a cura di Nicola Perrone e Francesca Tacchia
Il 23 maggio del 2007 è successo un fatto straordinario: è nato un bambino. Quella creatura ha fatto sì che gli abitanti nelle città siano più di quelli di tutto il resto della Terra.
Tre miliardi e mezzo, più uno. Tra un trentennio, i 3/4 dell’umanità faranno parte di un universo di cemento, acciaio, vetro e baracche. Nel corso dell’ultimo decennio le città del Sud del mondo sono diventate vere e proprie megalopoli. Una marea di gente che si riversa a fiumi nelle città, attratta dal mito di una vita migliore. Sono poveri, giovani e donne i nuovi abitanti delle città. Una popolazione destinata a crescere sempre più velocemente, soprattutto in Asia e Africa.Tanto da arrivare a sfiorare - dagli attuali 3,5 - i 5 miliardi di abitanti entro il 2030. Lo dicono le previsioni dell’ultimo rapporto dell’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Dati e tabelle. Ma anche storie. Di chi abbandona la campagna per cercare un futuro migliore. Una migrazione che non si può fermare e che racchiude, secondo l’Unfpa, potenzialità da liberare con politiche mirate e sfatando qualche pregiudizio.
Megalopoli e miseria
Secondo le proiezioni, il 95% dell’incremento di umanità avverrà a ritmi straordinari nelle aree urbane dei paesi impoveriti massacrati dal neoliberismo. Vediamo alcune cifre attuali: Mumbai, che nel 2000 aveva 16 milioni di abitanti, nel 2015 supererà i 26 milioni (di cui 60 per cento negli slums); Dheli passerà dai 12,4 del 2000 ai 22,5 del 2015; San Paolo dai 17,1 ai 21,4 milioni; Dhaka dai 10,3 milioni a 22; Calcutta da 13 a 20; Karachi da 10 a oltre 19; Lagos, che nel 1950 aveva 300mila abitanti, nel 2000 ne aveva 7 e nel 2015 ne avrà 15,8... Nessuno sa se concentrazioni di povertà di tali dimensioni siano biologicamente sostenibili. E quasi tutti vivono e vivranno in baraccopoli e slums. Chiunque abbia visitato una baraccopoli si è chiesto: “Ma cosa ha spinto questa gente a vivere in condizioni che non hanno niente di umano?”.
Kofi Annan ha affermato che “il centro della povertà globale si sta muovendo verso le città. Nei prossimi trent’anni, gli abitanti degli slums supereranno i tre miliardi” (rapporto Onu, Habitat The Challenge of Slums, www.unhabitat.org).
Il diritto alla salute
Ma come si vive quando manca tutto nelle baraccopoli? Senza acqua, fogne e altre infrastrutture di base; con un’abitazione di infima qualità e inesistenti servizi di base; in una situazione di sovraffollamento; senza la certezza della residenza. E quali sono le conseguenze di questo modo di vivere sulla salute?
La geografia della salute afferma che “gli spazi umani non sono mai indifferenti dal punto di vista del rischio sanitario”. In definitiva, per la nostra salute, non è indifferente abitare in uno slum africano, in una cittadina della riviera ligure o nella campagna cinese. La salute non si gioca semplicemente sulla presenza o assenza di malattie. La salute, secondo quanto definito nella Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (1948) “è uno stato di completo benessere fisico, sociale e mentale”. A determinare la nostra salute – intesa in senso così ampio - vi sono numerosi fattori: ci sono le nostre caratteristiche biologiche immodificabili (come sesso, età, patrimonio genetico), la posizione socio-economica che occupiamo, le condizioni materiali di vita e lavoro (la situazione abitativa, l’accesso all’acqua e al cibo), le condizioni ambientali e psico-sociali, i comportamenti individuali (fumo e alcool), la coesione sociale (la qualità delle relazioni sociali) ed il sistema sanitario a nostra disposizione. La nostra collocazione rispetto a tutti questi fattori concorre nel rendere più o meno accessibile quel “massimo livello di salute” cui – secondo l’Oms – tutte le popolazioni umane avrebbero diritto.
Ma che rapporto c’è tra la salute – olistica, piena, analitica - di cui parla l’Oms e le condizioni di estrema deprivazione materiale che caratterizzano le difficoltà di sopravvivenza di un abitante di uno slum di Johannesburg? Qual è il rapporto in termini reali tra le sue condizioni di vita, la percezione di quello che può aspirare ad ottenere, e di quanto gli è realmente accessibile? Cosa vuol dire essere detentore di un diritto tanto astratto e inarrivabile?
