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L’altra voce dell’Iran

A trent’anni dalla rivoluzione islamica

Bianca Maria Filippini

Contro un quadro giuridico restrittivo e una pratica sociale patriarcale, in Iran si è sviluppato un movimento femminile in cui donne di varia estrazione stanno gettando i semi di una “rivoluzione nella condizione della donna”.

Si è da poco conclusa a Udine, in occasione della Festa della donna, la manifestazione “Rosa di Persia”, cui hanno partecipato alcune delle donne più interessanti del panorama culturale iraniano. In un affascinante percorso di proiezioni cinematografiche, mostre fotografiche, reading e dibattiti, si è avuto modo di ascoltare “l’altra” voce dell’Iran, cui solitamente non è dato di prestare attenzione. È una voce delicata e possente insieme, che nell’arte ha trovato la sua sublimazione. Che scelga il linguaggio della scrittura o delle immagini, essa ha il potere di continuare a risuonare forte come un grido di libertà.
Il movimento femminile
È a questa voce che bisogna prestare orecchio per tentare di comprendere lo spirito di un paese inquieto, dibattuto tra ansia di libertà e orgoglio nazionale. Le donne iraniane – pur con i toni morbidi che contraddistinguono da sempre il linguaggio della cultura persiana, impregnata di simbolismo – combattono una lotta aperta nel campo dei diritti civili, soprattutto in materia di divorzio e affidamento dei figli. Contro un quadro giuridico restrittivo e una pratica sociale patriarcale, in Iran si è sviluppato un movimento femminile in cui donne di varia estrazione stanno gettando i semi di una “rivoluzione nella condizione della donna”, per dirla con le parole di Felicetta Ferraro (già addetta culturale dell’Ambasciata italiana in Iran).
Paradossalmente, proprio grazie alla Rivoluzione del 1979 – cui le donne presero parte attiva – e all’islamizzazione imposta con la creazione della Repubblica islamica, le iraniane dei ceti sociali più bassi hanno avuto accesso alle scuole e agli altri ambiti della vita sociale. L’imposizione dello hejab nei luoghi pubblici ha funzionato come una sorta di “salvacondotto” grazie al quale le ragazze delle famiglie tradizionali e religiose furono autorizzate a uscire dalle loro case salvaguardando il proprio onore. Molte di queste giovani provenivano dalle aree rurali il cui sviluppo economico fu posto dalla Repubblica islamica come una delle priorità della rivoluzione.
Attualmente le donne iraniane rappresentano il 64% delle matricole universitarie e il 70% della popolazione studentesca iscritta a facoltà scientifiche. Tali numeri devono aver impressionato lo stesso governo che circa un anno fa ha proposto l’introduzione di “quote azzurre” per l’iscrizione universitaria.
Come ha tenuto a sottolineare l’avvocatessa Giti Purfazel in occasione della manifestazione di Udine, sono proprio queste ragazze, che hanno “assaltato” le scuole di specializzazione universitaria avviandosi su un cammino di indipendenza economica, a rivoluzionare le fondamenta della famiglia tradizionalmente intesa.
La presenza sempre più massiccia delle donne iraniane nel mondo del lavoro, della cultura, dell’arte e, in misura più limitata, della politica è garantita anche dal ridotto tasso di natalità, drasticamente in calo rispetto al periodo post-rivoluzionario.
Le nuove generazioni
La popolazione iraniana è composta per 2/3 da giovani al di sotto dei 30 anni, la cui scolarizzazione sfiora il 90%. Sono loro il cuore pulsante di un paese in profondo fermento. Questi giovani che, pur non avendo vissuto la spinta ideologica della rivoluzione e le sofferenze della sciagurata guerra contro l’Iraq, hanno accolto con entusiasmo l’ondata di riforme khatamiane, si ritrovano ora a dover vivere un periodo di difficile transizione politica, aggravata da una crisi economica che offusca il loro futuro. Le nuove generazioni iraniane premono per partecipare a pieno titolo ai processi di modernizzazione e globalizzazione, sfruttando tutti i canali a loro disposizione, dalla tecnologia satellitare al web di cui i giovani iraniani sono tra i più attivi frequentatori (dal 2001 sono stati inseriti 64 mila blog in farsi, lingua che contende al francese il secondo posto tra gli idiomi più utilizzati in rete).
Il disagio delle giovani generazioni si esprime in un’ansia spasmodica di emulare i modelli occidentali, nell’uso massiccio di droghe (in Iran si stimano 10 milioni di tossicodipendenti, una delle più alte percentuali al mondo) e nel distacco dalla politica. Nonostante il solco scavato tra queste generazioni e l’Islam ufficiale, il ruolo e il voto dei giovani sono essenziali alla sopravvivenza del sistema politico della Repubblica islamica e le forze politiche più conservatrici non possono non tenerne conto.
A trent’anni dalla rivoluzione
