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Medico nella megalopoli

Paola Bizzarri incontra Elena Gelormino

Elena Gelormino, medico, vive e lavora a Torino presso il Servizio Epidemiologico della regione Piemonte. Negli anni passati la sua scelta professionale l’ha portata in Kenya, Somalia, Zimbabwe e, nel 2003, anno della Sars, in Cina come esperta del ministero degli Affari Esteri. Forte della sua professionalità, ci siamo rivolti a lei per sondare gli aspetti di igiene pubblica nelle grandi città. Così, abbiamo scoperto che negli anni ‘90 a Nairobi per raggiungere quello che sarebbe diventato suo marito [Stefano Dacquino, consigliere presso il CCM, NdR], anche lui medico, macinava chilometri a piedi o sui matatu (macchine caricate all’inverosimile); che il suo primogenito è nato nell’ospedale italiano presso la bidonville di Balbala e che, a Gibuti, incontrava un certo Gino Strada.

 

Può raccontarci tre città del Sud del mondo che ha conosciuto e in cui ha lavorato?
Posso riportare la mia esperienza in relazione a Nairobi, Gibuti e Berbera, nel Nord-Ovest della Somalia, il maggior porto del paese sul golfo di Aden, città rasa al suolo dalla guerra civile. Nairobi l’ho conosciuta come una cittadina. Erano gli anni ‘90, ero molto giovane. Lavoravo come infermiera fuori Nairobi, ma mi recavo in città ogni due settimane. Di Nairobi ricordo la sua bidonville: fredda, fangosa, con casupole di fango e lamiera; la città però era relativamente tranquilla. Oggi non è più così.
A Gibuti, reduce dall’occupazione francese, invece è nato il mio primo figlio, oggi quindicenne. Non era una situazione semplice, si viveva in un clima di insicurezza: nei gibutini era forte l’avversione nei confronti degli europei, al punto che eravamo costretti a viaggiare con i finestrini dell’auto sempre chiusi per evitare lanci di sassi.
A Berbera ci andai mentre frequentavo il quinto anno di medicina. Allora lavoravo come caposervizio presso l’ospedale distrettuale per Coopi (ong di Milano). Il mio ricordo principale è relativo alla presenza di un manicomio, proprio affianco all’ospedale, in cui venivano rinchiusi giovani uomini impazziti durante il periodo di guerriglia contro Siad Barre. Il dittatore era caduto e lo strascico della guerra si era spostato verso il Sud della Somalia. In giro, tuttavia, si poteva contare una quantità impressionante di armi. Ogni discussione fra uomini veniva risolta con sparatorie: una vera e propria modalità di relazione per questo paese martoriato da un durissimo conflitto. Le Nazioni Unite ci obbligarono a lasciare il paese quando, nel 1993, si verificarono tensioni fra Mogadiscio e gli Stati Uniti.

 

Può darci una definizione di salute nelle grandi città del Sud del mondo?
La salute in generale, e così anche in un grande contesto urbano e metropolitano, è un problema di tutta la comunità e di chi su di essa esercita predominanza e controllo. Parlare di salute all’interno delle metropoli del Sud del mondo è sicuramente un tema nuovo, visto che la cooperazione e le ong sono nate lavorando nelle zone rurali. Ora è il momento di capire che i problemi non sono presenti solo nei villaggi, ma anche nelle capitali. Occorre precisare però che in tutte le città, come negli slums, si verificano gradi diversi di correlazione fra salute e società. La povertà stessa è un fattore sociale mobile: vi sono i nuovi poveri e i poveri cronici e le loro malattie sono di sicuro di natura diversa.

 

