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Varanasi, la madre di tutti i fiumi

Michele Zanzucchi

Dopo la notte trascorsa su un letto duro ma confortevole, avvolto in lenzuola di lino simili a quelle che tesseva il Mahatma, mi alzo alle cinque: non so ancora che vivrò una delle più emozionanti esperienze spirituali della mia vita. Nella fitta nebbia che di questa stagione, siamo a gennaio, già a sera si leva inesorabile dal corso del Gange – la Ganga qui in India, perché il fiume è femminile per gli indù –, percorro un tratto indefinito dei ghat, le celeberrime scalinate che scendono verso il corso d’acqua dai templi e dai palazzi che sorgono lungo tutto il percorso cittadino del fiume.
Buio pesto. Solo qualche fioca luce di tanto in tanto rischiara l’atmosfera lattiginosa, interrotta da rumori a me sconosciuti che qua e là si materializzano: una scimmia avanza a zig zag; un cane piange sulla sua perduta serenità; un vecchio in tenuta adamitica abbozza qualche movimento di ginnastica; una donna spazza due o tre gradini (mi accorgerò che non se ne trova uno uguale all’altro, nei quattro chilometri dei ghat) dallo sterco lasciato dalle mucche sacre e dai fiori votivi sparsi dai pellegrini; un gruppo di uomini accovacciati per terra fa scaldare la cuccuma del tè su un mucchietto di bragia pretendendo di scacciare quell’umidità che penetra fino al midollo delle ossa; muscolosi lavandai con regolarità sbattono tessuti sulle pietre limacciose; uccelli indefiniti ma minacciosi volteggiano nell’aria scura; un uomo accatasta legna per le pire che nella giornata cremeranno i corpi dei defunti; un pellegrino si materializza dal nulla ad appena un paio di metri di distanza, sembrando quasi immateriale; prende forme umane persino il sommesso vociare dell’amore, che pare casto…
E così inizio, nella notte che se ne va, a intuire la sacralità di queste rive, da sempre luogo di culto e meditazione, di devozione e ascesi. Le stesse medesime gesta vengono ripetute da migliaia d’anni: di che rabbrividire per noi occidentali sempre più avvezzi al distruttivo usa e getta. Ma sono anche luoghi di materialismo e rumoreggiamento, di spensieratezza e godimento. L’induismo, anche in questo luogo non può che sconcertare e affascinare.
Un breve tragitto in barca nella nebbia rende visibili i bagnanti mattutini, per purificazione o igiene. Poi, sulla scalinata dipinta di bianco e arancione dell’Assi Ghat, sorseggiando un tè bevuto in una tazza di coccio monouso, perché non reggerebbe il calore e l’umidità della bevanda una seconda volta, ho appuntamento con un bramino, Anand Mishra, studioso di induismo che ha ereditato dal padre la passione per il dialogo interreligioso, di cui è stato un piccolo-grande profeta in quel di Varanasi. Continua ora a far stampare la rivista da lui ideata e diretta fino alla morte. Racconta della teoria della coincidenza degli opposti che, prima ancora che cristiana, sembra venga dai tempi dei Veda. La città stessa di Varanasi la testimonia: vi si trova infatti di tutto e il contrario di tutto. Qui, dove la notte passa al giorno e il giorno alla notte senza soluzione di continuità. Secondo il giovane bramino, esclusivismo e inclusivismo sono i grandi nemici del dialogo e vanno perciò rifiutati. Bisogna invece cercare la fede più profonda che ci sia, in ogni religione, per poter dialogare. E perciò sono i comuni fedeli, più che gli intellettuali, a poter dialogare, una facctenda di cuore più che di testa. Bisogna in qualche modo essere attaccati alla propria religione per poter ascoltare quella altrui. Dialogare, sostiene, è un viaggio; come la religione, che è un itinerario il cui scopo è il viaggiare stesso.
Una mucca sacra scende le scale sacre dietro il mio sacro interlocutore, mentre un nutrito gruppo di pellegrini ascende al tempio di Shiva sfiorando ad uno ad uno i gradini della scalinata. La gente aspetta e aspetta ancora: sembra non abbia nulla da fare d’altro. Tutti dimorano sotto la grande forza – o la grande cappa, a piacere – della predestinazione. Si avvicina una donna piccola, sporca, sdentata, macilenta, gobba e sorridente. Chiede l’elemosina con un’insistenza pacifica che sembra prendersi gioco del tempo e dello spazio, suoi e nostri. Qui a Varanasi nessuno muore di fame: i pellegrini fanno l’elemosina, debbono farla.
Riprendo la barca, questa volta approfittando del sole che ha preso a brillare e, soprattutto, a scaldare. Passo dinanzi ai principali templi assediati dai pellegrini e scorgo, accostandomi a riva, una popolazione quanto mai variegata che popola i gradini: i bramini sotto i loro grandi ombrelloni, pronti a vaticinare dietro lauta e tariffata ricompensa; i mendicanti che elemosinano un qualsiasi obolo di qualsiasi natura; i bambinelli che vendono lampade votive coronate di fiori color dell’arancio e della rosa, da lasciar galleggiare per qualche minuto prima dell’inevitabile naufragio; i commercianti di cibarie e di souvenir, la stessa razza un po’ cinica che si ritrova attorno ai santuari, ai templi, alle sinagoghe e alle moschee del mondo intero; i bagnanti presi dall’emozione della purificazione; i turisti, inconfondibili, come d’altronde io stesso, per le macchine fotografiche e i cappellini dai colori artificiali; gli occidentali in mal d’Occidente, che cercano su queste rive il perché di un’esistenza faticosa e noiosa; chi crede, soprattutto.
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