A colloquio con Valentina Pedone
Francesca Quartieri
In Italia risiedono legalmente quasi 200.000 persone di origine cinese. A differenza degli immigrati di altre parti del mondo la comunità è costituita da persone che provengono da situazioni economiche non disperate. La difficoltà di integrazione. Il problema della lingua.
In un’Italia in cui gli stranieri sono sempre più visti con ostilità come se fossero semplicemente un pericolo per l’intera società, approfondisco la realtà della comunità cinese presente nel nostro paese con Valentina Pedone, insegnante di letteratura cinese presso l’Università di Urbino “Carlo Bo” e mediatrice linguistico–culturale nelle scuole pubbliche e negli ospedali.Proprio grazie alla sua profonda conoscenza della cultura cinese, ha realizzato il libro “Il Vicino Cinese” (Nuove Edizioni Romane, 2008), nel quale viene raccontata “la Cina che ci vive a fianco”.
In Italia risiedono regolarmente 186.522 persone di origine cinese. Ma quali sono state le motivazioni che hanno spinto l’immigrazione cinese in Italia?
L’immigrazione cinese in Italia ha come fattore di spinta principale quello economico. Gli adulti cinesi che giungono sul nostro territorio lo fanno con il progetto di migliorare le proprie condizioni economiche e quelle dei propri parenti. Sono degli imprenditori, non fuggono da situazioni di miseria come altri migranti. In Cina la ricchezza economica non è più un tabù, né una cosa rara, oggi è un fatto normale sotto gli occhi di tutti. Chi non ha i mezzi per raggiungerla rimanendo in Cina può provare a farlo trascorrendo un periodo all’estero, investendo in un’attività all’estero. Questo comporta molto sacrificio, è una sfida grande, ma il successo raggiunto da alcuni serve come prova della possibilità tangibile di vittoria. Rispetto ad altre comunità straniere dunque quella cinese è costituita da persone che hanno già una situazione di relativo agio in patria. Il loro viaggio è un progetto imprenditoriale sostenuto dalle risorse economiche della rete parentale (sia in patria sia nel paese d’approdo). Altre caratteristiche specifiche del gruppo cinese sono la tendenza al lavoro autonomo (è estremamente raro che un adulto cinese si impieghi come dipendente presso italiani o altri stranieri) e la forte tendenza a migrare per nuclei familiari. Le ultime due specificità sono strettamente legate al “familismo” imprenditoriale tipico della comunità cinese che tende ad organizzarsi per attività (ristoranti, negozi, laboratori artigianali, aziende import-export) in cui famiglia e azienda corrispondono in gran parte. Allo stesso tempo, il fatto che i cinesi sul nostro territorio siano presenti come famiglie, a volte comprensive anche dei nonni, contribuisce a giustificare la bassissima tendenza alla criminalità all’interno di questo gruppo migrante.
La comunità cinese è una di quelle con il minor livello di alfabetizzazione in lingua italiana. Quali sono le motivazioni di ciò?
La tendenza ad isolarsi della comunità cinese è solamente un mito. I motivi che portano ad una competenza media in italiano degli adulti cinesi, certamente più bassa rispetto a quasi tutti gli altri immigrati, sono principalmente quelli appena menzionati. La tendenza a costituire aziende in cui tutto il personale è cinese chiaramente rallenta l’apprendimento dell’italiano. Anche il motore che spinge gli adulti a raggiungere il nostro paese, l’emancipazione economica, fa sì che l’Italia non sia scelta come alternativa alla propria patria, un paese dove ricominciare da capo, ma come una tappa, in un percorso migratorio che auspicabilmente per la prima generazione prevede il rientro in Cina in età avanzata. In questo progetto, l’apprendimento dell’italiano, sicuramente un’impresa dispendiosa in termini di tempo e comunque non necessaria, viene affidata alla seconda generazione, che cresce e si scolarizza in Italia e che vive una condizione di completo bi-culturalismo. Oltre a questi fattori imputabili alle modalità di insediamento degli adulti cinesi, c’è da riflettere sul fatto che in altri contesti migratori la popolazione non ha reagito alla stessa maniera e la lingua del paese ospitante è riuscita a penetrare con maggiore facilità nelle famiglie. È il caso ad esempio di molte comunità in Nord e Sud America. Le politiche di accoglienza di un paese possono fare molto nel garantire una convivenza serena di tutti i suoi cittadini. Senza dubbio la barriera linguistica che divide il gruppo cinese (adulto) e la società italiana è un muro con due facciate, cinesi e italiani ne sono ugualmente responsabili in maniera più o meno consapevole.
Quali sono questi stereotipi e in che modo forniscono un’immagine errata della popolazione cinese?
