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Il segreto dell’accoglienza

Secondo Ferioli

Eugenio Melandri

Ha 62 anni. Dall’età di 16 anni ha cominciato a lavorare in un’industria metalmeccanica, dopo aver frequentato prima l’avviamento poi una scuola professionale. Una fanciullezza difficile, ma felice. Quando è nato, suo padre era morto da pochi mesi. Con la mamma e i tre fratelli ha prima abitato a casa dei genitori della mamma, poi dei genitori del papà. Fino a quando la mamma ha trovato lavoro in un mulino nella cittadina di Cento. Sposato con una pediatra, quattro figli, di cui uno, il primo, morto in circostanze tragiche. Dall’80 si è dedicato completamente al lavoro sindacale nella Cisl. Gli impegni familiari e professionali non gli hanno impedito di dedicarsi al lavoro volontario. Con la Caritas, che lo vede tutt’ora impegnato a cucinare per la mensa e con “Chiama l’Africa”, di cui per dieci anni circa è stato presidente.

 

Secondo, tua moglie è medico pediatra e, per professione, non ha certo molto tempo a disposizione. Tu hai fatto il sindacalista, anche questo un lavoro senza orario. Ma come avete fatto a mettere al mondo quattro figli? Non è stato un po’ da incoscienti?
Non nego che ci sia stata anche un po’ di incoscienza. Ma, nello stesso tempo, mia moglie ed io abbiamo avuto sempre chiaro un pensiero: che, cioè, non era importante soltanto la quantità del tempo trascorso con loro, quanto piuttosto la qualità del tempo dedicata a loro. In questo ho beneficiato e sono stato aiutato dalle grandi capacità di Bernardetta, mia moglie. Questo abbiamo sempre cercato di farlo. Poi ci ha aiutato molto il fatto che i nonni abitassero nella casa sopra di noi. Ci hanno dato una mano forte non solo dedicando tempo ai nostri figli, ma anche entrando con loro in un rapporto di profonda amicizia. Oggi il nonno è morto, ma lo ricordano sempre. La nonna è ancora con noi e adesso sono loro che ricambiano il suo impegno verso di loro, accudendola, standole vicini, lasciami dire così, coccolandola.


Quindi, nonostante gli impegni di lavoro, la famiglia per voi ha sempre avuto un ruolo centrale.
Provengo da una famiglia di formazione cristiana e, nonostante le crisi tipiche dell’età giovanile, mi sono sempre collocato dentro questa tradizione. Ho conosciuto mia moglie in parrocchia. Ci siamo sposati nell’aprile del 1979, 30 anni fa. Sposarmi ha significato per me e per noi coronare un periodo di ricerca fatta insieme, soprattutto all’interno di un cammino comunitario di fede. Proprio per questo abbiamo voluto dare centralità al sacramento celebrato in Chiesa con tutta la comunità presente. Non abbiamo voluto fare pranzi o feste. Ci siamo trovati, dopo la cerimonia religiosa, dove alla fine sono stati dati i confetti a tutti i partecipanti, a pranzo solo con i familiari. Un modo anche questo per dire che la famiglia che facevamo nascere in quel momento voleva essere sotto il segno della fede, della vita in comunità e dell’accoglienza nei confronti di tutti.

 

Poi sono venuti i figli.
Un’esperienza unica e irripetibile. Certo, nelle nostre scelte ha giocato spesso anche l’inesperienza e, come ti dicevo prima, un po’ di incoscienza. Ma ti assicuro che non si può spiegare quello che si prova quando la propria inesperienza è messa davanti ad una vita nuova che arriva e irrompe dentro la tua storia. Le nascite di Giovanni, prima, poi di ognuno degli altri nostri figli hanno reso ogni volta più bella la nostra vita insieme. La nascita di Caterina, poi, l’ho vissuta in modo emotivamente molto intenso perché mi è stato permesso di assistere al parto. È stato un momento intensissimo. Prima del parto abbiamo parlato a lungo mia moglie ed io, anche insieme all’ostetrica che la seguiva. Poi quando è nata... vedersi consegnare quel fagottino che prima piangeva, poi piano piano si è tranquillizzato, ha rappresentato un momento inesprimibile.

