utile inviare e mettere a loro disposizione, vedendo che ormai il rapporto era diventato molto amichevole, gli ho detto: “Maxim, sai che per venire qui mi ci vogliono almeno mille euro? Non è meglio che li risparmi e li mandi qui per le vostre attività?”. Lui mi ha guardato fisso e mi ha risposto: “Questa è tutta un’altra cosa. Io voglio rivedere te, non i tuoi soldi”.
In Congo, soprattutto in Kivu, sembra che la guerra sia senza fine. Cosa hai sperimentato di questa guerra?
Innanzitutto l’evidenza dei miei limiti personali. Da una parte nel non riuscire, quando ero giù, nei momenti difficili, a dominare e governare la paura. Devo ammettere che qualche volta ho avuto momenti di vero e proprio panico. In generale, tuttavia, innanzitutto la rabbia e la frustrazione data dal fatto di essere di fronte ad una situazione da cui non si riesce a venire fuori. L’ho visto nelle facce dei missionari, piantati lì, in mezzo a quella gente, quasi sentendosi inutili, senza una spiegazione o una via di uscita. Ma mi ha colpito soprattutto la capacità della gente di continuare a vivere, a sperare. Ho visto in questa gente la voglia cocciuta della pace. Al di là di ogni tragedia. Con la capacità di distinguere le responsabilità, di non fare di tutta l’erba un fascio. Poi la capacità e l’ostinazione di continuare a credere nella possibilità di risolvere il conflitto senza violenza, senza le armi. Di qui la grande capacità di organizzarsi nella società civile. Anche di fronte a questo ho provato la mia debolezza e la mia incapacità. Tante volte mi è stato chiesto di essere la loro portavoce in Europa. Ma io in Europa non conto niente. Ho provato e provo a fare la loro portavoce. Ma qui non ti ascolta nessuno.
Tra le tante persone che hai incontrato, ne ricordi in particolare qualcuna?
La persona che mi viene subito alla mente è Matilde. Una donna straordinaria, con una storia bellissima. Un personaggio che sa dell’incredibile. Fa parte della società civile di Bukavu. Oggi è direttrice del Centro delle donne violentate della Caritas diocesana. È una congolese. Si occupava in modo quotidiano della Caritas quando è scoppiata la guerra. Siccome durante gli anni della guerra si era impegnata moltissimo a Bukavu, la società civile, quando, prima delle elezioni furono nominate le istituzioni della transizione, le ha chiesto di far parte del Parlamento. Lei ha partecipato. Questo le ha permesso di avere il passaporto diplomatico e tanti contatti con il resto del mondo. Ma dopo qualche mese ha realizzato che tutto il suo lavoro in fondo non aveva alcuna utilità per le persone che soffrivano a causa della guerra: le donne violentate, i bambini soldato, ecc. Ha scritto allora una lettera molto pesante con la quale si è dimessa dal Parlamento, per tornare ad occuparsi direttamente delle vittime della guerra. Mi ha colpito molto perché ha avuto la forza di lasciare tutti quei privilegi che aveva per tornare a lavorare con la gente. Insieme a lei, Pierre Kabeza. Che sta tentando tra tante fatiche e minacce di costruire il sindacato degli insegnanti. Ho visto poco tempo fa le foto di una grande manifestazione pacifica organizzata da lui e degli attacchi gratuiti subiti dalle forze dell’ordine. È spesso costretto a non dormire a casa per paura di essere ammazzato. Ecco, tanta gente che sa pagare di persona.
Una volta mi hanno detto che le guerre di bassa intensità sono molto vantaggiose per qualcuno. Qui l’intensità non è molto bassa, eppure questa è una guerra che ha fatto fare affari a tanta gente. Soprattutto a tanti cartelli multinazionali. Di qui l’impressione della mancanza di una vera volontà politica per risolverla. Ci sono troppi interessi dietro. I vescovi congolesi l’hanno definita una “guerra paravento per nascondere lo sfruttamento illegale delle ricchezze di questo territorio”. Poi c’è dietro tutto il business delle armi. Ormai si è creata tutta un’economia di guerra che è allo stesso tempo causa e conseguenza della situazione. Poi in queste situazioni estreme, ogni regola sparisce. Vince sempre e solo il più forte. Le donne violentate sono il segnale di questa brutalità, oltre che, da che mondo è mondo, ma in particolare ultimamente, lo stupro è diventato arma di guerra. Basta pensare a ciò che è capitato nella ex Juogoslavia. I bambini soldato sono un fenomeno più complesso. Alcuni sono rapiti e avviati alla via della guerra. Altri finiscono a fare i militari perché sono rimasti senza genitori e, in un certo senso, l’esercito diviene la loro nuova famiglia. Fatto sta che questo fenomeno ha delle conseguenze gravissime. Anche perché spesso questi bambini, oltre a soffrire di fortissime turbe psicologiche, in gran parte dei casi, una volta fatta questa esperienza, non vengono riaccettati nei villaggi, e nello loro stesse famiglie. Il lavoro di reinserimento diviene complicato perché occorre lavorare sia sulla personalità di questi bambini, sia sulle loro famiglie e i loro villaggi.
Così pure è molto impegnativo il lavoro di reinserimento delle donne violentate. Da una parte il dramma personale che deve essere rielaborato. Poi il problema sanitario, con l’aids o tutte le malattie veneree. Infine spesso esiste anche il problema di accertamento dei figli nati dagli stupri. Una guerra, soprattutto quando è così lunga e drammatica si porta dietro conseguenze umane spaventose.
E in tutta questa tragedia si staglia sempre il ruolo importante e unico delle donne. Perché a tuo avviso questa centralità della donna in Africa?
