A cent’anni dalla nascita di Dom Helder Camara
Graziano Zoni
Amato e venerato dai poveri. Odiato dai potenti che spesso lo hanno anche minacciato. Vescovo scomodo anche per tanti credenti. Sostenitore non solo della chiesa dei poveri, ma soprattutto di una chiesa povera.
“Nessuno si scandalizzi nel vedermi frequentare persone ritenute indegne e peccatrici. (…) Nessuno si spaventi nel vedermi con persone ritenute compromettenti e pericolose, di sinistra o di destra, della maggioranza o dell’opposizione, anti-riformiste o riformiste, anti-rivoluzionarie o rivoluzionarie. Nessuno pretenda di legarmi a un gruppo, a un partito, di modo che io consideri amici i suoi amici o faccia mie le sue inimicizie. La mia porta e il mio cuore saranno aperti per tutti, assolutamente per tutti. (…) È chiaro che, amando tutti, devo avere, sull’esempio di Cristo, un amore speciale per i poveri. (…) Tutti insieme avremo cura dei poveri, rivolgendoci specialmente alla povertà vergognosa per evitare che degeneri in miseria. La povertà deve essere un dono generosamente accettato o anche spontaneamente offerto al Padre. La miseria invece è avvilente, cancella l’immagine di Dio che è in ogni Persona, viola il diritto e il dovere dell’essere umano verso il suo perfezionamento integrale. (…) Però non vengo per ingannare nessuno, quasi che bastino un poco di generosità e di assistenza sociale. Non c’è dubbio: molte volte l’unica cosa da fare è di prestare un aiuto immediato. Però non pensiamo che il problema si limiti ad alcune piccole riforme e non confondiamo la bella ed indispensabile nozione di ordine, scopo di ogni progresso umano, con delle caricature del medesimo, responsabili del permanere di strutture che tutti riconosciamo che non possono essere conservate. (…) Chiunque sta soffrendo nel corpo e nell’anima, sia povero o ricco, chiunque sia disperato, avrà un posto speciale nel cuore del vescovo”.Questi pensieri, queste dichiarazioni e impegni di vita, fanno parte del chiaro e lucido discorso che Dom Helder Camara fece il giorno della sua presa di possesso come Vescovo di Recife, capitale del Nord-Est brasiliano, nell’aprile 1964.
La passione per i poveri
La sua passione per i poveri trovò nelle condizioni miserabili di centinaia di migliaia di agricoltori e di operai, lo stimolo immediato per un’azione coerente, illuminata, profonda e coraggiosa.I duri, terribili 14 anni di dittatura militare che seguirono qualche mese dopo, resero ancora più impegnativa la presenza di credente di questo giovane vescovo. Dom Helder fu costretto, per poter esprimere le sue idee, ad uscire dal suo paese ove gli era proibito parlare. Durante gli anni del Concilio Vaticano II, cui partecipò attivamente, conobbe diversi vescovi, laici e personalità di tutti i paesi del mondo. Utilizzò questi numerosi inviti per poter esprimere il suo “sogno” di Chiesa e di mondo organizzati nella giustizia, nella pace, nel servizio ai più poveri, per un unico mondo di fratelli.
Era solito dire che non poteva accettare di essere considerato “santo” quando distribuiva da mangiare a quanti vivevano nella miseria e nell’oppressione, e dichiarato “sovversivo e comunista” quando cercava di capire e di far capire le cause di questa situazione di ingiustizia e di violenza.
La grande stampa mondiale cominciò ad interessarsi di lui, anche se non sempre con verità e affetto. Venne definito “Ribelle con una causa”, “Globe-trotter della pace”, “San Francesco del XX secolo”, “Vescovo rosso”.
La giuria del Premio letterario internazionale di Viareggio, assegnandogli il premio nel 1970, lo definì “Profeta del ‘Terzomondo’”, e Oriana Fallaci parlava di lui come “l’uomo più importante del Brasile, forse di tutta l’America latina”. Giovanni Paolo II, abbracciandolo a Recife di fronte a una folla immensa, lo salutò come “Fratello dei poveri e mio fratello”. Senza voler far torto a nessuno, conoscendo abbastanza bene Dom Helder, sono sicuro che questo saluto e questa “qualifica” sia stata quella che, più di ogni altra, fece gioire il dom in tutte le fibre del corpo e dello spirito.
A cento anni dalla nascita
Ecco perché, anche in Italia, la ricorrenza dei 100 anni dalla nascita del piccolo-grande vescovo di Olinda e Recife ha dato occasione di ricordarlo in tante maniere. Specie a Milano (14 febbraio 2009) e a Roma (14 marzo 2009). Due città fortemente significative per la “vita italiana” di Dom Helder.Eravamo in tanti nella bella sala de “La Civiltà Cattolica”, riuniti in nome di questo “Profeta del nostro tempo”. Padre Gian Paolo Salvini, direttore di “La Civiltà Cattolica”, salutando i presenti e presentando la serata, ha ricordato come Dom Helder “fu una persona scomoda non soltanto per i militari al potere, ma anche per una parte della Chiesa”, facendo notare che “anche oggi, come allora, la Chiesa ha i suoi martiri. E, anche se a ogni caso di martirio veniamo tutti colti da sgomento e da un profondo senso di insicurezza, è anche segno che la Chiesa è sulla buona strada, quella indicata da Gesù, che per primo ha percorso lo stesso cammino di coerenza e di martirio”.
