Approfondimenti
IL DARFUR A QUATTRO VOCI
In Darfur il massacro è andato avanti nella benevola indifferenza del mondo. A muoversi con missioni nei campi profughi e interventi di solidarietà è stato Hollywood con le sue star, invece del Pentagono. È anche per questo che la situazione sta degenerando. Riportiamo una tavola rotonda sulla situazione politica e sociale del Darfur, alla quale hanno preso parte il giornalista Giuliano Ferrara, Lucio Caracciolo, direttore di Limes - rivista italiana di geopolitica, Federico Rampini, corrispondente dalla Cina del quotidiano “La Repubblica” e Giulio Albanese, missionario comboniano fondatore dell’agenzia stampa Misna.L’emergenza umanitaria
Ferrara. Il Darfur è una delle più grandi tragedie del nostro tempo. Negli ultimi sei anni ci sono stati 300mila morti e 2,5 milioni di profughi. Miseria, tragedia e disperazione sono indicibili e hanno generato una grande corrente di solidarietà in occidente. Quello del Darfur è un conflitto che si consuma tra bande di predoni arabo-islamiche e truppe paramilitari filo governative. Truppe che fanno capo ad Omar Al-Bashir, da circa 20 anni al potere in Sudan, prima in accordo e poi in conflitto con l’ideologo islamista Al Turabi, a lungo imprigionato a Port Sudan e in questi giorni liberato. Il mandato di cattura spiccato lo scorso 4 marzo dalla Corte penale internazionale non ha spaventato il leader sudanese che, per sfidare il diritto internazionale, ha espulso da molte località le Ong presenti, mobilitato l’esercito, liberato Al Turabi, cercato di compattare i suoi “alleati”, come Cina, Unione africana e Lega araba. Di fronte a una tale situazione, l’occidente dovrebbe intervenire. In Darfur il massacro è andato avanti nella benevola indifferenza del mondo. A muoversi con missioni nei campi profughi e interventi di solidarietà è stato Hollywood con le sue star, invece del Pentagono. È anche per questo che la situazione sta degenerando.Don Giulio Albanese. Quella del Darfur è un’emergenza umanitaria, una guerra spesso dimenticata rispetto ad altre aree di crisi. Tornando indietro con la moviola della storia, le responsabilità di Bashir risalgono al 1989, quando prese il potere attraverso un Golpe definito incruento, ma che di fatto servì per portare avanti in modo violento la guerra nelle regioni meridionali del Sudan. Fortunatamente, nel gennaio del 2005 quel conflitto si è risolto, ma si è aperto nel 2003 il conflitto del Darfur. Una guerra che ha una natura politica, legata alla noncuranza del governo centrale nell’amministrare il Darfur, ma anche economica, essendo una zona che galleggia sul petrolio e sugli idrocarburi. Nel paese si è creata negli ultimi anni una situazione di stallo: da una parte il movimento ribelle si è frantumato in tanti piccoli gruppi, dall’altra i Janjaweed, i famigerati “diavoli a cavallo” al soldo di Bashir, hanno continuato a tormentare la popolazione civile.
Caracciolo. Il governo americano ha paura che dalla situazione di stallo si passi ad una condizione ben peggiore, a una disintegrazione totale dello Stato sudanese e alla prolificazione del morbo Jihadista, che a Khartoum ha uno dei suoi epicentri geopolitici e ideologici. In realtà, gli americani preferiscono Bashir al caos, hanno paura di intervenire per timore di peggiorare una situazione che non saprebbero gestire. Inoltre, non hanno i mezzi per un intervento poiché gran parte delle loro forze armate sono dispiegate tra Iraq e Afghanistan.
Critiche al mandato di cattura
Ferrara. Nei campi profughi del Darfur sono a rischio decine di migliaia di vite: malattia, fame, sete e altre piaghe costituiscono un chiaro pericolo. Questo perché Bashir ha espulso le organizzazioni umanitarie, dalle quali dipende la vita delle persone che vivono nei campi. Bashir ad ogni modo, pur delegittimato sul piano internazionale, non verrà arrestato dall’esercito del suo paese perché comandato da lui. Da più parti si alzano voci critiche rispetto al mandato di arresto, richiesto alla Cpi da un procuratore generale argentino.Don Albanese. Pur credendo nel valore di un’istituzione come il Tribunale penale, mi chiedo fino a che punto sia opportuno spiccare un mandato di cattura internazionale nei confronti di un capo di Stato, in un momento in cui è in corso non solo un conflitto, ma soprattutto un’iniziativa diplomatica importante nel processo di pacificazione del Darfur. Infatti, qualche settimana fa a Doha c’è stato un primo accordo tra uno dei più influenti movimenti ribelli del Darfur e il governo di Khartoum. Il timore è che questo accordo possa saltare a causa dell’iniziativa della Cpi. Mi chiedo se sia giusto che la giustizia internazionale possa interferire nelle iniziative diplomatiche, quando è in gioco la sopravvivenza di migliaia di persone.