A queste e altre domande ha cercato di rispondere il seminario “Il diritto alla salute nelle megalopoli” svoltosi a Torino lo scorso 28 febbraio, e organizzato dal Comitato Collaborazione Medica (CCM) insieme alla nostra rivista Solidarietà internazionale e al Cipsi.
“Un mondo sempre più urbano, per fortuna”
Particolarmente provocatoria la tesi di Marcello Balbo, docente di Urbanistica all’università di Venezia: “Il processo di urbanizzazione è inevitabile e inarrestabile. Per fortuna. Il 90% delle persone che vanno ad abitare nelle grandi megalopoli sono povere. Ci sono problemi di coesione sociale, ma non sono solo conflitti e disastri. Ci sono anche città, come Tokyo, che non hanno problemi di miseria, perché sono città ricche. E ancora: attenzione a dire che le megalopoli sono ‘troppo grandi’, questo è colonialismo culturale basato sulle valutazioni del Nord del mondo. La crescita urbana non si può e non si deve arrestare. Anche perché in termini economici tanto più un paese ha un’alta urbanizzazione, tanto più il reddito è alto: in sintesi l’urbanizzazione determina sviluppo. Le città sono il motore della crescita economica. Anche in termini di sviluppo umano. La città è un luogo di equità. Bisogna adoperarsi per trovare soluzioni ai problemi delle bidonville”.
Le città-mondo
Fabrizio Floris, del dipartimento di Scienze sociali dell’università di Torino, ha raccontato la sua esperienza di ricercatore, con pareri opposti a quelli di Balbo, sottolineando che le baraccopoli sono presenti anche in Italia. “La causa degli slums nel Nord come nel Sud del mondo è fondamentalmente economica: il mercato della casa, le liberalizzazioni, e la crescente presenza di popolazione di origine ‘straniera’ che non può fare riferimento ai servizi sociali. Prezzi delle case e degli affitti inaccessibili spingono le famiglie a inventarsi il proprio riparo per la notte. In un giorno, con un po’ di assi di legno, teli di plastica, qualche lamiera o vetro, la casa è fatta. Un unico vano per dormire la notte, la cucina è all’aperto. In terreni marginali scoscesi, sotto i ponti delle ferrovie, lungo i fiumi, sulle colline dei rifiuti alle periferie delle città. La principale caratteristica degli slums non è la povertà, né la violenza, né la disoccupazione: è la loro invisibilità. Sono qui accanto a noi eppure non riusciamo a vederli. Potrei definirle città-mondo: perché in un territorio ristretto si concentrano tutte le contraddizioni e le opportunità del pianeta. Negli slums, nelle favelas, o bidonvilles, nelle baraccopoli non si può parlare neanche lontanamente di diritti di cittadinanza: sono città senza cittadini. Non hanno niente di positivo. Costituite da una popolazione che non produce e non consuma, che non serve al sistema economico”.
È inaccettabile, altro che fortuna. Nelle zone rurali, bene o male, si riesce a sbarcare il lunario. La comunità sostiene le persone e i loro bisogni fondamentali. Nelle città puoi morire, tra l’indifferenza. Mi viene in mente la frase di Totò in “Miseria e nobiltà”, nella parte di Felice Sciosciammocca: “A casa nostra nel caffelatte non ci mettiamo niente: né il caffè, né il latte”.
Salza: “Un’altra specie”
“Violenza, fame, malattie, miseria, rifiuti, inquinamento, radioattività, senza acqua, fogne, ecc.: tutte queste cose creano selezione genetica, questa umanità separata che vive nelle baraccopoli delle grandi megalopoli del mondo va per conto suo, è già un’altra specie. Non c’è più scampo”. È la tragica affermazione di Alberto Salza, antropologo, intervenuto al seminario e autore del volume “Niente. Come si vive quando manca tutto. Antropologia della povertà estrema”, pubblicato da Sperling & Kupfer a febbraio 2009. Un pugno nello stomaco. Come canta Pepe Kale dal Congo: “Quelli che sono venuti nella metropoli sono caduti in un deserto”.
