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In campagna è meglio

Patrizia Caiffa

“Io ne ho viste di cose che voi umani non potete immaginare…”. Non c’è altra frase, se non questa notoriamente inflazionata del film “Blade runner”, che può descrivere meglio lo stato d’animo e la stupefatta costernazione che mi assale ogni volta che entro in uno slum, bidonville, barrio o favela che sia. In qualunque parte del mondo sia. La prima volta è stato a El Limon, Città del Guatemala, Guatemala. Un duro battesimo con la povertà urbana delle città latino-americane fatto di lamiere e sporcizia indecente, tassisti terrorizzati che si rifiutano di entrare nel barrio per timore di essere rapinati, cumuli e tanfo di immondizia ovunque. E poi bambini cenciosi, galline spennacchiate che condividono letti stracciati e cibi miseri, taniche d’acqua portate in spalla da donne spettinate su dirupi fangosi e scoscesi, un giovane grassottello con le gambe amputate che cammina sulle ginocchia, e quel che resta dei maya, in quella periferia di disperati. Perché i tessuti ricamati degli huipil hanno perso perfino colori e forme scendendo dalle campagne alla capitale. Certo, in quelle verdi colline del Quiché, così ospitali e rigogliose agli occhi dei turisti, come mangiare quando la terra non dà frutti o quando gli incubi del recente genocidio ancora scatenano fantasmi troppo vicini? Molti vanno a cercare la fortuna altrove. Eppure in quei cortili gentili in terra battuta che alloggiano famiglie allargate c’è forse poco cibo e lavoro, ma non mancano valori, tradizioni, decoro e dignità, né sentimenti di appartenenza alla comunità. Nel barrio si vive invece la disgregazione, il degrado, il disordine, l’improvvisazione.
Da allora - pur cambiando lingua, continente, latitudine, religione o cultura – ogni volta che entro nella miseria urbana avverto quegli stessi tratti che accomunano tutte le baraccopoli del mondo, con lievi differenze a seconda del contesto storico-sociale. Lamiere e plastica anche negli slums di Nairobi, in Kenya, tappezzeria con i giornali vecchi, violenza facile e coprifuoco notturno. Perfino madri bambine che se non hanno abbastanza latte al seno danno candidamente acqua ai loro neonati, in tuguri sordidi e bui dove non entra nemmeno uno scampolo di cielo. Magari nel villaggio con le capanne di fango e il pozzo al centro c’erano solo il cielo e la cerchia dei vicini, poca farina di manioca e poco riso, ma in armonia con la natura ed i suoi ritmi.
In Brasile, invece, dire favelas spesso è dire violenza. In quelle di Belém, nello Stato del Parà, appena entrati ti avvertono che sei in zona vermelha, zona rossa, quindi pericolo. Qui le case sono in muratura, ma il degrado è più profondo, è morale, umano. Bambine violentate in famiglia da zii o patrigni o addirittura genitori; ragazzi e uomini che entrano ed escono dalla galera per spaccio di droga o rapine a mano armata; donne che sbarcano il lunario con il mestiere più antico del mondo. Si vive e sopravvive con espedienti quotidiani, ma il clima è di paura. Se la terra non c’è, in un paese di scandalosi latifondi, le alternative non sono tante. Eppure nei piccoli centri la vita è sicuramente più dignitosa.
Ma è l’India, a mio parere, il paese del mondo dove le città non riescono a nascondere il loro volto più mostruoso. Quattrocento milioni di poveri su un miliardo di abitanti, e una buona parte vive negli slums. O meglio, vivono perfino sui marciapiedi, in mezzo agli spartitraffico delle tangenziali, in infami e luride aree verdi, soffocati dallo smog, da una sporcizia indecente e da una dignità difficilmente recuperabile. È vero, vengono lì spinti da disastri ambientali, carestie, inondazioni, fame.
Ma come non pensare ai poveri ma tranquilli villaggi del Kerala o del Rajastan, ai bambini impiastrati di terra che scorazzano liberi e felici accanto alle verdi risaie, alle donne leggiadre che faticano duramente nei campi, ma riescono a lavare i pur modesti saree di cotone sbattendoli con forza sulle pietre del fiume? Sarà forse l’illusione poetica del viaggiatore che viene da un mondo “altro” e che non può sapere veramente fino a che non sperimenta fino in fondo. Però agli occhi è dato di vedere, ed io questo ho visto.
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