Caracciolo. La Cpi ha voluto surrogare la politica con una pseudo giustizia che può servire a placare le coscienze, ma è controproducente rispetto agli obiettivi politici che vengono proposti. Il procuratore che ha proposto il mandato di cattura può essere pericoloso, se sta usando strumentalmente un’istituzione giudiziaria permanente e di prestigio per farsi della pubblicità.
Il ruolo della Cina
Ferrara: I cinesi sono in Africa protettori di numerosi regimi politici, investono nel continente, sono amati dalle popolazioni locali, esportano manodopera, hanno una considerevole influenza. In Sudan giocano la carta della stabilizzazione e delle continuità del regime genocidi.Rampini: La Cina ha in Sudan un forte interesse economico. Ogni giorno un’ininterrotta colonna di petroliere cinesi si dirige verso Shangai, portando in Cina i due terzi del petrolio sudanese. La Cina ha una presenza militare strategica, una forte penetrazione politica, attira le simpatie dei dirigenti africani perché sostiene il principio di non interferenza negli affari politici interni di altri paesi. Fino allo scorso anno, quando l’economia era in crescita, l’interscambio tra Unione europea e Africa cresceva di circa il 3% all’anno. La Cina ha aumentato tale interscambio del 1000% in un decennio, determinando una sistematica penetrazione nel continente africano. Pertanto, la sua posizione rispetto al mandato di arresto di Bashir è coerente con i suoi interessi economici, strategici e politici.
Una soluzione diplomatica?
Don Albanese: Da parte della diplomazia internazionale non c’è stata sufficiente volontà politica di risolvere questa questione. Vi sono state delle iniziative, come il dislocamento di una forza di interposizione sotto l’egida di Onu e Unione africana. Ma di fatto Bashir, pur affermando di volere la pace, non è mai passato dalle buone intenzioni ai fatti. Va riaffermato il ruolo della diplomazia, perché alla base di questi conflitti sono sempre presenti interessi più o meno occulti. Guardando la geopolitica africana, penso a ciò che affermava nell’800 l’economista francese Frédéric Bastiat, in riferimento all’Europa: “Dove non passano le merci, passano gli eserciti”. Se questo era vero per l’Europa, è altrettanto vero per l’Africa odierna, dove le materie prime sono un business che alimenta ingordigia, interessi e violenza.Il Corno d’Africa sta diventando la linea di faglia tra oriente ed occidente. Secondo alcuni osservatori, i fatti che hanno scosso il versante mediorientale nel ‘900 rischiano di riproporsi in maniera anche più cruenta sul territorio africano. Per questo sarebbe fondamentale un intervento della comunità internazionale e delle forze diplomatiche. Affiancato da un coinvolgimento della Cina, che ha molta influenza sui territori sudanesi.
Ferrara: Nei campi profughi molti pronunciano il nome di Obama, un nero che viene dall’Africa, uomo simbolo di speranza e di liberazione. Secondo il Times, Obama dovrebbe fare pressione sugli alleati dell’America, per sostenere con truppe ed equipaggiamenti le forze di pace dell’Onu; dovrebbe incoraggiare la Cina a non consegnare armi a Bashir e invitare i propri alleati a piegarsi al mandato di arresto della Cpi.
Rampini: Obama ha ereditato troppe emergenze da gestire e la crisi in Darfur non è in cima alla lista delle sue priorità. Ma fondamentale sarebbe riuscire a coinvolgere la Cina, il paese che ha in assoluto più influenza in Sudan, come acquirente di petrolio e venditore di armi. Probabilmente non si allontanerebbe da Bashir, ma potrebbe fare pressioni ed influenzare la classe dirigente attuale in Sudan.
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