 

Continuiamo a parlare della tua esperienza familiare che, come dici, è stata centrale nella tua vita. Voglio chiederti di approfondire il ruolo che hanno avuto i nonni sia per voi sia per i vostri figli.
Per noi, come ti dicevo, non sono stati soltanto un aiuto nel crescere i figli. Sono stati molto di più perché hanno rappresentato un continuo momento di confronto e di aiuto morale nel portare avanti la nostra vita familiare.
Per i ragazzi sono stati prima l’aiuto della loro infanzia. Poi, quando i nonni sono diventati anziani, sono state le persone a cui hanno voluto bene, pur vedendo che la loro situazione fisica andava pian piano sgretolandosi. I ragazzi hanno visto cosa vuol dire una persona che invecchia, che perde la salute e che, comunque, all’interno della famiglia viene seguita con attenzione e cura. Loro in questo sono stati molto bravi. Ricordo il nonno Redento, il papà di mia moglie. Era un insegnante. Il pomeriggio del giorno prima di morire, una delle mie figlie, Sara, aveva avuto un problema con una lezione che non aveva capito bene e lui ha recuperato le poche forze che aveva per spiegarle la lezione. Da quel momento si è assopito fin quando non si è spento. Sara lo ricorda ancora, quasi che avesse ritardato di morire pur di darle una mano. Oggi avere una nonna in casa vuol dire avere una persona che ha seguito i ragazzi da quando erano piccoli. Loro provano una forte gratitudine nei suoi confronti. Per me e mia moglie avere gli anziani in casa è stato un po’ proseguire la tradizione delle nostre famiglie. Io ricordo quando ero bambino, la mia famiglia era molto attenta agli anziani, li ha sempre seguiti molto. Ricordo, ad esempio, che noi bambini tante volte siamo andati a cercare la nonna che era scappata di casa perché affetta da Alzheimer. Sono cresciuto in questo clima, per cui per me è una cosa naturale. Sicuramente la mia famiglia e quella di mio suocero sono privilegiate, perché abbiamo avuto la possibilità di tenere i nostri anziani a casa con noi. Oggi è tutto più difficile, anche per mancanza di spazio nelle case.

 

Secondo, mi azzardo a farti una domanda difficile. La vostra famiglia è stata toccata dal dolore, con la morte di Giovanni.
E io te ne ringrazio. Anche perché questa è una delle cose sulla quale gli amici, forse per pudore, non chiedono mai nulla, come se non fosse accaduta. Di per se la perdita di un figlio è un dolore immenso. Che non si spegne mai. Che si rinnova continuamente, anche in presenza di cose piccole, quasi banali. Questa mattina, ad esempio, quando abbiamo recitato le lodi, in mezzo al libretto ho trovato una foto di Giovanni da piccolino. Guardandola, ho provato un grandissimo dolore. Certamente Bernadetta, come madre, l’ha sofferta e la soffre anche di più. Nell’insieme continuo tuttavia a credere che, al di là del senso di fallimento e di dolore, anche questo evento drammatico abbia fatto crescere in me la consapevolezza della necessità della reciproca accoglienza. Anche dentro questa situazione mi sono sentito accolto e amato dal Signore, che ha ripreso fra le sue braccia sicure Giovi. Poi lasciami dire che ci hanno aiutato molto gli amici. Posso dire che siamo stati tenuti in piedi da loro. Puoi immaginarti la nostra situazione in quel momento. Ma abbiamo sentito fortissimo l’amore e il calore delle persone che ci vogliono bene.

 

Torniamo indietro. Alla tua vita lavorativa. A 16 anni eri in fabbrica. Come hai maturato il tuo impegno nel sindacato e perché?
Ho cominciato quasi subito ad impegnarmi nel sindacato. Certamente perché mio fratello, che aveva cominciato a lavorare prima, svolgeva attività sindacale nella sua azienda. Per me il sindacato è stata una grande scuola dove ho incontrato grandi maestri. Ci tengo a ricordare a livello locale due persone che hanno segnato la mia vita, Cesare Govoni e Mario Ricciarelli. Mentre a livello nazionale è stato fondamentale l’incontro con Pierre Carniti. Sta di fatto che già a 18 anni, ero nel direttivo della Fim-Cisl di Bologna. Ho cominciato subito a svolgere un ruolo all’interno dell’azienda. Nel tempo ho vissuto le diverse innovazioni che hanno caratterizzato la contrattazione sindacale. Ricordo in modo particolare la battaglia che abbiamo fatto sul cottimo. Siamo stati noi a proporre la retribuzione impostata sul premio di produzione e svincolata da questa formula di auto sfruttamento. Nel 1986 ho assunto la guida della categoria, la Fisascat, che comprendeva i lavoratori del commercio, del turismo e dei servizi: il periodo delle grandi trasformazioni del sistema del commercio con l’apertura degli Iper.

