Approfondimenti
DarFur: mandato di arresto per il presidente del Sudan
Giancarla Codrignani
Un altro rapimento. Non è la prima volta che le Ong, laiche o religiose, vengono colpite da ritorsioni: spesso finisce bene, anche se le vittime debbono subire situazioni di rischio. Tuttavia in Sudan non si tratta di un caso come altri, anche se l’emozione per il coinvolgimento italiano non ha riaperto il circo mediatico del giornalismo allarmistico. Chissà perché.
La crisi economico-finanziaria sta dimostrando che non riusciamo a comprendere la generalizzazione che, per ogni problema, domina nella modernità globalizzata: neppure i governi arrivano ad evitare le operazioni autoreferenziali che rivelano insieme egoismo e insipienza. Infatti, non è particolarmente pregevole neppure la decisione dell’Unione europea di negare aiuto economico ai paesi dell’Est: non si tratta di arrendersi alla presunta necessità delle “due velocità”, bensì di pensare che, per esempio, la nostra Unicredit è esposta in Kazakistan.Coerentemente con l’egoismo internazionale è tornata a scomparire dai nostri media l’Africa. Anche qui, escludendo la logica della solidarietà assistenziale, non si capisce abbastanza che, arretrati o avanzati che siamo, viviamo in un solo mondo con interessi comuni. L’Africa, infatti, cerca forme proprie di democrazia, noi mettiamo in crisi le nostre...
Esiste un dovere umanitario?
Interessante, in questo contesto, il recente intervento del Tribunale penale internazionale nei confronti del dittatore del Sudan, con un “mandato di arresto” per il reato di “genocidio” in Darfur: con qualche eccesso di severità critica possiamo dire che è passata la linea del sì alla giustizia “penale”, no a quella sostanziale.Tuttavia non possiamo cavarcela con i paradossi: quando ci sono le denunce dell’Onu, i tribunali “debbono” dare giustizia. Soprattutto nei confronti delle dittature. Ma quando Al-Bashir attacca la sentenza (“l’ordine di arrestarmi ve lo potete bere in un bicchier d’acqua”), minaccia l’espulsione dei diplomatici occidentali e attua quella delle Ong internazionali, come reagire? E se chi non cede al dovere umanitario di guarire i malati, come Medici senza frontiere, viene rapito, che si fa?
Molti degli attuali problemi, anche formali, nascono dalla stessa Carta delle Nazioni Unite che, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, per volontà delle due grandi potenze (Usa e Unione sovietica), subì il rinvio sine die dell’attuazione di quella forza di polizia internazionale che, prevista dal cap. VI, doveva prevenire le violazioni.
Due pesi e due misure
Non è andata così e proprio le dichiarazioni, che vorrebbero essere non più solo “di principio” ma operative, possono fallire i propri fini. Intanto, nel caso Darfur, esiste un rispetto dovuto alla sovranità? In Sudan la democrazia è calpestata, ma lo è anche in Zimbabwe, dove nessuno dice di arrestare Mugabe. Per non parlare della Somalia, dove non si saprebbe neppure a chi indirizzare le condanne.Poi i precedenti: in sei anni di crisi permanente in Darfur, le Nazioni Unite hanno adottato risoluzioni sempre disprezzate da Al-Bashir. Dopo gli accordi di pace del 2006 che prevedevano l’intervento di una forza di pace Onu, il governo sudanese ne ha vietato l’ingresso e, l’anno dopo, ha negato il visto a una delegazione del Consiglio dei diritti umani deliberata dopo la Sessione speciale sul Darfur del 2006. Analogamente, dopo una precedente risoluzione che vietava i voli offensivi sulla regione, non sono mancati attacchi aerei con bombardamenti sulla popolazione civile. Con i despoti, come si vede, le risoluzioni non producono grandi risultati e l’Onu ha fatto ricorso al Tribunale penale internazionale, come atto dovuto di fronte alla gravità della situazione.
Il Sudan, nella persona del suo presidente, ha senza dubbio piena responsabilità di una tragedia che ha prodotto in sei anni 300.000 morti; ma la comunità internazionale ha un’innocenza relativa: anche Cina e Russia hanno violato - come è da sempre buona tradizione dei paesi del Nord del mondo - l’embargo dell’Onu vendendo armi al dittatore.
