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Giorni e notti 04 Apr. 2009

Gianni Caligaris

Tareq Aziz

È dei primi di marzo la notizia che Tareq Aziz, al secolo Mikhail Yuhanna, è stato assolto dall’accusa di aver organizzato uno dei tanti piccoli o grandi massacri del regime di Saddam Hussein. Durante lo stesso processo sono state comminate altre tre condanne a morte, al famigerato “Alì il chimico”, grande gassificatore di oppositori e curdi, e a due degli innumerevoli fratelli o fratellastri di Hussein.
Tareq Aziz, cristiano caldeo, aveva da tempo messo in cassaforte la propria pellaccia, riuscendo ad accreditarsi come moderato, ben visto in Vaticano per via della sua confessione religiosa, esterofilo poliglotta e in grado di citare Shakespeare e Cervantes, ritenuto papabile dalle diplomazie europee e nordamericane all’affannosa ricerca di un interlocutore presentabile all’interno dell’aliena ed ispida corte costituita dagli scherani del rais. Alla fine se l’è cavata con quindici anni di galera per qualche altra marachella che non ricordo. È vero che per un settantenne una simile condanna assomiglia ad un ergastolo, ma il nostro conosce bene il senso del famoso “mai dire mai”. Nuovo Iraq, nuovi governi, prima o poi una bella campagna di riconciliazione nazionale… Intanto è riuscito a tenere la testa attaccata al collo, che non è poco per uno che, a mio parere, doveva essere caricato tutto e per intero delle responsabilità di Saddam, visto che conosceva benissimo le sue nefandezze e prestava loro la sua faccia perbene. È evidente che una condanna a morte in meno non mi fa che piacere, ma qualcosa non torna. Come ha sintetizzato il raggelante Jena, su “La Stampa”, Tareq Aziz non ha avuto bisogno del lodo Alfano.

Giustizia

Chi mi ascolta o mi legge sa che spesso non sono tenero verso la cultura e la politica degli Stati Uniti. La mia critica è simile a quella (fatte salve le debite proporzioni) di padre David Maria Turoldo, che nella sua “Elegia per il 21 luglio 1969” (il giorno, meglio la notte del moon landing) iniziava con “Non credere, America, che ti possa perdonare….” e dopo averne dette di ogni chiudeva “Non io America, perché ti amo”. Ecco, io sono un po’ così, se posso parlare bene degli Usa lo faccio volentieri.

Bernard Madoff, broker, membro del Gotha finanziario e non solo degli Usa, esponente influentissimo della comunità ebraica americana, è stato pescato con le mani nel vaso della marmellata. Arrestato l’11 dicembre 2008, è stato accusato di una frode di circa 50 miliardi di dollari. Agli arresti domiciliari, è stato chiamato a processo pochi giorni fa. Si è dichiarato colpevole, l’accusa ha chiesto una condanna a 150 anni e lui è stato spedito in gabbia senza neanche passare da casa a prendere lo spazzolino da denti.
Calisto Tanzi, fondatore e patron della Parmalat, nonché autore del suo dissesto (pari a un terzo  del crack Madoff, ma sia, siamo in Italia dove tutto è più piccolo) è stato incriminato nel 2003, ed è stato condannato in primo grado a 10 anni il 18 dicembre 2008, che non sconterà perché ultrasettantenne (peraltro lo è anche Madoff, ma lui è dentro). La stampa locale, ma non solo, ha recentemente riferito che il cavaliere sembra coinvolto nell’impianto e nel lancio di una fabbrica di muffin, destinati, ironia della sorte, al mercato statunitense.
I reati di cui sto parlando sono classificati dalla nostra legislazione fra i “delitti contro la fede pubblica”. Che fede pubblica può esserci nella nostra cultura se servono cinque anni per punire in modo relativo chi ha commesso gli stessi atti di chi in America viene chiamato al redde rationem in tre mesi e messo in condizione di non nuocere?
Mi rendo conto di rischiare di passare per un giustizialista ansioso di vedere le galere piene. In realtà vorrei solo vedere finalmente quelle “certezza e velocità della pena” che tutti invocano (anche chi vuole depotenziare la magistratura), disposto poi fino al midollo a discutere delle sue possibili mitigazioni.
Anche per evitare un possibile paradosso: penso a Bernard Madoff, nel terzo braccio, che si trova a far colazione con un dolcetto prodotto dal suo provinciale emulo di casa nostra, in grado di continuare a svolazzare come un fringuello tra le imprese corsare che ne hanno costellato l’esistenza.