L’informazione ha avuto una grandissima responsabilità nel rallentare l’avvicinamento tra cittadini italiani e popolazione cinese migrante. Esistono senza dubbio voci oneste che non cavalcano lo stereotipo, ma purtroppo sono ancora eccezioni. Quali siano gli stereotipi preferirei non ripeterlo. Li conosciamo tutti e direi che non hanno bisogno di avere ulteriore amplificazione. Sono stereotipi simili a quelli che hanno avvelenato la vita dei nostri avi all’estero solo pochi decenni fa. In un recente viaggio ho visitato nella Chinatown di San Francisco un museo sulla sinofobia (il pregiudizio razzista nei confronti del popolo cinese), in cui venivano esibiti manifesti, giornali, riviste e pubblicità dello scorso secolo in cui venivano messi in ridicolo in maniera spietata gli immigrati cinesi. Purtroppo l’Italia di oggi potrebbe con facilità regalare pezzi esclusivi a quel museo. Mi auguro che arrivi presto il giorno in cui cominceremo anche noi a vergognarci di ciò che talvolta diciamo e scriviamo.
La cosiddetta “seconda generazione” cinese presente in Italia, quali difficoltà incontra in un percorso di integrazione e in che modo vive nel nostro paese?
La seconda generazione, a differenza della prima, non ha scelto di venire in Italia. Se da una parte dunque subisce la scelta dei genitori, l’accesso ai codici linguistici e comunicativi locali permette loro di non subire del tutto la società italiana, ma di poter scegliere di farne e sentirsene parte. Sembra però che la società italiana stessa si impegni a rendere questa opzione poco allettante. Difficile sentirsi rappresentato da un governo poco attento all’integrazione quando non si ha la pelle bianca. Anche se si è nati in Italia, anche se si parla perfettamente la lingua, se all’università si hanno voti più alti degli studenti “più italiani” o se si è giovani imprenditori di successo, che fatturano con l’import export più dei propri coetanei “più italiani”. Come ci si può sentire italiani se tutti intorno si sentono “più italiani” di te?
Quali sarebbero, secondo lei, delle politiche efficaci che le istituzioni potrebbero applicare per creare i presupposti di una società italiana realmente multietnica?
Una società multietnica secondo me si costruisce soprattutto nelle scuole. Le scuole sono l’unico luogo in cui le famiglie italiane e straniere entrano in stretto contatto. È a scuola che i giovani figli di immigrati conoscono la società che dovrebbe ospitarli. I tagli alla scuola e all’intercultura sono errori che pagheremo. Aumentare il numero di clandestini rendendo impossibile essere in regola con i permessi di soggiorno è il più grande errore che si può fare se si vuole garantire maggiore sicurezza. Se si entra funzionalmente nella società e si è accettati, si ha molto di più da perdere e si allontana il rischio di deviare nella criminalità. La legge che permette poi ai dottori di denunciare un paziente clandestino è veramente fuori dal mondo. Conosco famiglie cinesi ai cui figli sono scaduti i permessi di soggiorno e che sono preoccupati nel caso in cui i bambini si ammalino. Non voglio immaginare l’epilogo in una condizione del genere. Lavoro con le ASL, con i servizi sociali e con le scuole pubbliche. Tutti settori in cui alcune preziose e appassionate persone operano per creare una società veramente multietnica. Tutti settori che negli ultimi tempi subiscono tagli sproporzionati.
Potrebbe dare un consiglio a un italiano che voglia meglio comprendere la comunità cinese presente in Italia?
Se già parliamo di una persona che vuole capire la realtà cinese in Italia è semplice, perché significa che non crede di sapere già tutto e quindi non ha un forte pregiudizio. A questo tipo di persona consiglierei di leggere, ad esempio, “I cinesi non muoiono mai” di Oriani e Staglianò, un libro-inchiesta molto interessante e scorrevole che smaschera molti luoghi comuni legati all’immigrazione cinese. Più difficile è il caso di chi crede di sapere già tutto, di essere al corrente o di subodorare chissà quali traffici interni alla comunità cinese che lo sprovveduto uomo della strada non immagina. Purtroppo oggi è questa seconda tipologia a costituire il nostro “uomo della strada”.
Concludo questa intervista chiedendole qual è, secondo lei, una delle caratteristiche più affascinanti della cultura cinese?
Del mondo cinese mi affascina quanto abbiamo in comune, la storia millenaria, le invenzioni, la raffinatezza della cultura, l’elaboratezza della cucina, la capacità di ridere e scherzare ad alta voce, di gioire con amici e familiari davanti ad una tavola imbandita e qualche bottiglia di vino. Allo stesso tempo mi affascina scoprire in quante cose invece siamo così radicalmente e profondamente diversi, nella cultura, nella distanza tra filosofie e religioni orientali e occidentali. Questa distanza e le numerose similitudini mi emozionano in quanto esiti alternativi di un unico grande percorso umano.






