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Il Vietnam ha un segreto

Tra tradizione e modernità

Niccolò Rinaldi

L’epopea della guerra spazzata via dal dopoguerra. Con i suoi rivolgimenti, le sue sorprese, i suoi teatrini.

Ho Chi Min Ville - “Vietnam” è nome che plasma la terra che rappresenta: è un topos della contemporaneità, è parola d’ordine dell’emancipazione del Sud del pianeta, è un cardine della porta aperta su un’altra epoca, quella nella quale anche gli americani, e prima di loro i francesi, pèrdono.

Questo rimescolare le carte delle parti assegnate, questo premiare i “cafoni” – contadini delle risaie – sopra i tecnologici marines e i loro elicotteri, è costato caro – oh quanto sangue, quanto dolore. Tanto che si va in Vietnam accompagnati da immagini e cifre del Novecento più sciagurato. La fotografia del vietcong a cui un vietnamita del Sud sta facendo saltare le cervella nel momento in cui gli spara alla tempia; la fotografia del bimbo devastato dal napalm; uno dei primi grandi lutti dei fotografi di guerra, Robert Capa; Philip Caputo, che dalla Sicilia dei genitori finì allo sbaraglio nella giungla, per poi trasformarsi da marine a scrittore (in “Rumors of War”: “And you’ve lost your youth and come to manhood, all in a few hours... Oh, that’s painful. That is indeed.” (NdR: “E hai perso la tua gioventù e sei arrivato all’età adulta, tutto in poche ore… Oh, questo è penoso. Certamente.”); le statistiche del tipo “gli Usa hanno sganciato in Vietnam più bombe che in Germania” (da “La guerra oggi”, pamphlet valdese di Rochat).

Un bilancio crudele

Ma questa epica che si concentra sul nome “Vietnam” e sulla storica guerra è incompleta, perché poi tutto, guerra compresa, viene spazzato via dal “dopoguerra”, con le sue sorprese, i suoi rivolgimenti, i suoi teatrini. A spazzare via certa letteratura ci pensa la disincantata lucidità che Alberto Arbasino infuse in “Mekong” a inizio anni Novanta, tracciando un bilancio crudele per i rivoluzionari. “Proprio nell’aeroporto di Ho Chi Minh, gravato di emozioni storiche così importanti, e di relitti bellici d’ingombro e memento, l’anima politicamente appena appena responsabile non può fare a meno di domandarsi, se le resta un barlume, un lume: tanto sangue, lacrime, bombe, distruzioni, lutti, e affaccendarsi, per poi rivendermi solo in dollari o marchi Chivas Regal o Pierre Cardin? Tutta quella guerra, con gli infiniti morti e anche discorsi verbosi che si è tirata dietro, combattuta finalmente in favore di Seiko e Nikon (non Nixon) e Benson & Hedges e Rémy Martin per cui (saremo eccentrici? Anomali?) non sono disposto a tirar fuori un franco svizzero o a tirarmi dietro il sacchetto del duty free? E finalmente vinta per smerciare rollini giapponesi e sigarini Davidoff forse neanche cubani, e comunque privi di qualsiasi ‘aura’ per i viaggiatori non castristi e non esibizionisti e no-smoking?”.
Anch’io sono sbarcato a Ho Chi Min, che tutti costà chiamano ancora Saigon, e anche io mi sono imbattuto nei duty free di Ferragamo & C., e poi, una volta in città, nei centri commerciali, nelle automobilone dei nuovi ricchi, nei fasti di qualche ristorante esclusivo. E a Ho Chi Min Ville, là da dove gli americani erano scappati a gambe tese, là dove si consumò il trionfo militare dei comunisti, ma anche una forma di trionfo di motivazione ideologica, quell’eredità si scioglie come neve al sole. Perché questo è il principio regolatore della storia, anche della guerra del Vietnam, anche della vittoria dei vietcong sugli americani: il trionfo dei soldi – e l’Occidente libero e capitalista, umiliato a Saigon, venti anni dopo ci ritorna vincitore, coi suoi prodotti, con la sua moneta, i suoi feticci.

Gli investimenti stranieri

Il Vietnam si apre agli investimenti stranieri (la Piaggio!), si adegua ai mercati internazionali, invoglia delocalizzazioni, e lo fa alla cinese, mantenendo la bandiera con falce e martello del partito unico, e quella dell’autoritarismo, del regime che imprigiona i montagnardi (bella gente, appunto, delle montagne, canonico esempio di indigeni maltrattati), mortifica la chiesa buddista, reagisce male alla minima protesta di piazza.
Del resto, la prima eredità di quella famosa guerra furono i boat people, una tragedia immane; e chi non restò sulle zattere, finì nei campi di rieducazione, pieni zeppi - tanto che a fine 1985, ad anni dalla fine della guerra, ne furono liberati qualcosa come due milioni di cittadini. E la guerra è un ritmo, una volta che s’innesta difficile fermarsi, come ammoniva Machiavelli col suo terribile e verissimo “la guerra non si leva, ma si differisce a vantaggio altrui”. Così, dopo francesi e americani (coi quali non fu firmato alcun trattato di pace), giù con altre guerre interne: contro il popolo dei boat people, contro i buddisti, contro i contadini, contro i dissidenti, perfino, grande delusione internazionalista, contro la Cina. Ma non contro il denaro, che frega tutti.

