Approfondimenti
Sempre più forte la presenza cinese in Africa
Francesca Quartieri
Il Darfur continua ad essere teatro di un conflitto che dal febbraio del 2003 ha provocato oltre 300 mila morti. Una guerra civile della quale non si intravede la fine. Le responsabilità interaziendali. Le armi e gli affari di Russia e Cina.
Human Rights First, organizzazione no profit statunitense che si batte per i diritti umani (www.humanrightsfirst.org), denuncia nel suo rapporto, “Investing in tragedy – China’s money, arms and politics in Sudan” (N.d.R. Investire nella tragedia - I soldi della Cina, le armi e la politica in Sudan) - (2008), la fornitura da parte di Pechino del 90% delle armi leggere acquistate dal Sudan e usate nella guerra del Darfur. Nel rapporto viene illustrato come non sia possibile comprendere per quale motivo le sofferenze del Darfur si siano prolungate così a lungo senza comprendere in che modo la Cina sia profondamente legata al governo sudanese e in che modo questo legame si sia trasformato in supporto alla guerra in Darfur. La Cina è il maggior partner economico del Sudan (ricevendo il 75% delle sue esportazioni) ed è molto attiva nel paese africano realizzando pozzi petroliferi, oleodotti, raffinerie, ma anche strade e strutture portuali.In particolare, per quel che concerne le enormi riserve di petrolio del Sudan, il rapporto di HRF sottolinea come la maggior parte siano controllate proprio dalla Cina: nove su dieci petroliere che salpano dal Sudan sono dirette in un porto cinese, mentre la Cina gode dei maggiori diritti su 8 dei 9 pozzi petroliferi con le riserve più significative del paese africano. L’interesse della Cina per il petrolio sudanese è facilmente spiegabile in quanto Pechino ogni giorno necessita di 6,6 milioni di barili di petrolio per il suo riscaldamento e l’illuminazione e, quindi, è costretta a cercare risorse energetiche al di fuori dei suoi confini.
Human Rights First denuncia come il Sudan paghi con il petrolio le forniture militari provenienti da Cina, Iran e Russia. Storicamente la Russia è stata il principale fornitore di armi in Sudan avendo importato nel paese i tre quarti dell’attuale arsenale militare di armi pesanti. Tuttavia HRF sottolinea come la vendita di armi in Sudan da parte della Cina abbia aumentato la capacità di Khartoum di combattere nel Darfur.
In base ai dati forniti da HRF, tra il 1999 e il 2005 (periodo che include l’inizio e l’escalation della crisi del Darfur), il Sudan ha aumentato l’acquisto di armi leggere di ben 680 volte. Tra il 2003 e il 2006, la Cina ha venduto oltre 55 milioni di dollari in armi leggere al Sudan e osservatori presenti nel Darfur hanno testimoniato la presenza in questa regione di armi cinesi, comprese granate e munizioni. Tutto questo nonostante due risoluzioni di embargo militare (2004 e 2005) imposto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Anche Amnesty International nel suo rapporto “Sangue al crocevia. Perché occorre un trattato globale sul commercio di armi” (2008), denuncia la Cina e la Russia come i principali fornitori di armi convenzionali per il Sudan: la prima perché vende la maggior parte delle armi e munizioni, la seconda perché trasferisce elicotteri a uso militare e aerei da bombardamento. Amnesty International, inoltre, sottolinea come tali forniture militari siano utilizzate dall’esercito sudanese per compiere gravi violazioni dei diritti umani nel Darfur.
Ed ora che Omar Al-Bashir è stato condannato dalla Corte penale internazionale de L’Aja, qual’è la posizione della Cina? Il governo di Pechino ha esortato il Tribunale a bloccare il mandato di arresto per Bashir (accusato di crimini di guerra e contro l’umanità in Darfur) esprimendo il suo “rammarico e preoccupazione” che possa aggravarsi la crisi in atto nel Darfur.
Non possiamo sapere quanto sia profonda la preoccupazione cinese per la crisi umanitaria in atto, ma possiamo riflettere sul fatto che Pechino ha speso milioni di dollari nel costruire infrastrutture energetiche in Sudan e che la Cina avrebbe molto da perdere (i suoi dipendenti presso i giacimenti di petrolio potrebbero essere attaccati, i suoi gasdotti esplodere e i suoi serbatoi di petrolio bruciare). Infatti, molte delle strutture petrolifere cinesi sono nelle aree al confine, direttamente a cavallo della linea di frontiera del conflitto.
Forse ciò che auspica la Cina è ciò di cui necessita ogni Stato in pieno sviluppo economico, e cioè stabilità dei mercati e garanzia che i suoi investimenti siano salvi.
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