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La riabilitazione comunitaria

Tigabu Gebremedhin

La maggior parte dei professionisti sanitari, dell’istruzione e dello sviluppo vive ad Addis Abeba città, mentre l’84% della popolazione vive in ambiente rurale e sub-urbano. Questa la distribuzione delle risorse umane in Etiopia. Diverse sono le pratiche intraprese in Etiopia nella lotta all’emarginazione dei disabili. La data della svolta è il 1994, anno in cui la disabilità diviene effettivamente tema di interventi più consistenti. Prima la riabilitazione veniva intrapresa da istituzioni capaci di rispondere ai bisogni di meno dell’1% dei disabili. Queste istituzioni non avevano le necessarie risorse umane, materiali e finanziarie, in quanto né il governo né i partner internazionali davano sufficiente attenzione alle questioni relative alla disabilità. La Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC) è una strategia attuabile all’interno dei processi di sviluppo di una comunità, organizzando la riabilitazione e garantendo l’uguaglianza delle opportunità e l’integrazione sociale di tutte le persone con disabilità. È attuata attraverso l’insieme degli sforzi delle stesse persone disabili, dei loro familiari e delle comunità, e attraverso adeguati servizi sanitari, educativi, professionali e sociali. L’inserimento del tema della disabilità all’interno del più ampio sviluppo comunitario, cui partecipano tutti gli attori sociali, si propone appunto l’obiettivo di integrare il disabile nella comunità e non farne l’obiettivo di un intervento separato, specifico, retaggio di un approccio medicale e caritatevole. L’obiettivo diventa dunque quello di sensibilizzare la famiglia, i vicini, il quartiere o il villaggio, l’intera comunità: solo così l’individuo disabile può essere percepito come parte di un sistema più ampio, all’interno del quale può trovare una collocazione. Fra i responsabili dell’emarginazione vi sono gli operatori sanitari, le famiglie, ma soprattutto le politiche culturali ed economiche. Ad Addis Abeba molti avvicinano i disabili come puro atto di generosità, come elemosina, spinti dai propri valori religiosi. È ora che questo atto di generosità si trasformi in integrazione reale, come obiettivo politico generale e si abbandoni, da subito, l’atteggiamento caritatevole, che ha come effetto collaterale quello di produrre passività: esso ha distrutto l’amore, la resistenza, le aspirazioni, l’ottimismo della comunità e dei singoli individui, dunque bisogna sin da ora evitarlo e sostituirlo con un intervento olistico allo sviluppo. La disabilità non è più un oggetto di carità, ma un problema di sviluppo. Dopo 14 anni di impegno in progetti di Riabilitazione Comunitaria, è stato coinvolto il 18% del territorio etiope. Il tempo è infatti la variabile più importante. Per stabilire la fiducia reciproca con le famiglie, abituate alla carità materiale, sono in genere necessari dai 6 agli 8 mesi. Sono venuti medici professionisti e non hanno risolto niente, cosa volete fare voi che non avete nulla, ci dicevano. E le stesse autorità governative sono state le più difficili da convincere. Se non portate l’acqua o le strade, le risorse finanziarie insomma, lasciate stare. Dopo un grande sforzo comune, che ha richiesto anni, adesso sono ottimista. Abbiamo raggiunto l’obiettivo più importante, quello di aver convinto le famiglie ad accettare i propri figli disabili. Un lavoro lungo che parte dalle aspettative che le stesse famiglie possono avere da questi progetti, e sui conseguenti vantaggi sociali. Sul piano istituzionale invece, benché il termine Riabilitazione Comunitaria non sia ancora ufficialmente entrato nel linguaggio governativo, nei fatti sono stati fatti moltissimi passi avanti. Sono oltre 30.000 gli operatori impegnati in progetti di CBR, formati grazie a contributi del ministero dello Sviluppo Economico e di quello dell’Educazione. La presa di coscienza è un processo lungo, non scontato, che si fonda sulla fiducia in questo nuovo approccio. La riconsiderazione del ruolo sociale dei disabili necessita di un cambio di mentalità che deve partire innanzitutto dalle persone cosiddette “abili” ed in primis dai soggetti coinvolti nella sensibilizzazione. Considerare la disabilità, ai suoi diversi livelli, come una questione intimamente legata con le relazioni sociali e dunque destinata a cambiare al mutare di queste, e non, come spesso avviene, una situazione psico-fisica cristallizzata e immodificabile, è la sfida sulla quale la Riabilitazione su Base Comunitaria si fonda.

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