America latina e politica
Cristiano Colombi
Nel pieno delle crisi globali, i movimenti di base latinoamericani continuano a decidere l’esito del voto, un’onda lunga iniziata da oltre tre anni…
Il 15 marzo 2009 in El Salvador è già una data storica. Segna l’elezione del primo presidente di sinistra nella storia del paese. Mauricio Funes è stato capace di risvegliare la base sociale – composta in gran parte dalle comunità contadine e dalle famiglie operaie che appoggiarono la guerriglia degli anni ’80 – attorno a posizioni forti come il diritto alla salute, all’educazione e all’acqua per tutti, pur mantenendo dei compromessi necessari, quali il rispetto dei trattati internazionali e l’alleanza con gli Usa. Con le elezioni salvadoregne si può dire che la rivoluzione del voto, che ha cambiato la politica dell’America latina negli ultimi anni, ha risalito il continente da Sud a Nord e ha coinvolto il Centro America. Gli Stati non governati da forze di sinistra o centro-sinistra sono ormai una sparuta minoranza, con solo due “grandi”, Messico e Colombia, che pure vivono una situazione interna molto particolare. Si tratta di una maggioranza eterogenea, che in parte ha già tradito alcune attese, ma che si trova unita su una scelta strategica: l’integrazione latinoamericana. E proprio grazie ad uno spirito di unità ha dimostrato di poter far fronte comune in alcune occasioni importanti, come lo scorso settembre durante i tentativi di destabilizzare la Bolivia dopo il referendum plebiscitario che aveva confermato Morales alla presidenza. Occorrerà attendere le mosse della nuova amministrazione Usa per capire se il nuovo assetto avrà campo libero. In ogni caso nei prossimi mesi Obama sarà ancora impegnato ad affrontare la crisi economica interna e sembra mantenere l’attenzione geopolitica sulle questioni mediorientali e sull’Africa.Se son rose fioriranno...
L’idea guida del gruppo più radicale di forze politiche oggi al potere, sintetizzata con il termine di “socialismo del XXI secolo”, può essere considerata una via latinoamericana al socialismo, perché fotografa una caratteristica che accomuna molte società del continente, anche se diverse tra loro. Si tratta di un’intuizione fondamentale: non rinunciare alla proprietà privata dei mezzi di produzione e al mercato, ma renderli accessibili agli strati popolari attraverso l’autogestione. Queste parole suonerebbero in Europa come un velleitario ritorno al socialismo utopistico dei primi dell’800, ma in America latina indicano le esperienze concrete e attuali dell’economia solidale. Un sottobosco di micro attività: cooperative di credito, banche comunitarie, cooperative artigiane, fabbriche recuperate, radio e televisioni popolari, orti comunitari, ecc. Nate come risposta dei piccoli alle crisi macroeconomiche degli Stati latinoamericani, iniziate nel 1981 con la crisi del debito in Messico e accentuate con le sciagurate politiche neoliberiste degli anni ’90. Sono il frutto del paziente lavoro di base delle associazioni civili, di quelle esperienze che hanno provato ad agire nel locale con una visione dei problemi globali. Coloro che, persa la scommessa della rivoluzione sociale dopo le lotte armate o del cambiamento democratico dopo le dittature, si sono rimboccati le maniche e hanno provato a realizzare nel concreto i propri ideali. Sono le esperienze che uniscono i poveri e gli esclusi in contesti profondamente diversi, come i contadini senza terra, gli indigeni, gli abitanti delle baraccopoli, i profughi, i disoccupati, le donne, i ragazzi di strada, ecc. Si tratta di un nuovo modo di vivere la partecipazione e la democrazia, risultato dell’elaborazione degli sconfitti, che oggi forse hanno la possibilità di contare e che parlano al Nord della disgregazione sociale come ad un sordo.... ma non sono tutte rose