 

I tempi sono molto cambiati. Per anni il sindacato è stato centrale nella vita del paese. Oggi, non possiamo nascondercelo, sta vivendo una crisi profonda. Appare sempre più diviso.
È vero. Oggi la società si è radicalmente trasformata e, con essa, il mondo del lavoro. Intanto premetto che ho sempre ritenuto le divisioni nel mondo sindacale come una grandissima debolezza, che soprattutto oggi, in questa situazione molto complessa del mondo del lavoro, complica ancora di più le cose. Pensa a questo dato, troppo spesso dimenticato anche dai sindacalisti: la forbice nelle retribuzioni tra un lavoratore semplice e il suo dirigente, dal 1974 ad oggi è passata da un rapporto di 1 a 40 a 1 a 400. Io credo che il sindacato dovrebbe riprendere a mettersi a fianco degli ultimi. Così come quando si parla di un conflitto si dovrebbe imparare a mettersi dalla parte delle vittime, il sindacato dovrebbe tornare a guardare la realtà ponendosi dalla parte degli ultimi. Soprattutto oggi in questa situazione di crisi economica. Abbiamo ceduto troppo, ad esempio, sul tema della precarietà. I Co.Co.Co. erano stati presentati come contratti per figure professionali alte, di fatto poi ci siamo ritrovati lavoratori interinali che andavano a mettere su le scatolette negli Iper. Precarizzazione che non riguarda soltanto il lavoro, ma tutta la vita. Una situazione di precarietà ha, per esempio, forti ripercussioni nella vita familiare. Crea divisioni e incomprensioni. Rischia di mettere in crisi i rapporti. È tutta la società che va ricostruita a partire dal lavoro, dalla giustizia. Non è un caso che poco tempo fa, anche il Papa abbia detto che la soluzione di questa crisi va cercata a partire dai lavoratori che sono l’anello più debole della società.

 

Ma in concreto, a tuo avviso, su quali piste occorre muoversi oggi, in questa crisi che ormai tocca pesantemente le persone e le famiglie?
Innanzitutto occorre non dividersi. Abbiamo davanti a noi una serie di provvedimenti legislativi che tendono a snaturare la costituzione. La regolamentazione in parte c’è già. Forse va perfezionata, ma non snaturando il diritto di sciopero con forme che, se non toccassero situazioni anche tragiche, avrebbero il sapore della barzelletta. Come quella dello sciopero virtuale.
Nella crisi, bisogna a mio avviso dividere il lavoro che resta fra tutti. Già esiste la formula dei contratti di solidarietà. Forse sarà necessario rivedere, anche per un periodo definito di tempo, gli orari di lavoro per condividere il lavoro stesso. Non dobbiamo dimenticare che i braccianti, nelle nostre campagne nel primo dopoguerra, si dividevano tra loro le giornate lavorative tenendo conto anche delle situazioni familiari. Va affrontato e finanziato un programma di riqualificazione per quei lavoratori che dovranno uscire temporaneamente dal mercato del lavoro, per essere successivamente reinseriti. E tutto questo, a mio avviso, va organizzato all’interno di un chiaro rapporto di concertazione. Nessuno può chiamarsi fuori. La dottrina sociale della Chiesa, suggerisce forme di partecipazione fra rappresentanze dei lavoratori, delle aziende.
Poi occorre che il sindacato si internazionalizzi per estendere i diritti dei lavoratori e armonizzarli, soprattutto all’interno dell’Unione europea ma non solo, anche fra i paesi cosiddetti emergenti.
Ritengo poi urgente riformare il fisco, affinché vi sia maggiore equità e giustizia. In Italia il 35% del Pil deriva da lavoro nero. È troppo. Il nostro è un paese moderno, o almeno si definisce tale, e non può permetterselo. Anche in questo modo si possono procurare le risorse da destinare agli ammortizzatori sociali e al finanziamento della ripresa.
Più in generale, oggi dobbiamo fare una grossa riflessione e impegnarci in forme anche nuove di solidarietà. In tal senso io credo che alcune indicazioni che vengono dalla Pastorale del lavoro e dei problemi sociali e dalla Dottrina sociale della Chiesa potrebbero essere utili. A fronte di situazioni dove c’è un impoverimento, tutti debbono sentirsi impegnati per fare in modo che questa cosa non degeneri. Soprattutto occorre riformulare le regole del gioco. L’economia non può essere slegata dalle esigenze dell’uomo, non può essere senza regole. Poi chi ha determinato questa crisi è ancora dietro le quinte a lavorare e questa situazione non può andare avanti. È vero che non è più compito del sindacato ma della politica, però il sindacato su queste cose non può stare zitto, deve incalzare.