Il motivo profondo non lo so. Ma è un fatto. Forse perché le donne, generando la vita ed educando i figli diventano il centro reale della società che, soprattutto nei momenti più drammatici, ha bisogno di credere ancora nel futuro. Di scommettere sul futuro. Certo è vero ciò che dice un proverbio: “Se in Africa educhi un bambino educhi un uomo, se educhi una donna educhi un paese”. Sono le donne che si fanno carico di tutta la situazione familiare.
In Congo, poi, in questa situazione di guerra le donne hanno assunto anche un ruolo politico. Sono loro che hanno organizzato gli scioperi e le “Ville morte” contro la guerra. Sono loro che sono scese per strada a centinaia vestite a lutto, oppure a mammelle scoperte gridando di non voler più allevare figli per farli morire in guerra. Chi dà la vita non può accettare che altri la rubino o la violentino.
Cambiamo argomento. Da anni stai lavorando nel commercio equo e solidale. Che cos’è?
È l’insieme di due cose. Da un lato un tentativo di commerciare con una maggiore equità e giustizia sociale evitando di sfruttare i produttori. Mi spiego: una delle basi su cui si regge il commercio equo è il prezzo giusto. Che deve rispettare il lavoro, le esigenze della popolazione. Indipendentemente dal fatto che questo sia conveniente o no per noi. E ciò evitando il più possibile tutte le intermediazioni, per permettere di avere un rapporto diretto tra produttori e consumatori. Questo dal punto di vista strettamente economico. Dall’altro punto di vista dovrebbe permettere a noi nel Nord del mondo di renderci conto delle disuguaglianze e delle ingiustizie e di porci il problema che la terra è una sola, le risorse sono limitate e tutti hanno il diritto di vivere dignitosamente. Di qui non soltanto qualcosa che riguarda gli aspetti commerciali del mercato, ma che vuole entrare nella nostra vita, modificandola a partire dai consumi. Commercio equo e consumo critico vanno dunque di pari passo.
Qualcuno critica il commercio equo affermando che un po’ alla volta è diventato un vero e proprio business.
Il rischio c’è. Perché all’inizio è stata una piccola cosa di nicchia. Un piccolo gruppo di persone che era molto convinto. Poi un po’ alla volta è andato crescendo con la voglia di contaminare anche il resto del commercio. In questo campo si sono ottenuti dei risultati, anche molto belli. D’altra parte, crescendo, il commercio equo è diventato una cosa “interessante” anche dal punto di vista economico. Il fatto, ad esempio, che la Nestlè abbia messo in produzione e vendita un nescafè equo e solidale in Inghilterra, la dice lunga. In più c’è il fatto che, crescendo, il commercio equo ha acquisito una struttura inevitabilmente pesante. Se si ha qualche centinaio di dipendenti, ad un certo punto si rischia di perdere le ragioni di questo impegno e di operare quasi esclusivamente per mantenere la struttura. È un problema da cui non è facile uscire.
Ma l’aspirazione sarebbe che tutto il commercio diventi equo e solidale.
Certo, questo è uno degli obiettivi del commercio equo. Per questo siamo costretti, in certo senso, a viaggiare sempre sul filo del rasoio. C’è ad esempio, tutto il discorso della grande distribuzione. È bello che la Coop abbia una sua linea di commercio equo. Ma i problemi non mancano perché non basta certo uno scaffale in mezzo agli altri prodotti per cambiare il modello degli scambi ineguali.
Ma un consumatore come può essere certo di acquistare un prodotto equo?
Qui c’è tutto il discorso della certificazione. Anche perché esistono quelli che noi chiamiamo “equofurbi” che dichiarano di fare commercio equo solo perché hanno in mezzo a tutti gli scaffali, un prodotto di commercio equo. Viene allora richiesto di garantire che quelli che vengono venduti rispettino tutte le caratteristiche del commercio equo. Al fine di dare garanzie ai consumatori. Tutto questo ha però dei costi anche abbastanza elevati ed è non semplice riuscire a spalmare questi costi senza gravare sui produttori e nello stesso tempo esigendo prezzi proibitivi dai consumatori. Ma non è solo questo il problema. La certificazione infatti richiede una sorta di standardizzazione, mentre nel mondo abbiamo a che fare con realtà molto complesse, diverse e composite. Con il rischio che a farne le spese siano proprio i produttori più piccoli che non hanno strutture o capacità imprenditoriali tali da rispondere a tutti i requisiti richiesti.
Donata, ci siamo attardati molto sull’Africa e avremmo tante cose da dire anche sul commercio equo, ad esempio, circa la frammentarietà tipicamente italiana delle diverse centrali. Ma lo spazio è tiranno e devo farti un’ultima domanda personale: ma tu sei una suora?
Non sono una suora, ma una consacrata. Ho sempre avuto forte l’attrazione ad un rapporto con le persone, ma anche ad un rapporto stretto con Dio. Senza però legarmi in strutture tipo convento che non ti permettono di vivere una vita normale. Vivo ormai da tanti anni in questa comunità. Poi un giorno ho scoperto questa possibilità di consacrarmi, continuando a fare la vita di sempre, naturalmente con un progetto di vita. È nata così questa mia consacrazione. Il mio referente è il vescovo della diocesi che ha approvato il mio progetto di vita e con il quale sistematicamente mi confronto. Per il resto la mia vita è quella di una normale donna, che lavora per vivere e continua tranquillamente le proprie relazioni, senza altri impegni che quello di cercare di essere coerente con il progetto di vita concordato tra me e il vescovo.






