Viaggio in Burkina Faso
Niccolò Rinaldi
In Burkina non c’e mare, e nemmeno la nobiltà del deserto; l’apparenza della geografia offre poco: né foreste né laghi da foto ricordo, non si trovano oro e diamanti, e i tesori artistici sono nascosti per bene. È l’aria della periferia del mondo, ma è pure aria del continente.
Ouagadougou.- Mentre il resto del pianeta si lecca le ferite inflitte nel crinale di una crisi che butta giù e ancora giù, vi sono terre e popoli remoti che stanno a guardare le vicende degli altri e vanno avanti fra antichi desideri e persistenti contraddizioni. In Burkina non c’è mare, e nemmeno la nobiltà del deserto; l’apparenza della geografia offre poco: né foreste né laghi da foto ricordo, non si trovano oro e diamanti, e i tesori artistici sono nascosti per bene. È l’aria della periferia del mondo, ma è pure aria del continente.Un’Africa a testa alta
Perché il Burkina Faso ha l’ambizione di un’Africa a testa alta, povera, dignitosa, onesta, volenterosa. Il paese si chiamava Alto Volta, cioè a Nord del fiume Volta, quello squallore di nomi amministrativi e senza identità, un nome impostura. Quando l’ufficiale Thomas Sankara prese il potere scelse una denominazione che costituiva una locandina delle intenzioni: Burkina Faso - non l’omaggio a un’antica terminologia tradizionale, ma semplicemente, o enfaticamente, “la terra degli integerrimi”. Burkina Faso sono parole suggestive: non solo per il significato, ma anche, come quello della capitale Ouagadougou, per il sapore dolce del suono, una fragranza che induce al sospetto che in questa terra ci siano segreti culturali e riscatti da scoprire. Nomi da favola, che rendono la lingua una suggestione che precede il viaggio, ma che alla fine lo concludono con un fondo di amarezza.Il giovane militare fu coerente: riformò la pubblica amministrazione, si scosse dalle tutele francesi, quasi estirpò la corruzione, promosse l’educazione. Troppo bello per essere vero, l’epoca era ancora poco propizia ai cambiamenti del dopo muro di Berlino, e nel 1987 il presidente fu destituito e fucilato. Conclusione brutale, dopo appena quattro anni di potere, ai quali seguì altra instabilità fino all’avvento nel 1991 di Blaise Compaorè. La normalizzazione e poi il processo di apertura al pluralismo non dispersero del tutto la lezione, e ancora oggi il Burkina va fiero del suo nome di terra degli integerrimi. Ma l’incorruttibilità dichiarata non è sinonimo di perfezione, tutt’altro, semmai lo è di complicazione, la complicazione di una classe dirigente travagliata e contraddittoria, come poche altre in Africa. Difficile raccapezzarsi: Sankara fu certo migliore di Che Guevara, ma mandò in esilio Joseph Ki-Zerbo e ne bruciò la biblioteca. Compaorè non è mai stato un politico banale e ha avviato un certo pluralismo nel paese, ma, nonostante abbia sempre negato, è considerato il responsabile dell’esecuzione di Sankara.
Il patrimonio naturale è tutelato
Strano posto dunque, e un giro per Ouagadougou ne conferma al volo l’atipicità. In piena città c’è una grande riserva naturale, una boscaglia non bellissima, ma verde polmone protetto e vasto. Fu una scelta deliberata, di non sacrificare tutto il patrimonio naturale alla solita urbanizzazione caotica, per mantenere, dentro la città, un po’ di vera natura africana. Così si costeggia qua e là questa area verde, la si ritrova spesso per via della sua estensione polimorfa, e ogni volta ci si sorprende per tanta illuminata pianificazione urbanistica. Poi c’è l’immancabile mercato. Per una volta si trova ancora qualcosa che non sia un manufatto cinese. I saponi neri tradizionali e incartati uno a uno, le cuccume ricavate dai gusci, un po’ di tessuti locali, qualche mobile, e poi la vita di un’economia popolare che è altra rispetto alle transazioni tutte monetarie. Al mercato Gonghin si parla con tutti, nessuno ti insegue chiamandoti “frère” per rifilarti qualcosa, si possono osservare i comportamenti dei più anziani e il rispetto verso di loro da parte dei più giovani. Mai come in questo mercato si avverte quanto il valore di un atto economico si misuri in funzione del rinforzamento dei legami che comporta in seno al gruppo, quanto la ricchezza è solo quella che può essere condivisa, in quale modo mi trovi, seppur di passaggio, dentro una società egalitaria all’interno di gruppi omogenei (soprattutto d’età), ma gerarchizzata fra i vari gruppi. Così il mercato ha un tocco di calma, senza pigia pigia, senza strilli, e una certa grazia.