Il Vietnam ha un segreto

Eppure, il Vietnam nasconde qualcosa, ha ancora un segreto, ancora salvato dall’aggressione consumistica e materialistica. Si osservi la geografia: questo è un paese lungo e stretto, una curva tra mare e montagne, ricco di natura. Sarà per questo, ma in Vietnam lo sguardo è più sereno che altrove, abituato a contemplare oltre un orizzonte lontano, è molto meno affaticato rispetto ai nevrotici abitanti di Shangai, e la voce è calma, e piena di cortesia. Anche l’architettura, imbastita di vecchi edifici coloniali e di modernità non troppo pompose, riesce a trasmettere una forma di accoglienza. O sarà l’aver sofferto tanto, la consapevolezza della vacuità della vita, la fatica della ricostruzione.
Sta di fatto che a Ho Chi Min, o a Saigon, ci si ritrova seduti al caffè, a parlare senza troppa fretta con qualche vecchio amico, come se fossimo a Parigi in compagnia di Vo Van Ai, un signore minuto e gentilissimo che è l’animatore della dissidenza democratica, e che sempre s’indegna contro quella stupida intellighenzia europea che del Vietnam post guerra ha fatto un orpello radical-chic.

I tempi non sono cambiati

Qua incontro gente che lavora nella cooperazione, che deve guardare la politica locale da lontano, ma che racconta storie. Come quella accaduta nella provincia di Thai Binh nel 1996, dove decine di contadini furono uccisi dall’esercito in seguito a una rivolta popolare contro la corruzione dei notabili locali del partito, colpevoli anche di tassazioni esorbitanti e di confische di terre che finivano nelle mani dei loro figli. Una storia di sangue, ma una storia ordinaria, nei regimi autoritari. Ma il bello è il dopo: l’ingranaggio burocratico del partito prevede l’invio di una commissione d’inchiesta sul posto, che viene affidata al dipartimento di sociologia dell’università. Lo stesso direttore dell’istituto di scienze sociali va sul posto, fra il giugno e il luglio del 1997, e con grande onestà descrive tutto quello che raccoglie. La sua relazione è impietosa, ricorda i rapporti della polizia zarista, i soli documenti dell’epoca a cogliere nella società russa i fermenti di quanto stava per accadere. E come quei rapporti, destinati a restare confidenziali, così è accaduto all’inchiesta del sociologo: se non fosse per un documento trafugato dalla dissidenza, non se ne sarebbe saputo nulla - né, pare, molto è stato fatto per soddisfare le raccomandazioni della relazione. Dieci anni fa una relazione così sarebbe stata un segnale: dei tempi che cambiano. Ma i tempi non sono cambiati, siamo nel 2009 e ancora si parla di quella eroica relazione, di quell’eccesso di zelo che ha fatto di un’inchiesta ufficiale una voce della dissidenza.
Fuori dal caffè, è difficile cogliere voci apertamente critiche. Nei mercati - tutti banchetti dove si sfacchina da mattina a sera e a conduzione familiare - ci si dà da fare e un certo benessere lo si vede; nella grande cattedrale cattolica, la messa è occasione per affermare la propria diversità, anche intellettuale, rispetto al regime, oppure è sfoggio di un certo benessere. Qui l’ondata dell’alienazione urbana cinese per ora non è arrivata. Il traffico è ancora con dieci motorini per una macchina. Qualche anno fa sarà stato di dieci biciclette per un motorino.

Spiritualità repressa e alienazione

Il Vietnam allora prende il suo tempo. Lo ha fatto nella lunga guerra, lo fa nella perseveranza di alcuni grandi vecchi, come il Molto Venerabile Thich Huyen Quang che a 86 anni, davvero venerabile, scrisse una sferzante e lunga accusa sulla mancanza di democrazia e i diritti della persona, tracciando, e lo fa in modo quasi analitico, un paese che è somma del capitalismo selvaggio e del peggio del comunismo. Una lezione di tempra, che ricorda anche che una società dove la spiritualità è repressa diventa una società di alienati (tante le donne bonze che vengono da forme atroci di emarginazione e persecuzione). Qua conoscono la categoria dei paesi martiri (l’Afghanistan, la Corea, la Cambogia...), quelli contro i quali la storia si è accanita per decenni, se non per secoli. Adesso, si direbbe, sarà il denaro a saldare la pena in un circolo infernale, o a liberare dalla pena - dipende dall’uso. La civiltà del lavoro che questo popolo incarna a meraviglia, farà la sua - e finora è quanto ha salvato i vietnamiti dalla disperazione. Ma non saranno “Chivas Regal e Pierre Cardin”, non saranno i fatidici “marchi”.
Piuttosto, comincia a piovere, pioggia tropicale che viene giù a catinelle. Non importa: si compra per due lire una cerata e, in groppa a un taxi motocicletta, si continua la strada. La pioggia bagna tutti, bagna la strada, si attacca addosso in queste parti del mondo, e sarà anche per questo che nemmeno per un terribile temporale ci si ferma. Il glorioso passato della guerra che fu, deve aggiornarsi.

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