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Donne in Israele

Giancarla Codrignani

Essere donne osservanti non è un vantaggio in nessuna appartenenza religiosa. Infatti, ovunque, sono gli uomini che decidono dell’identità femminile e tutte le bambine vengono educate alla sottomissione. Nella società civile ci si può liberare, in quella di fede no, perché è Dio stesso che ha stabilito che un genere non abbia la propria libertà. Per San Paolo, che sembra stimasse le donne e le accogliesse come diacone (figurarsi se non la pensava così) era, tuttavia, ovvio che dovessero coprirsi il capo e tacere nelle assemblee. Oggi si vive laicamente, ma per l’altare il femminile rappresenta l’impurità. Per l’Islam si sanno molte cose, più o meno condivisibili, sulla condizione dei due generi, e non facciamo commenti.
E per l’Israele di oggi? Chi ha girato per Tel Aviv o Gerusalemme ha avuto l’impressione che tutto sia moderno e che le ragazze non abbiano problemi di parità: sono anche metà della leva...
Tuttavia, se ci addentriamo nelle zone abitate dagli haredim, scopriamo qualcosa che può apparire perfino sorprendente se non si è conosciuta da qualche film israeliano: la violenta connessione tra sesso, matrimonio e procreazione e la negazione della relazione d’amore nel dogma del peccato secondo la Legge. L’integralismo è cresciuto politicamente fino a condizionare i governi, ma ha assunto forme paradossali nell’ambito privato/pubblico. Con la complicità delle autorità che non ne impediscono gli interventi intimidatori, da qualche anno è attiva la “polizia della moralità”, organizzazione privata che, per volontà di purificazione sociale, si incarica di far sì che i posti nei trasporti pubblici siano separati e si vieti alle ragazze di indossare pantaloni e di tenere comportamenti immodesti. Ci sono donne, anche non giovani, che hanno subito aggressioni per i loro rifiuti a sedere nei posti segregati dei pullman; si sono verificate intrusioni nelle abitazioni per picchiare donne ritenute colpevoli di relazioni illecite; restano ancora quelle che debbono portare una parrucca sopra i capelli nascosti o, addirittura, la testa rasata. Qualcuna ha denunciato i maltrattamenti e si sono formate associazioni di ebree ortodosse, come il centro Kolech, il Movimento per l’ebraismo progressista, il Crisis Center for Religious Women. Evidentemente le donne credenti sono doppiamente scomode negli spazi religiosi fondamentalisti: come tutte le donne si sono emancipate e lavorano, in molti casi mantengono la famiglia, intimorendo il patriarcato; per questo costituiscono un pericolo per l’integrità di quella fede che anche le donne vorrebbero integra, in altro modo. Sarebbe bene ricordarci anche di loro nell’informazione internazionale.
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