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Lahore, la moschea e il forte

Michele Zanzucchi

Lahore appare nel contempo metropoli e villaggio. Quante capre e pecore, quanti asini, cammelli e cavalli: la città pare l’aia di un grumo di case slabbrate perse nella campagna! La Old City – la città vecchia, intasata all’inverosimile da ogni forma di trazione umana, meccanica o animale – inizia al Delhi Gate, informe costruzione di quattro o cinque secoli fa, ormai sommersa da bancarelle e da pubblicità. La città vecchia in realtà è un enorme bazar, o se preferite un gigantesco dedalo di piccoli commercianti; si estende su circa un chilometro quadrato a Sud delle bellezze incomparabili della Badshahi Masjid, la moschea maggiore, e il Shahi Qila, il vecchio forte. Sono entrambi espressioni tra le maggiori dell’arte moghul: spazi perfetti, volumi armoniosi, decorazioni mai stucchevoli, direi essenziali nella loro ridondanza. Le grandi scalinate che mi trovo a percorrere non sono che un’ascensione alla bellezza delle forme architettoniche, che colui che le ha progettate voleva si scoprissero poco per volta al visitatore o al pellegrino, gradino dopo gradino.
La città è bella, è fraterna e accogliente. La gente mi chiede di essere fotografata, intesse un breve rapporto con me e poi mi lascia con un sorriso anche se non ho comprato nulla… È gente semplice e benevola, questa del Punjab; scorgo solo un turbante verde, quello tipico dei fondamentalisti; ma pure il giovane uomo che l’indossa mi sorride, dopo un istante di scontro degli sguardi. Si fa pure fotografare, alla fine.
Mi si rompe il tacco di una scarpa. Che fare? Mi guardo attorno, scorgo un ciabattino, umile e sorridente, s’accorge della mia piccola sventura, in pieno mercato, un vero suq. Mi chiama con ampi gesti che paiono benevoli, e in qualche modo mi fa capire di lasciargli le mie scarpe: camminerò con le sue che, prontamente, si toglie per darmele. Reprimo un moto di, come dire, prurito igienico, di cui d’altronde mi vergogno non poco, le calzo. Mi ha fatto anche capire di tornare un’ora dopo. Cosa che faccio. Mi ritrovo dinanzi a due scarpe che non riconosco: ha fatto suole, tacchi, risvolti… «Quanto le devo?». «Nulla». «Come nulla?». «Lei è ospite del Pakistan. Non viene più nessuno a vedere questa bella città, nessuno trascorre qualche ora nelle nostre stupende moschee, nei palazzi e nei mercati. Lei invece è venuto, e non può essere che ospite nostro». Rimango di sasso, tanta accoglienza non me l’aspettavo. Che civiltà è più sviluppata: quella che ha creato individui impermeabili gli uni agli altri o questa che, povera, anzi spesso misera, in realtà ha conservato una vera umanità? Chissà. Comunque mi sdebito offrendogli un pranzo in un negozietto dozzinale, dove il riso è profumatissimo, i chapati croccanti e deliziosi, le polpette di carne tenere e speziate. Ci abbracciamo.
Poco più tardi, sulla strada per Wagha, la frontiera con l’India dove i soldati dei due paesi si sbeffeggiano ad ogni cambio di guardia, incontro per una fortunata coincidenza uno dei massimi responsabili dei servizi segreti pakistani. Il dott. Xyz (non si può dargli un nome), psichiatra ed economista, da quarant’anni lavora per lo Stato pakistano. Un personaggio di alto livello, ma modesto nelle sue esigenze e nel suo standard di vita. Non appare, ma conta. Con lui parliamo del Pakistan di ieri e di oggi. Nella sua opinione, Jennah il fondatore è morto troppo presto, portando con sé nella tomba il sogno di un paese nel contempo laico e musulmano, in cui i mullah non avrebbero avuto nulla da dire sulla conduzione politica. Purtroppo le cose sono andate diversamente, e i governi si sono succeduti ad una velocità eccessiva, mettendo  a repentaglio la stessa sopravvivenza di un Pakistan libero e tendenzialmente democratico, attento ai poveri e nel contempo forte economicamente. La corruzione è un altro male gravissimo del paese, e coinvolge tutti i livelli dell’amministrazione pubblica, anche quelli dei servizi segreti: il nostro amico, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto fare una grande carriera e costruirsi una di quelle ville da milionari, in dollari, che i suoi colleghi si sono edificati con guadagni evidentemente illeciti.
Arriviamo a parlare del fondamentalismo islamico. Il mio interlocutore è molto chiaro: in Pakistan circa 1,6 milioni di persone hanno visioni fondamentaliste della religione e dell’Islam in particolare. Tuttavia, solo 400 mila hanno la concreta possibilità di abbracciare le armi e compiere attentati. Quasi tutti vivono nelle celebri “zone tribali”, che sono fuori dal controllo delle forze dell’ordine pakistane, anche se la situazione sta rapidamente cambiando, sia perché le popolazioni locali sono stanche dell’isolamento e della miseria in cui versano, sia perché il quadro politico interno è in evoluzione, e il governo sta cercando di porre la massima attenzione al controllo degli insegnamenti impartiti nelle scuole coraniche, le ben note madrasa. Sul futuro del paese, il nostro amico non è dei più ottimisti, anche se pensa che la natura buona della gente pakistana alla fine vincerà sulle tendenze al fanatismo o alla facile corruzione. Perché Allah lo vuole.
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