Il rapporto tra il potere politico e questa spinta ideale e di esperienze, che è il vero motore del cambiamento latinoamericano, non è facile. Sono molte, in realtà, le delusioni che si sono già accumulate in pochi anni. Il principe del paradosso è probabilmente Ignacio Lula da Silva: originario del Nord-Est, la regione storicamente più povera del Brasile, operaio, considerato dai movimenti sociali “uno di loro”, conquistata la presidenza si è sottomesso agli interessi economici nazionali, alleandosi con latifondisti e gruppi imprenditoriali, con le famiglie che da sempre governano molti Stati federati dell’immenso Brasile. Concluso il primo mandato, al ballottaggio delle nuove elezioni, di fronte alla prospettiva di una presidenza di destra, i movimenti sociali hanno riconfermato il loro sostegno con una campagna porta a porta di mobilitazione elettorale. Hanno avuto il merito della riconferma, ma Lula non ha cambiato (o non ha potuto cambiare) la sua politica. E così, a metà del secondo mandato, la riforma della terra è ancora da realizzare, mentre con il Piano di Accelerazione della Crescita si moltiplicano i progetti federali di industrializzazione in tutti i settori, a beneficio dei grandi gruppi economici. Lula mantiene un vasto consenso popolare, in parte per una credibilità personale che spesso ha superato quella del suo governo, ma soprattutto per una politica populista di ripartizione di aiuti economici a pioggia.In crisi di consenso, sono altre le delusioni latinoamericane, come le due presidenti donne di Cile e Argentina. La cilena Bachelet ha continuato la serie di governi della Concertación, l’alleanza tra democratici cristiani e socialisti che ha preso in mano il paese dal 1990, dopo la fine della dittatura di Pinochet. Oltre 18 anni di potere ininterrotto, senza la reale capacità di completare la transizione democratica incidendo nelle strutture politiche ed economiche, hanno logorato i partiti, i loro dirigenti, e allontanato la base. Gli scontri con studenti e professori sulla riforma dell’istruzione e l’irrisolta questione indigena con il popolo Mapuche sono gli emblemi di un calo di consensi. E molto probabilmente alle prossime elezioni il paese sarà consegnato a uno degli imprenditori che hanno costruito il proprio impero avvantaggiandosi delle riforme economiche della dittatura: Sebastián Piñera, proprietario della compagnia aerea di bandiera, della televisione privata più potente del paese, della squadra di calcio più seguita…
In Argentina, Cristina Fernandez non ha vita facile come il suo predecessore, il marito Nestor Kirchner, dopo essersi impelagata in un conflitto senza fine con gli agricoltori e i contadini delle zone interne del paese, in lotta col governo da oltre un anno contro il provvedimento che aumenterebbe le tasse sulle esportazioni agricole. Risorse necessarie per finanziare gli aiuti economici alle famiglie che, con buona dose di populismo, dovrebbero invece garantire il consenso alla Fernandez. Così, per tentare di evitare il tracollo, sono state anticipate le elezioni al prossimo giugno, sperando di essere ancora in tempo per restare in sella.
Più a Nord, in Ecuador, una vicenda apparentemente piccola ha messo in luce problemi anche per il presidente Correa. Dopo aver realizzato la promessa di una fase costituente, che ha prodotto una nuova costituzione con il contributo di molti settori sociali (in cui si riconosce, ad esempio, il diritto all’acqua), il nuovo governo si è lentamente allontanato dall’ala ecologista, più legata ai movimenti di base. Le dimissioni di Alberto Acosta, prima come ministro dell’Energia e poi come presidente dell’Assemblea costituente, erano il segno di una scelta politica netta. Ma lo scorso marzo il governo ha trovato sul suo cammino la buccia di banana di Acción Ecologica, la più autorevole Ong ambientalista del paese. Con una mossa avventata aveva ritirato la personalità giuridica all’associazione, scatenando una campagna di protesta che si è trasformata in pochi giorni in un plebiscito. Il governo ha dovuto fare marcia indietro, mettendo però nero su bianco la perdita di un bel pezzo di consenso della società civile.
Anche in altri casi le organizzazioni popolari lanciano segnali di dissenso nei confronti dei presidenti della nuova sinistra latinoamericana, spesso denunciando comportamenti personalistici o accordi con le élite economiche. A questo controllo non sfuggono lo stesso Chavez in Venezuela, che ha dovuto faticare un anno prima di far approvare il referendum costituzionale che cancella il limite alla rieleggibilità del presidente, o Ortega in Nicaragua che, dopo aver riportato i sandinisti alla vittoria nelle elezioni, affronta oggi le dure critiche di una parte consistente della sua base. Sono segnali di un’attenzione ai fatti che viene prima dell’adesione ideologica alle idee. Sono la dimostrazione che il movimento continua.
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