Qual è la causa che provoca e alimenta la precaria condizione sanitaria nelle città africane?
È impossibile stilare una graduatoria dei mali che affliggono l’Africa. I mali delle città africane e, se si sta attenti, anche delle campagne, sono molti e la ragione sta che nelle grandi città viene esasperata la cattiva gestione del potere amministrativo e politico, da cui derivano tutti i disguidi, disagi, sofferenze e dolori. Mi rendo conto che si tratta di una riflessione difficile da condividere, soprattutto all’interno del Terzo Settore, ma l’eurocentrismo non deve più rientrare nelle vicende africane. Il paternalismo europeo non serve né a loro né a noi: occorre un’assunzione di responsabilità precisa da parte di chi comanda, in caso contrario non si produrrà nessun cambiamento. Occorre recuperare un senso di responsabilità individuale; la società civile e le élites africane devono fare un passo avanti.
Vorrei portare un esempio: quando ero in Zimbabwe era normale che i prelievi di sangue dei bimbi venissero analizzati dopo quelli degli adulti; che la persona più importante ricevesse cure prima degli altri; che il medico pagato dal governo andasse a praticare privatamente da altre parti e noi occidentali coprissimo questa inefficienza. Certo che, se una società è impostata sul rispetto dell’autorità arbitraria, non ci saranno mai proteste o, se si verificano, saranno solo per ottenere l’alternanza al potere, mantenendo intatto un atteggiamento rapace di accaparramento delle risorse. Occorre essere adulti insieme. Ho l’impressione che la strada sia in salita.

 

Uno dei maggiori problemi della metropoli è legato allo smaltimento dei rifiuti, che a volte diventa la sola fonte di sostentamento per famiglie con redditi inesistenti. Che fare?
Il ricordo che ho io e le immagini trasmesse fino a noi, riportano enormi discariche fuori dalle capitali del Sud del mondo, con un via vai di camion carichi di rifiuti. Il problema dello smaltimento ovviamente non è affrontato nel Sud del mondo; non esiste una raccolta differenziata, ma un mercato informale dei materiali riciclabili e i più frequenti lavoratori in questo settore sono i bambini, esposti ai fattori di rischio più diversi e dannosi. Questa condizione non può terminare di colpo, né a Korogocho, né a Napoli. Può, però, esistere un controllo che riduca i danni, attraverso attività di informazione sui possibili pericoli, attività di microcredito e monitoraggio accompagnate da politiche adeguate, che garantiscano ai minori, prima di tutto, l’istruzione. Ma questi sono sogni: queste persone hanno tutto l’interesse a produrre un mercato di rivendita dei materiali recuperati e, credo, sia del tutto legittimo farlo. In Etiopia, l’acqua si trova dappertutto nelle bottigliette di plastica. Regali la bottiglietta al bambino che non va a scuola; lui la vende alla signora, o la dà a sua madre che, a sua volta, la rivende al mercato.

 

Può farci esempi di rischi per la salute più latenti nei grandi contesti urbani del Sud del mondo?
La bidonville di Gibuti, a Balbala, è tutta di metallo, senza un filo d’erba, con una temperatura micidiale. Ricordo questo cannone abbandonato, che puntava verso il nulla e sotto, all’interno del carro armato, vi era la casa di qualcuno. Oppure penso all’avvelenamento da piombo, legato soprattutto all’utilizzo di condutture e contenitori rivestiti di questo materiale, attraverso cui passano le acque. In Europa le relative sindromi sono scomparse, ma in Africa per queste patologie non si fa diagnosi. Ci sono talmente tanti fattori intorno che l’avvelenamento da piombo fra i rischi della salute passa in secondo piano. Si muore prima di altre malattie a decorso più veloce. Il problema ormai è la plastica. Berbera, prima della guerra di Siad Barre, era circondata da boschi di acacie. Quando ero lì, acacie non ce n’erano più: restava solo un deserto di pietra con monconi di alberi e chilometri di brandelli di sacchetti di plastica. Il sistema era collassato e i frammenti di plastica svolazzavano ovunque, a meno che non finissero rosicchiati dalle capre.

 

Parliamo di cure: da medico, come valuta il ricorso ai sistemi tradizionali?
Occorre usare buon senso e scienza. Ho visto molti bimbi morire per il ritardo dovuto al ricorso alla medicina tradizionale. Con questo non la voglio denigrare, mi rifaccio alle teorie di Axelle Kabou, scrittrice camerunense. Nei paesi africani si sono sviluppate cure tradizionali perché non vi erano altri modi di curarsi, come succedeva da noi. Il grosso guaio però è che, al di là del fare bene o male, quando non serve, ritarda l’accesso al trattamento medico utile. Il pericolo maggiore è il ricorso allo spiritismo. In Zimbabwe c’era una tradizione: ai neonati, creduti vittime di maledizione, si facevano ingerire foglie. Ebbene, non erano pochi i bimbi morti di soffocamento. Ricordo un bimbo, nato sanissimo, morto il giorno dopo. All’esame autoptico, nel cavo orale, trovai del vegetale.

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