Il sistema politico su cui si fonda la Repubblica islamica – in parte teocrazia, in parte democrazia – resiste da ben 30 anni, nonostante le crisi e la lunga e rovinosa guerra con l’Iraq. Per comprendere le ragione di tale solidità è necessario guardare al cuore della Rivoluzione del 1979, che fu “islamica” solo in parte. In nome della libertà, dell’indipendenza e della creazione di una Repubblica islamica, forze laiche e marxiste si allearono con il clero contro il comune nemico, lo scià. In un paese profondamente ingiusto, in cui i profitti del petrolio erano nelle mani di poche decine di famiglie mentre gran parte della popolazione versava in miseria, il movimento rivoluzionario catalizzò il malcontento e la rabbia di milioni di iraniani. A guidare la rivoluzione fu l’unica forza in grado di osteggiare la macchina oppressiva dei Pahlavi e, poi, di sostituirla. Come ha acutamente fatto notare Antonello Sacchetti nel suo “Misteri persiani”, il grande paradosso dell’ultima rivoluzione iraniana (non si dimentichi la grande Rivoluzione costituzionale dei primi del ‘900) sta nel fatto che essa si è realizzata in un paese sciita piuttosto che nei paesi in cui sono nati i movimenti islamisti sunniti (Pakistan ed Egitto), i quali hanno teorizzato per primi la creazione di uno Stato islamico. La tradizione sciita, infatti, non prevede che il clero prenda le redini della politica.
Dopo aver cacciato lo scià, il clero riesce a imporsi sulle altre forze rivoluzionarie grazie alle ingenti risorse economiche, accumulate anche grazie all’immancabile sostegno dei ricchi commercianti, i bazari, sui quali si fonda, ancora oggi, il mantenimento dello status quo. Infatti, nonostante il populismo dell’attuale presidente Ahmadinejad, il regime islamico trova un’ampia base di consenso nelle classi più ricche.
Le elezioni di giugno 2009
Che scenario si profila a trent’anni dalla Rivoluzione, in vista delle prossime elezioni presidenziali di giugno? L’Iran ha sviluppato un doppio sistema politico in cui il leader supremo non può essere messo in discussione, mentre le altre cariche politiche, come il presidente e il parlamento, sono elette a suffragio universale. Da un lato molti analisti ritengono che, fintanto che la Guida suprema Khamenei resterà in sella e le forze di opposizione interna rimarranno deboli e disgregate, dalle elezioni presidenziali non ci si potrà aspettare drastici cambiamenti, non solo perché la politica estera e quella del nucleare sono da sempre appannaggio della Guida suprema e di una ristretta élite di religiosi e militari. Nell’attuale congiuntura, chiunque vincerà le elezioni presidenziali dovrà fare i conti con i gravi problemi economici: il recente crollo del prezzo del petrolio sta ricordando agli iraniani, nonostante le parole rassicuranti dell’attuale presidente, che non sono immuni dalle crisi economiche del resto del mondo. Una delle gravi colpe di Ahmadinejad è quella di non essere riuscito a diversificare l’economia, dipendente dai proventi del petrolio. Il tasso di disoccupazione è destinato a salire, così come l’inflazione – ufficialmente intorno al 25% – che ha investito pesantemente il settore immobiliare e quello dei generi alimentari, impoverendo la borghesia.
D’altro canto, non si può non tener conto del fatto che questo importante anniversario è coinciso con l’elezione di Barak Obama alla carica di presidente del paese su cui si è articolata, a partire dalla Rivoluzione, la dialettica tutta iranica tra Bene e Male. In un paese giovane come l’Iran in cui – nonostante l’antiamericanismo con cui il governo ha deciso di rappresentarsi a livello internazionale – è forte il fascino per gli Stati Uniti, la campagna presidenziale statunitense è stata seguita con grande partecipazione. In occasione del Capodanno persiano (Nowruz), il presidente degli Stati Uniti Obama ha inviato un video-messaggio di auguri a tutti gli iraniani in cui, con un gesto comunicativo di grande importanza simbolica, chiede agli iraniani un impegno sincero sulla via della pace. Gli Stati Uniti - nonostante la significativa apertura di Obama “al popolo e ai leader della Repubblica islamica” (prima volta in cui un presidente americano si rivolge alle autorità politiche e spirituali iraniane senza intermediari) – sono irremovibili sulla questione del nucleare iraniano e delle relative sanzioni. In vista delle presidenziali iraniane di giugno, Obama si è rivolto alle composite forze politiche dell’Iran perché escano allo scoperto, dimentico del fatto che, come accennato, il delicato compito di trattare con “il Grande Satana” spetta al gruppo di potere non eletto. Non è un caso che la lapidaria risposta al video-messaggio di Obama, “Cambieremo se cambierete”, sia stata formulata dalla Guida suprema Khamenei. L’Iran, il cui sostegno agli Stati Uniti nelle guerre di Afghanistan e Iraq è stato misconosciuto dagli stessi americani, ora pretende che non si interferisca in nessun modo negli affari interni del paese e che gli venga riconosciuto lo status di potenza regionale.
Per godere appieno del fascino di un paese vitale e multiforme, attraversato da mille contraddizioni, occorre saper ascoltare, oltre il tuonante richiamo dei suoi leader alla lotta contro i nemici di sempre, le voci dei giovani che della rivoluzione hanno ereditato le opportunità e i rinnovati rischi del suo fallimento.
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