 

Cambiamo argomento. Come hai incontrato l’Africa?
Nell’85 quando sono andato a trovare padre Silvio Turazzi a Goma. Stavo vivendo un periodo difficile nel mio lavoro all’interno del patronato. Avevo bisogno di sgombrare un po’ la mente da una situazione che mi stava facendo richiudere su me stesso. Per questo sono andato a trovare padre Silvio a Goma insieme a Giovanni, allora molto piccolo e a mia moglie. È stato un incontro fecondo perché a Goma ho potuto soprattutto incontrare la gente. Ho avuto la fortuna di vivere un mese in quella che chiamerei l’Africa delle persone. Questa cosa ha colpito sia me che Bernardetta. Ricordo che scherzavo spesso dicendo che, se non fossi stato sposato, avrei mollato tutto e mi sarei stabilito in Africa. Mi ha colpito in particolare quest’Africa delle persone che si parlavano, sapevano far festa, sapevano condividere quel poco che avevano. Ho visto anche situazioni brutte, come una sera in cui la polizia stava picchiando una donna dopo averla fermata. Comunque, attraverso padre Silvio, ho capito che la solidarietà all’interno di Goma non era legata all’appartenenza ad un gruppo, ad una religione, ecc. perché una delle persone che agiva in maniera più efficace era un musulmano. Scoprire religioni diverse che sapevano lavorare insieme mi ha colpito. Questa esperienza mi ha portato a impegnarmi prima nel Gruppo Africa che era nato a Parma sempre intorno a padre Silvio, nel frattempo tornato in Italia per motivi di salute, poi in Chiama l’Africa che di quel gruppo è stato la continuazione.

 

Poi ti hanno chiesto di fare il presidente di Chiama l’Africa.
Anche se inizialmente mi faceva un po’ paura, per me si è trattato di una grande opportunità. Innanzitutto perché con Chiama l’Africa siamo riusciti a far passare in tanta parte della pubblica opinione un’altra idea dell’Africa. Non legata soltanto alle sue tragedie, ma anche e soprattutto alle sue potenzialità e alle sue grandi ricchezze umane. L’Africa ha una storia, una cultura, una tradizione che dobbiamo riscoprire e dalla quale abbiamo tantissimo da apprendere. Poi perché, pur nel nostro piccolo, con Chiama l’Africa abbiamo fatto tante cose: dai convegni sempre interessanti e partecipati, dove abbiamo avuto modo di incontrarci con quella che abbiamo chiamato l’Africa in piedi. Quella, per intenderci, dei suoi intellettuali come Ki-Zerbo e della sua gente che ci hanno portato testimonianze interessantissime. Sono stati particolarmente interessanti i campi di lavoro e i corsi di formazione dove abbiamo incontrato tanti ragazzi che si sono innamorati dell’Africa. Ma forse la cosa che mi porto dentro con più emozione è stato il viaggio organizzato insieme con Beati i Costruttori di Pace e il gruppo “operazione colomba” a Butembo, nel Nord Kivu, in piena guerra, per portare a mani nude la nostra solidarietà e la nostra vicinanza alla gente che viveva questa tragedia.

 

Anche perché tu, insieme con Lisa Clark, hai partecipato alla preparazione in loco di questo viaggio.
E non si è trattato di una cosa semplice. Spostare 300 persone a Butembo, una zona dove si combatteva era un impegno di non facile soluzione. Poi fare questo cercando anche in poco tempo (la prima destinazione avrebbe dovuto essere Bukavu, ma di fronte al no dei capi di quella provincia in pochissimo tempo ci siamo indirizzati verso Butembo) di organizzare un simposium sulla pace era un po’ da matti. È stato, comunque, uno dei momenti più forti che ho vissuto. Ricordo la fase preparatoria. Il viaggio in Africa. Non esente da difficoltà e da scoraggiamenti. Come quando, arrivati a Kampala, dovendo cercare degli interlocutori e delle persone a cui appoggiarci, avevamo trovato solo porte chiuse.
Poi da lì si sono messe in moto una serie di cose e siamo riusciti ad andare a Butembo, dove abbiamo incontrato gli uomini che controllavano il territorio nel loro quartier generale. Li ho visto per la prima volta i bambini soldato, non rispondevano jambo al mio saluto, come avrebbe fatto un bimbo normale incontrato per strada, mi guardavano con occhi di ghiaccio. Ciò che mi ha fatto impressione è che nel giro di una ventina di giorni, sono stati capaci di organizzare l’accoglienza di circa 3000 persone, tra noi 300 venuti dall’Italia e i congolesi venuti per il simposio sulla pace. Ricordo, poi, il clima che si respirava in mezzo alla gente, soprattutto durante l’assemblea. Per me, il convegno di Butembo ha girato per il verso giusto dopo l’intervento della rappresentante delle donne che ha espresso la necessità di partire dal perdono di chi ci ha usato violenza e dal riconoscimento del torto fatto per poter pensare di raggiungere la pace nel proprio paese. Da li è stato un continuo crescendo.

