L’aeroporto ripulito e messo a nuovo. Le guardie d’onore pronte a scattare sull’attenti all’atterraggio della aereo papale. Le forze di sicurezza schierate ad evitare qualsiasi forma di attentato. La porta che si apre. Il papa che scende. Le strette di mano. L’incontro con il Presidente. Questa volta è stato il turno di Paul Bya, 76 anni, al potere ininterrottamente dal 1982. Un dittatore che ha instaurato nel paese una sorta di dinastia personale, alla faccia della democrazia. I discorsi, dove tutti stanno attenti a cogliere una frase, un’espressione con cui aprire l’articolo di giornale o il servizio televisivo. Poi il viaggio, con il corteo papale verso la città. La gente che saluta per strada. Tutto secondo copione. Anche le strade e tutti i luoghi che toccherà l’illustre ospite sono stati ripuliti, messi in ordine.
L’Africa, vera, non c’è. O se c’è è fatta di gente vestita a festa, che danza la sua gioia, certo, perché gran parte della popolazione del Camerun e dell’Angola (i due paesi toccati dalla visita papale) è di religione cristiana. Non ha potuto il Papa, anche se certamente l’avrebbe voluto, incontrare l’Africa di tutti i giorni. Piena di dignità e di storia. Ma anche carica di tragedie e di miseria. Non ha potuto incontrare l’Africa delle donne che ogni mattina fanno chilometri a piedi per andare a prendere l’acqua o per raggiungere il mercato. O i ragazzi disperati delle bidonvilles. Non ha potuto parlare con loro per capire il perché delle loro frustrazioni e dei loro sogni. Quei sogni e quelle frustrazioni che spingono tanti di loro a tentare la via dell’emigrazione, anche se è una via disperata. Il viaggio per attraversare il deserto. Gli stratagemmi per fuggire i controlli fino ad arrivare, dopo aver lasciato per strada tanti compagni di viaggio, sulla costa ed imbarcarsi su una carretta che li porterà in Europa.
Non siamo così sprovveduti da credere che il Papa queste cose non le sappia. Prepara bene i suoi viaggi. Ascolta i vescovi del luogo, studia minuziosamente la situazione del paese dove andrà in visita. Ma un conto è sapere. Un conto è vedere. Per capire l’Africa è innanzitutto importante vederla, toccarla, sentirla, con tutti i cinque sensi. Ascoltarne le voci, sentirne gli odori, sperimentarne i sapori, leggere negli occhi della gente ciò che le parole non riescono ad esprimere.
Ha detto tante cose interessanti il Papa nel suo recente viaggio in Africa. Ha affrontato temi scottanti come quello della salvaguardia del suo patrimonio tradizionale e culturale. L’ha invitata ad alzarsi fiera della propria storia. Ha condannato il profitto senza diritti delle multinazionali e degli affaristi. Ha parlato contro la corruzione. Ha richiamato i grandi valori della famiglia e dell’amore alla vita. Ha suscitato molte polemiche il suo richiamo ai profilattici e al loro rapporto con l’Aids. Un richiamo che nasce da valori e principi di cui la Chiesa si sente depositaria e testimone. Forse, se avesse avuto modo di conoscere questa tragedia, non solo leggendo le statistiche, ma toccando personalmente con mano cosa significa questa tragedia in Africa, avrebbe potuto accorgersi che quella dei profilattici non è in Africa una questione di valori, ma solo di salute.
Santità, sappiamo bene di chiederLe una cosa difficile, quasi impossibile, data la posizione che riveste: ritorni in Africa. Ma in incognito. Vada in un mercato, entri nelle case della gente, incontri le persone normali. Probabilmente ripeterà nei suoi discorsi le stesse cose. Ma, Glielo assicuriamo, avranno un altro sapore e un altro spessore e non suoneranno soltanto come documenti dotti da catalogare, a futura memoria, nelle biblioteche.
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