Le intese per una pacificazione
Il conflitto in Darfur aveva preso inizio nel 2003 per protesta nei confronti del governo centrale da cui la regione si sentiva abbandonata. Divenne sanguinoso perché Khartoum sosteneva i miliziani arabi Janjaweed contro i ribelli, provocando esiti tragici e l’impossibilità di trattativa. Oggi i gruppi ribelli hanno il maggior rappresentante nel Movimento per la giustizia e l’uguaglianza, che ha esteso la sua influenza alla vicina e petrolifera regione del Kordofan. Anche se restano i dissidi di leadership con l’Esercito di liberazione sudanese, non sono mancate intese per una pacificazione, sostenute anche dal mondo arabo, timoroso delle dissidenze in una zona che, appunto, si vuole mantenere araba. Per l’ultima volta il 17 febbraio di quest’anno a Doha, in Qatar, si è recuperata un’intesa fra le parti per fermare i combattimenti, ma si sospetta che si sia trattato di un espediente per evitare l’incriminazione di Al-Bashir.Infatti, proprio mentre stracciava la condanna del Tribunale e annunciava le espulsioni, il presidente ha anche invitato i ribelli a deporre le ostilità: “Non c’è ragione di imbracciare le armi; le vostre rivendicazioni possono essere soddisfatte e il vostro paese è troppo prezioso per essere venduto per qualche dollaro”. Se il mondo occidentale pensa che questo non sia democratico, si troveranno altri mezzi convincenti: il “rapimento” dei quattro medici prontamente liberati senza riscatto si inserisce nel quadro.
Il “colpo di spada vibrato nell’acqua”
Come dice il giurista Antonio Cassese, il procuratore generale del Tpi poteva emettere un mandato di comparizione invece di un ordine di arresto, evitando “il colpo di spada vibrato nell’acqua”. Infatti, le prospettive di una cessazione dei crimini sono diventate più difficili e il pericolo di altri contagi meno improbabile. Data la sua esperienza sul campo, l’opinione di Cassese non va sottovalutata, anche se un’altra scuola di pensiero, condivisa da Emma Bonino, si contrappone ad essa: il processo a Milosevic, a suo giudizio, ha dimostrato quanto sia positiva l’affermazione giuridica dei principi; pertanto bene ha fatto la Corte a cercare di portare a L’Aja il tiranno Bashir con il suo carico di imputazioni, per dare giustizia a un popolo che va liberato dalla guerra.Non va sottovalutato che il Tribunale penale internazionale ha in agenda anche i casi di Congo, Uganda e Repubblica Centrale Africana: anche se le denunce vengono dai paesi stessi (e non, come per il Darfur, dal Consiglio di sicurezza dell’Onu), ciò può alimentare - lo sostiene una voce non sospetta, quella dell’ex-arcivescovo Desmond Tutu - sospetti di parzialità degli occidentali nei confronti dell’Africa. Infatti, quando nel luglio dello scorso anno il procuratore generale Luis Moreno Ocampo fece intendere di voler procedere all’arresto di Bashir, l’Unione africana avanzò al Consiglio di sicurezza la richiesta di soprassedere. Gheddafi, che è stato nominato dal XII vertice dell’Ua presidente dell’Unione per l’anno in corso, sembra che, dopo la condanna, non abbia espresso alcun parere, anche perché i paesi moderati non lo hanno votato ed entrare nel merito di questioni che riguardano il mondo arabo inquieta anche lui.
Crimini contro l’umanità
Siccome, però, i crimini contro l’umanità esistono e da più di dieci anni è stata istituita la Corte penale internazionale, bisognerebbe dare una marcia in più alle possibilità per ora abbastanza astratte al “diritto di ingerenza umanitaria”. Da quando abbiamo sentito questo aggettivo applicato alla guerra (la “guerra umanitaria” di Bush), sentiamo un certo brivido al pronunciarlo anche per la giustizia; tuttavia bisognerà pure che il livello di civiltà delle relazioni internazionali arrivi a poter evitare i genocidi, le stragi e le violenze con metodi diversi dalle armi.La situazione, dunque, allo stato, è la più complessa che si possa immaginare. Difficile pensare a un colpo di Stato che possa imprigionare Bashir e condurlo in Europa. Il Tribunale resta in difficoltà perché appare impotente e si sente sminuito. Nel Consiglio di sicurezza il voto dipende dagli Stati Uniti, oggi poco interessati ad aprire nuove sfide, e dalla Cina, che ha interessi rilevanti in Africa e cerca di fare affari con i paesi forniti di risorse al cui rispetto dei diritti umani tiene come per quelli dei tibetani. Bashir potrebbe trovarsi più indisturbato di prima.
Resta la gente del Darfur. Non può non temere il peggioramento della situazione. L’Onu si è ancora una volta condannata al platonismo dei pronunciamenti che non trovano spazio politico. La cooperazione internazionale ha le porte chiuse e spera soltanto che i costi da pagare nelle missioni che restano non siano troppo onerosi. Anche noi abbiamo le mani legate perché le soluzioni di tutti i casi come quello sudanese (e non solo) hanno bisogno di politica, e mai come in questo momento la politica è infognata anche da noi nella palude della crisi.
E, come si diceva, torniamo a trascurare l’Africa.
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