Le elezioni in Salvador

Dopo tre tentativi falliti nel corso degli ultimi anni, il Fronte Farabundo Martì per la liberazione nazionale (Fmln) è riuscito a vincere le presidenziali in Salvador: alle elezioni dello scorso 16 marzo, il candidato dell’ex guerriglia marxista, il giornalista Mauricio Funes, ha infatti battuto Rodrigo Avila, l’uomo sul quale aveva scommesso il partito della destra Arena (Alleanza repubblicana nazionalista), da vent’anni al potere. Funes, 49 anni, è un giornalista televisivo diventato popolare come intervistatore di politici e ha lavorato anche per la Cnn. Nell’Fmln da appena due anni, non ha partecipato alla guerra anche se vi perse un fratello giovanissimo.
Il suo avversario, Rodrigo Avila ha combattuto negli anni Ottanta in un gruppo paramilitare, poi è diventato un superpoliziotto addestrato dall’Fbi con il soprannome di Attila.
Per tutta la campagna ha invocato voti per evitare una svolta «comunista».
Il loro scontro elettorale rappresenta un po’ il paradigma degli ultimi venti anni di storia del subcontinente latino-americano: le forze progressiste e democratiche impegnate a scalzare i residuati bellici del periodo in cui l’America latina, da Panama al Cile, era considerata il backyard, l’orto di casa degli Usa, irrinunciabile baluardo della guerra fredda.
Adesso non è più così, almeno non nella stessa misura, ma lì, fra l’istmo e la Terra del Fuoco, ci sono rimasti i fascisti, i reduci degli squadroni della morte e dei contras, i sopravvivendi delle varie caste militari, gli orfani della CIA, i paleocapitalisti delle miniere e del latifondo, ed è ancora dura lotta.
La vittoria del Fronte Farabundo Martì mi rallegra, anche se non mi rassicura (il colore indefinibile dei miei capelli testimonia il fatto che ho già visto troppe gloriose rivoluzioni finire alla malora).
C’è tuttavia una congiunzione astrale che mi sembra favorevole, forse addirittura mi commuove e mi rinfocola la speranza.

In ricordo di Mons. Romero

Mentre in El Salvador Funes prende il potere, si celebra (o spero che si celebri) il ventinovesimo anniversario dell’assassinio di Monsignor Oscar Arnulfo Romero y Galdàmez, pastore della Chiesa salavadoregna.
Se guardate il pur ottimo “Salvador” di Oliver Stone, troverete un piccolo, innocente falso storico. Monsignor Romero non fu ucciso nella Cattedrale, come in una sulfurea riedizione della morte di Thomas Beckett immortalata da Elliot. Lui visse la sua Vigilia nella Cattedrale, con quella stupenda omelia che è stata poi intitolata “Il mio sangue per la libertà del Salvador”.
Oscar Romero aveva una sua particolare strategia comunicativa. All’inizio sembrava  un notaio, elencava pedissequamente i fatti di violenza registrati nella sua diocesi, i nomi dei morti ammazzati, la loro età, il loro mestiere. Poi, mentre forse molti degli astanti rischiavano di entrare nell’indifferenza di un dejà vu, lanciava le sue staffilate contro l’establishment e il rischio della rassegnazione di fronte alla prepotenza ed alla prevaricazione.
Quell’omelia finisce così: “Fratelli che sono del nostro stesso popolo, uccidono i loro stessi fratelli contadini. Davanti ad un ordine di uccidere un uomo, deve prevalere la legge di Dio che dice ‘Non uccidere!’ Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine contro la Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere ubbidita. È giunto il tempo nel quale recuperiate la vostra coscienza e che obbediate prima alla vostra coscienza che all’ordine del peccato.
La Iglesia, defensora de los derechos de Dios, de la Ley de Dios, de la dignidad humana, de la persona, no puede quedarse callada ante tanta abominación. Queremos que el Gobierno tome en serio que de nada sirven las reformas si van teñidas con tanta sangre... En nombre de Dios, pues, y en nombre de este sufrido pueblo cuyos lamentos suben hasta el cielo cada día más tumultuosos, les suplico, les ruego, les ordeno en nombre de Dios: Cese la represión...! (NdR: La Chiesa, che difende i diritti di Dio, della Legge di Dio, della dignità umana e della persona, non può restare indifferente a tanto orrore. Chiediamo che il governo tenga presente che non servono a nulla le riforme se vanno ottenute con tanto sangue... In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti superano anche il cielo e sono ogni giorni più tumultuosi, supplico, prego, ordino in nome di Dio: Fermi la repressione…!)”.
Mons Romero non era un rivoluzionario, non aveva legato con la Teologia della Liberazione, era un moderato, forse un conservatore, teologo e pastore prudente ben visto dalle alte gerarchie ecclesiali e civili. Ma come successe a tanti altri in America latina, la vista dei patimenti del suo “sufrido pueblo” fecero scattare in lui la molla che lo portò a collocarsi implacabilmente dalla parte della sua gente e della legge dell’Amore, contro ogni compromesso, contro ogni connivenza.
Così, la mattina del 24 marzo 1980, nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza, pronunciò le sue ultime parole: “Que este cuerpo inmolado y esta Sangre Sacrificada por los hombres nos alimente también para dar nuestro cuerpo y nuestra sangre al sufrimiento y al dolor, como Cristo, no para sí, sino para dar conceptos de justicia y de paz a nuestro pueblo. Unámonos pues, íntimamente en fe y esperanza a este momento de oración por Doña Sarita y por nosotros......
(NdR: Che questo corpo immolato e questo Sangue Sacrificato per gli uomini ci alimentino, anche per affidare il nostro corpo e il nostro sangue alle sofferenze e al dolore, come Cristo, non per sè, ma per dare al nostro popolo la concezione di giustizia e di pace. Ci uniamo intimamente nella fede e nella speranza in questo momento di preghiera per Dona Sarita e per noialtri…).
In quel momento suonò lo sparo, “Come il fiore sull’orlo di un prato che l’aratro passando ha reciso” (Catullo, XI).

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