La capitale del futuro
Proseguiamo, e ci s’imbatte in un’altra anomalia. La capitale ha il suo centro direzionale, “Ouaga 2000”. Vi si concentrano palazzi moderni ma non mastodontici, molti cantieri e altrettante opere finite. Non c’è niente di villano, nessun grattacielo esagerato, e anche se questo tipo di posti non sono certo l’ideale, non sfugge che l’area rappresenti anche un simbolo di cultura del lavoro e di percezione del futuro, del posto che il paese vuole avere nel suo avvenire. Che poggia su basi solide, perché poi, tornati fra le strade senza pompa, col solito traffico caotico temperato dai tanti motocicli “democratici” e privo di degrado apparente, Ouagadougou fa sfoggio di parecchie istituzioni culturali. C’è il museo degli strumenti musicali, con collezioni niente male, c’è il palazzo del celebre festival del cinema africano, il Teatro del Festival Internazionale delle Marionette, la Settimana nazionale della Cultura. Ma non c’è puzza di cultura di regime, tutt’altro, la vitalità africana porta tutto con sé, i giovani stanno col naso all’insù sotto i grandi manifesti cinematografici dalle suggestioni avventurose, la poesia è praticata anche fuori dalle biblioteche, e i riti, quando i burkinabè ci si mettono, sono impressionanti. Festa delle maschere, cerimonie funebri maestose, travestimenti funamboleschi, con copricapo alti due metri, colori di cui in Europa abbiamo perso traccia da tempo, e la solita passione africana nel sentire tutte le cose, la natura, i morti, la vita, la memoria, l’altro. Perfino con le sue istituzioni culturali, il Burkina trasuda un’immanente sapienza popolare. Si ritrova un antico precetto di Sankara, parole d’oro: “Per l’imperialismo è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.
L’universo culturale burkinabè
Il Burkina pare riuscirci. C’è, da queste parti, una specie di irriducibilità culturale, alla quale anche Ki-Zerbo ha sempre dato voce: “Ma per quanto si sforzino i paesi africani a entrare in certe ‘camicie di forza’, non succede niente, la maionese non monta! Invece di impegnarsi a comprendere, ci si è messi in testa che ci siano delle condizioni uniche per tutti: i paesi africani devono ripercorre l’itinerario stereotipato dei paesi occidentali”. Ma non c’è niente di semplice, e proprio a Ouaga emergono tante delle contraddizioni africane. Perché proprio un monito di Ki-Zerbo dimostra forse più di quanto questo grande saggio volesse dire: “L’80% della popolazione senegalese parla wolof, eppure non si dice che il Senegal è wolofono, ma francofono”.
Anche nel mercato di Gonghin si sentono parole strane, lingue per noi sconosciute che esprimono l’universo culturale burkinabé. Eppure nemmeno la classe dirigente della terra degli integerrimi è riuscita a cambiare la lingua ufficiale di questo paese, che resta solo il francese. E allora si potrebbe concludere il viaggio in Burkina Faso rivolgendosi a Sankara, a Ki-Zerbo, al signor presidente Campaoré. Chiedendo loro per quale ragione nemmeno in una terra africana così fiera della sua cultura è accaduto ciò che invece i paesi asiatici hanno saputo compiere: sloggiati i colonizzatori, hanno trasformato i loro idiomi a lungo oppressi in lingue ufficiali. Accade in Indonesia, dove l’olandese è scomparso, o in Vietnam, che non parla più francese e ancora poco inglese; nel Pakistan che usa l’urdu o il pashtu, o nelle Filippine, dove parlano e scrivono le proprie leggi in filippino e non più in spagnolo o in americano. Anche l’Europa resiste linguisticamente, ovunque, perfino in piccole comunità periferiche come Malta o l’Islanda; per non parlare dell’ebraico, la lingua morta che Israele ha fatto risorgere.
In Africa con il nguni si potrebbe comunicare con almeno la metà dei popoli dell’Africa australe - e similmente con lo swahili. Invece anche il Burkina, come nel resto del continente, non ragiona ufficialmente, non comunica politicamente o all’università, non compie transazioni, non si comporta universalmente, nella propria lingua, ma in un idioma straniero, di altri.
La lezione di Sankara e di Ki-Zerbo era anche questa, io credo: è fondamentale poter studiare, fare scienza, commerciare, “pensare” anche a livello di Stato nella propria lingua. Esprimere i propri pensieri in inglese o francese crea una situazione di debolezza. Su questa base, ogni progresso, tecnico, scientifico o sociale, è impossibile, perché la lingua è l’elemento cruciale di una cultura, di ogni società. Se l’Africa non sviluppa e si riappropria delle proprie lingue, è persa. Ecco il messaggio da un Burkina battagliero, ma non ancora redento.
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