E Salza continua: “Lavorando con i pastori nomadi d’Africa, mi sorprese la mancanza del termine ‘povero’. Usano la parola araba ‘meshkin’. ‘Se sei povero sei morto’, spiegavano. E ancora: ‘I poveri non siamo noi’. Nel semideserto scoprii il ‘modello a sifone’ della miseria, la tazza del cesso che genera e ospita un’altra umanità: gli abitatori di slums. Ogni gruppo umano riconosce un livello di indigenza compatibile con l’ambiente. Se si supera una soglia prestabilita dalla cultura, si viene espulsi dal sistema. Sola andata. I pastori turkana del Kenya, autosufficienti, non hanno poveri per due motivi: non possono permetterseli; se sei povero (senza bestiame) non sei più un turkana. Fine della storia e giù per il sifone. Oltre 3 miliardi di persone (il 50 per cento) vivono con meno di 2 dollari al giorno. Il rapporto tra popolazione e risorse non consente più la mobilità verticale ai poveri. Dove vanno a finire? Le poche cittadine del territorio turkana (come in tutta l’Africa) si riempiono di baracche. Hanno la forma di capanne, ma sono fatte con materiali urbani: cartoni, teloni di plastica e, soprattutto, lamiere riciclate. Da lì, le masse semiurbanizzate vengono ulteriormente espulse, fino al cartello ‘Benvenuti nella bidonville’, dove incontrano i ‘profughi urbani’, cacciati dal centro città”.
Per non concludere
Ecco. Questo è il problema. La corsa inarrestabile alle megalopoli genera una situazione in cui miliardi di persone vivono “senza” cibo, acqua, casa, servizi igienici, salute, istruzione, sicurezza, pace, diritti, ecc. I miseri del mondo non sono più sfruttati ma sono diventati un ‘sovrappiù’ escluso dall’appartenenza alla società. Si tratta di qualcosa di nuovo: escludendo le persone si elimina alla radice il senso di appartenenza alla società, perché non ne sono più ai margini, ma stanno proprio fuori, come un’eccedenza. Il fenomeno, noto negli Usa, è arrivato in Europa e in Italia, come dimostrato dall’incremento esponenziale dei ‘nuovi poveri’ (dati Istat, www.istat.it).
Occorre ripensare le città a partire dalle baraccopoli per far sì che non siano frontiere di sbarramento, ma di passaggio. E il nostro compito è di “stare” su queste frontiere, affinché siano un punto di incontro e un momento di risposta. Come? A partire dalla tutela dei diritti fondamentali. Il diritto dell’essere umano alla salute, sebbene affermato a livello internazionale, diventa applicazione della giustizia sociale. Il diritto alla salute nelle baraccopoli resta largamente violato. Ciò avviene soprattutto nei paesi a Basso Reddito in cui i governi non solo non riescono a garantire un sistema sanitario nazionale che affronti le più basilari necessità sanitarie della popolazione nel suo complesso, ma falliscono anche nella gestione e nell’accoglienza di quei flussi di persone che si spostano nelle città andando incontro a nuove privazioni anche a livello sociale ed affettivo.
La “domanda di città” cui queste persone vanno incontro nel corso del loro progetto migratorio, trova spesso come unica risposta la capacità del settore informale, di auto-organizzarsi: occupazione illegale del suolo, autocostruzione della casa, coabitazioni in affitto. Eppure, nonostante i grandi problemi posti “dall’impeto demografico di queste macchine assurde”, la città sarebbe da considerare più come una risorsa che come un problema. In città sarebbero inoltre migliori le chance di avere un reddito, specialmente laddove l’accesso ad una risorsa fondamentale come la terra è precluso per interi segmenti di popolazione.
Che l’urbanizzazione sia un fenomeno di cui prendere atto e che lottare contro di essa sia oggi impossibile sembra ormai un fatto indiscusso. Pur accettando questa realtà, reddito e servizi rappresentano solo due dei fattori determinanti per la salute. L’esperienza della povertà urbana aggiunge alla povertà una nuova dimensione, quella della privazione dei rapporti sociali ed affettivi. La rottura delle relazioni sociali e dei legami familiari corrode la dignità della vita e lascia gli uomini orfani di assistenza laddove gli altri attori, i governi locali e la cooperazione internazionale, ancora non hanno saputo dare risposte.
È in queste città che vorremmo distruggere che dobbiamo e possiamo lavorare consapevoli che c’è un tempo per l’agire solidale. È per questo che nel seguito di questo dossier presenteremo alcune esperienze: il parere di Patrizia Caiffa - giornalista nelle baraccopoli-, un’intervista a Elena Gelormino, medico di igiene pubblica nelle grandi città del mondo, e le iniziative del CCM sul diritto alla salute dei disabili ad Addis Abeba, in Etiopia.
Nascendo in città il bambino di maggio 2007 ha avuto una probabilità di oltre 1/3 di nascere in una baraccopoli. A oggi, sono circa un miliardo e mezzo gli abitanti di slums, l’ecosistema del futuro. Nel 2015 saranno oltre tre miliardi di esseri umani.