Il card. Achille Silvestrini, che fu segretario per i Rapporti con gli Stati (cioè ministro degli Esteri della Santa Sede) e che ebbe modo di essere in contatto con Dom Helder, ha preso come traccia del suo intervento il libro “Roma, due del mattino”, edito a fine 2008 dalla casa editrice San Paolo. Dom Helder partecipò regolarmente a tutte le assemblee conciliari, senza però mai prendere la parola. La sua passione era essere certo che non ci si può dimenticare di Dio, se ci occupiamo degli uomini. Proprio nell’ultima lettera, contento del discorso finale di Paolo VI, sottolinea che occupandosi di Dio, dopo che il Verbo eterno si è fatto Uomo, si va verso l’Uomo-Dio…
E per questo non si stancò mai di animare i suoi confratelli vescovi sulla situazione di miseria e di fame in cui sono obbligati a tentare di sopravvivere due terzi dell’umanità, oppressi dalle strutture di peccato che guidano il mondo. Dom Helder parlava non solo di Chiesa dei poveri, ma di Chiesa povera. Il card. Silvestrini ha definito Dom Helder un “uomo straordinario” che ha saputo fondare i suoi “sogni” senza perdere il contatto con la gente, e con la gente la più sofferente, dando prova anche di notevole capacità di mettere insieme, a contatto le persone più diverse.
Maurizio Chierici, giornalista, specializzato anche in America latina, non ha avuto modo di incontrare spesso Dom Helder. Lo ricorda attraverso altri grandi, ad esempio Paolo Freire, padre Balducci, don Dossetti. Come Dom Helder, anche gli altri hanno detto, fatto e scritto grandi cose, anche diverse a volte. Comunque interessanti e provocatorie. Tutti hanno una cosa in comune: come Dom Helder, non hanno mai perso il contatto con la realtà della vita.
A me era stata chiesta una testimonianza, anche personale, su Dom Helder. Nonostante la commozione, sono riuscito a sottolineare (spero) gli aspetti più salienti della sua personalità “unica” e a raccontare alcuni episodi di cui sono stato testimone.
Il discorso ai giovani del mondo
In questi giorni di “memoria” dei 100 anni dalla nascita del Dom, mi son riletto il suo discorso ai “giovani cittadini del mondo” pronunciato, potrei dire, cantato di fronte a circa 40.000 persone a Firenze nel novembre 1972 in occasione della grande Marcia Mani Tese per l’educazione alla mondialità. Qualche riga: “Dio ponga nelle mie labbra, parole di verità, ma verità imbevuta di amore! Dio ponga nelle mie labbra parole di fede. Fede in Dio e fede nell’Uomo, fede nell’eternità e fede nel tempo, fede nel cielo e fede nella terra! … Capite e amate Cristo, Figlio di Dio che s’incarna, si fa uomo, assume i problemi umani, diviene nostro fratello!...”.Ecco in sintesi i capisaldi di tutto Dom Helder: Dio e la Persona umana, e tutto il Creato. E questi due capisaldi furono sempre alla base e al culmine di ciò che lui ha vissuto, proclamato, denunciato, amato, sofferto e gioito. Joseph Comblin, che lo ha conosciuto bene, l’ha descritto così: “Totalmente mistico e totalmente attivo”.
Personalmente, a me ha sempre impressionato la sua Fede, una Fede che gli garantiva di vivere pienamente la fratellanza con tutti gli uomini e donne del mondo. Per lui questa fratellanza non era “un come se”, ma una fratellanza vera, autentica, di Sangue!
E poi, la sua capacità di rispettare tutti, in modo esemplare, veramente! Anche a costo della vita. E gli esempi concreti sarebbero infiniti. Certo il segno più evidente sono i fori delle pallottole delle mitragliatrici che ancora vediamo sul muro di cinta della sua abitazione in Via Henrique Dias 278 a Recife, ma sono almeno una quindicina le minacce di morte, grazie a Dio non andate a segno, ma che hanno evidentemente lasciato traccia nel suo cuore.
Una in particolare la raccontava spesso quando eravamo “in famiglia”.
Una sera rientrava a casa. Era buio e pioveva. Giunto alla porta di casa si accorse che c’era una persona rannicchiata sotto i rampicanti lungo il muro di cinta. Dom Helder aiuta l’uomo a mettersi in piedi, apre e lo porta in casa. È bagnato fradicio. Dom Helder va a prendere abiti asciutti e mentre aiuta l’uomo a levarsi i suoi, si accorge che questa persona tiene in mano un coltellaccio. Scoppia a piangere e dice: “Dom Helder, mi perdoni. Non volevo, ma ho una famiglia da mantenere… Mi hanno pagato perché la uccidessi… Mi perdoni”. Dom Helder cerca di rincuorarlo. Gli rende il suo coltellaccio e lo accompagna alla porta.
Un vescovo brasiliano gli disse un giorno: “Dom Helder? Un santo, ma che tormento!”. Speriamo che anche dal Paradiso, continui ad essere ancora, e sempre, il nostro tormento.
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