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Riabilitarsi insieme

Valeria Pecchioni

Chi arriva ad Addis Abeba non può che rimanere colpito dal gran numero di disabili che chiedono l’elemosina ai semafori della capitale, esibendo le loro menomazioni per ottenere pochi soldi. Si stima che ci siano almeno sette milioni di persone disabili in Etiopia, e il 60% di queste risulta disoccupata. Stime più precise sono difficili, dato che la disabilità viene spesso nascosta. Purtroppo, sono spesso le famiglie stesse e i vicini a stigmatizzare fortemente la persona disabile, come punita da Dio o naturalmente inferiore. I genitori considerano un figlio disabile una vergogna e un peso, anche economico, per la famiglia. Mentre gli adulti con problemi mentali vengono abbandonati per strada dai parenti e spogliati, in segno di riconoscimento.
La discriminazione è altissima, fin dai primi anni in casa, ma anche a scuola da parte di insegnanti e compagni. “Siete stupidi? Anche una sorda sa rispondere a questa domanda”. Questo fu il commento rivolto alla classe da parte dell’insegnante, dopo che Aynalem aveva risposto correttamente. L’umiliazione fu così grande che da quel giorno Aynalem decise di non partecipare mai più attivamente alla vita della classe. La persona disabile viene spesso considerata incapace di relazionarsi, avere amici, studiare, lavorare, sposarsi, fare figli, avere insomma, una vita normale. E questo atteggiamento di emarginazione spesso opprime, alza barriere sempre più invalicabili e rende il disabile veramente incapace di interagire col resto del mondo.
Esistono per fortuna però persone di grande forza morale che in questo contesto riescono a far diventare la loro disabilità un’opportunità. Come Yetnebersh, una ragazza non vedente, nata nella campagna etiope. Oggi è una donna di successo. Ha un master universitario, un ottimo lavoro e rappresenta le donne etiopi nei contesti internazionali. Oppure come Tesfaye che ha appena ricevuto la sua nuova protesi all’Arba Minch Rehabilitation Centre e che si allena a camminare appoggiandosi alle parallele. Ha 12 anni ed ha affrontato con sua mamma un lungo viaggio per raggiungere il centro. Adesso inizia la fase più difficile: imparare ad usare la protesi che gli permetterà di muoversi, studiare, trovare un lavoro e vivere in maniera indipendente.
La Riabilitazione su Base Comunitaria rappresenta un approccio alternativo a quello istituzionale. Parte dal presupposto che la comunità deve essere direttamente coinvolta nel processo riabilitativo. La strategia di riabilitazione su base comunitaria (CBR - Community Based Rehabilitation), nata dall’Oms negli anni ’80, è stata rielaborata nel 1994 da Ilo, Oms e Unesco con un approccio multidisciplinare. Tale concetto enfatizza la partecipazione e il coinvolgimento diretto delle comunità per creare un atteggiamento positivo nei confronti delle persone disabili, fornire loro la necessaria assistenza, e indurre i cambiamenti necessari nell’ambiente e nella fornitura dei servizi riabilitativi. I programmi di riabilitazione comunitaria impegnano giovani e volontari a lavorare con le persone disabili, le loro famiglie e le loro comunità, per un reinserimento nella vita sociale, economica e politica.
Nelle baraccopoli di Addis Abeba, come nelle campagne attorno a Lalibela, nei dintorni di Gondar e Jimma, uomini e donne lavorano per insegnare ai bambini non vedenti a leggere in braille, per far fare gli esercizi fisioterapici a chi ha problemi motori, per avviare ad una professione gli adulti ed accompagnare all’educazione primaria i bambini, per sensibilizzare le comunità sul tema della disabilità e mobilitarle in attività di prevenzione ed inclusione sociale. I programmi di riabilitazione comunitaria sostengono anche le associazioni di persone disabili, perché siano protagoniste del cambiamento e si diano da fare in prima persona per tutelare i propri diritti.
Sebbene infatti il quadro istituzionale preveda la fornitura di servizi per le persone disabili, diversi documenti ribadiscano l’impegno del governo a venire incontro ai bisogni sociali ed economici dei settori più vulnerabili della società, di fatto da soli tre anni esiste una laurea in fisioterapia e a molti bambini disabili viene vietato l’accesso alle scuole e molti adulti restano disoccupati a causa della loro disabilità. Nonostante le politiche nei confronti delle persone disabili in Etiopia siano chiare e all’avanguardia sulla carta, restano poi inattuate nella realtà: non esistono strutture statali dove vengano offerti servizi di riabilitazione e vengano impiegati specialisti; gli insegnanti non hanno la formazione e gli strumenti necessari per inserire nelle classi i bambini disabili e tutto l’insegnamento, le valutazioni, non tengono conto delle diversità nelle modalità di apprendimento; le amministrazioni pubbliche non sono accessibili e i servizi sociali inesistenti.
Proprio perché risolvere questi problemi non è semplice, il lavoro di riabilitazione su base comunitaria è duro, complesso e richiede tempi lunghi, ma è condotto con dedizione e passione. Mira a rendere i disabili i primi fautori del cambiamento: “Nothing about us, without us!” (Niente riguardo a noi, senza di noi). Vuole abbattere le barriere strutturali, sociali e culturali che ancora emarginano chi ha una disabilità.
Vuole ridare speranza e costruire opportunità concrete per le persone portatrici di handicap e le loro famiglie. Insegna a tutti che “disabilità” non significa “inabilità”.
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