 

Un’esperienza che ti ha toccato anche emotivamente.
Quando siamo andati a Butembo ho vissuto momenti di emozioni molto intense, tant’è che a volte mi chiedevo se stavo sognando. Soprattutto mi aveva colpito la situazione sociale completamente diversa, rispetto al mio arrivo in Congo per la fase preparatoria del viaggio, quando vivevano in regime di coprifuoco e la gente non era libera di manifestare le sue aspettative. Arrivare nel giro di 20 giorni e trovare una situazione completamente diversa è stato eccezionale. Ho capito che il nostro viaggio arrivava in un momento in cui le persone del posto avevano bisogno di riprendere a sperare. Nella fase preparatoria avevamo fatto un’assemblea con 250 persone e da parte loro c’era molta preoccupazione. Quando siamo arrivati per il viaggio la popolazione sembrava aver tolto un tappo da cui era stata oppressa per troppo tempo, probabilmente provocato dalla preoccupazione per le violenze subite fino a quel momento. Ricordo ancora di aver portato due ulivi, uno a Butembo e uno a Bukavu, come segno di amicizia verso questa regione. Vorrei andare a rivederli perché so che sono cresciuti e sono diventati molto grandi. Un piccolo segnale di pace piantato in questa terra martoriata. Poi non posso dimenticare la grande emozione provata al nostro arrivo alle undici di sera. Ma la città era ancora tutta per strada. A fare festa: pensa che aveva vissuto nel coprifuoco fino a 7 giorni prima il nostro arrivo.

 

Hai da poco lasciato la presidenza di Chiama l’Africa. In sintesi che cosa ha rappresentato per te questa esperienza?
Sai, a me è sempre piaciuto saltare dentro alle cose nuove perché mi affascinano. Questo ha fatto si che, entrando dentro Chiama l’Africa, iniziassi da subito a vivere e fare le cose con molto entusiasmo. A volte anche con momenti di arrabbiatura, quando c’erano cose che non andavano. La maggior parte delle volte mi arrabbiavo con me stesso perché non capivo come far girare le cose nel modo giusto. Nel tempo, questo continuo rapporto con gli africani, con le persone che sono venute al convegno di Ancona e negli altri incontri sul territorio, ha fatto sì che la mia persona si trasformasse. Man mano che passava il tempo, mi sono accorto che queste relazioni mi hanno plasmato e mi hanno aiutato a spendermi più volentieri. Non credo di aver mai fatto niente di trascendentale, è stato un continuo arricchimento individuale, che mi ha aiutato a diventare persona adulta. Questa è una cosa per cui non finirò mai di ringraziare Chiama l’Africa e le persone che mi hanno accompagnato in questa avventura.
La cosa più bella era che ognuno come poteva, buttava dentro delle cose, a volte anche con un po’ di incoscienza, cercando di portare avanti idee buone. Questo minimo di senso dell’azzardo ha aiutato Chiama l’Africa a dare delle risposte che erano attese all’interno della società. Credo che per  la nostra associazione fosse arrivato il momento in cui c’era bisogno di cambiare. Per questo ho chiesto di lasciare la presidenza, pur continuando a impegnarmi come prima. Oggi il contesto è molto cambiato, ma credo che proprio per questo Chiama l’Africa abbia bisogno di continuare a lavorare, contestualizzando in termini anche nuovi i suoi obiettivi. Chiama l’Africa per me è stato un passaggio che mi ha aiutato a spendermi in termini di accoglienza. Ho accolto e mi sono sentito accolto in tutti gli incontri, sia con gli italiani che con gli africani. L’accoglienza è una delle cose che ci ha caratterizzato e ci caratterizza ancora. E questo è molto bello.

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