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Ma le Tigri non si arrendono

Sri Lanka: il governo dichiara la vittoria

Laura Giallombardo

Il governo dichiara una vittoria senza precedenti. Le Tigri annunciano il ritorno alla guerriglia nella giungla. Cresce la piaga dei bambini soldato.

«È una vittoria senza precedenti». Queste le parole di Mahinda Rajapaksa, presidente dello Sri Lanka all’indomani della conquista di Kilinochchi. La roccaforte dell’LTTE (Le Tigri per la liberazione di Elaam) appare ora come una città fantasma, abbandonata dai guerriglieri e dai civili e attraversata solo dai mezzi e dagli uomini dell’esercito di Colombo. Ma si tratta di un reale trionfo per il governo, oppure di una semplice battuta d’arresto per i ribelli?
Situata a poche miglia di distanza dall’India, la piccola isola vede alternarsi nel suo territorio coloni portoghesi, poi olandesi e infine inglesi.
Proprio sotto la dominazione britannica arrivano i primi Tamil. Originari del Sud dell’India, di religione indù, vengono chiamati a lavorare nelle piantagioni di tè, caffè e cocco di un paese con una maggioranza Sinhala buddista. Di nazionalismo si inizia a parlare subito dopo l’indipendenza, nel 1948. I coltivatori Tamil vengono privati del diritto di voto e alcuni di essi della cittadinanza. Il Sinhala diventa l’unica lingua ufficiale, e al buddismo è riconosciuto lo status di religione ufficiale. Il nazionalismo e la crescente discriminazione fanno salire la tensione, che sfocia non di rado in disordini. Migliaia di Tamil sono costretti a spostarsi.
Il movimento LTTE nasce nel 1976: i suoi attivisti denunciano discriminazioni nei confronti dei Tamil nell’educazione e nel lavoro e chiedono a gran voce la creazione di uno Stato autonomo nel Nord-Est del paese. La prima delle tre guerre di liberazione inizia nel 1983. Le Tigri si liberano dei gruppi di ribelli rivali e conquistano la penisola di Jaffna. Nella seconda metà degli anni Ottanta il governo è costretto a fronteggiare la ribellione a Nord e l’insurrezione del Fronte di Liberazione del Popolo a Sud. Nel 1994 il presidente Kumaratunga apre i negoziati con i ribelli, ma l’ostilità dei Tamil ne decreta il fallimento e porta ad una ripresa dei combattimenti.
La situazione precipita
Tra il 1995 e il 2001 si combatte a Nord e a Est del territorio. Nel 2002 il governo e i Tamil firmano un fragile cessate il fuoco. Ma due anni dopo si verifica un evento destinato a cambiare le sorti della guerra. Il colonnello Karuna forma una fazione separatista, accusando i suoi leader di discriminazione verso i Tamil orientali. La scissione è un duro colpo per l’LTTE, che non solo si priva di centinaia di soldati, ma è costretto a combattere ora anche un focolaio interno. Ma il risvolto sorprendente della vicenda è l’alleanza di Karuna con l’esercito governativo, che fornisce supporto militare alla fazione secessionista in cambio di informazioni strategiche. La situazione precipita. La tregua vacilla, gli attacchi da entrambe le parti si moltiplicano, e come se non bastassero i morti, i feriti, gli sfollati e le violenze, le inondazioni del 2003 e il terremoto e il maremoto del 2004 mettono in ginocchio il paese. Nel 2008 il governo pone fine al cessate il fuoco e, intensificando le operazioni militari, riconquista gran parte del territorio.Il controllo navale della costa è la strategia vincente, grazie a cui diminuisce il traffico di armi e si indebolisce l’LTTE.
Le domande però rimangono. Quanto è vacua la conquista di Kilinochchi? L’espugnazione della capitale dello Stato è realmente significativa? Cosa rimane della vittoria militare se non è accompagnata dalla negoziazione?
Il dramma dei civili

Già in passato le Tigri hanno subito pesanti perdite, eppure hanno sempre trovato il modo di risorgere. La risposta delle Tigri non si è fatta attendere. Una bomba a Colombo; un comunicato che parla dell’occupazione di una città volutamente liberata dai civili e dalle truppe, spostatesi più a Nord-Est; l’annuncio del ritorno alla guerriglia nella giungla. Nonostante le proclamazioni del governo di prossima definitiva vittoria, il dubbio e l’incertezza permangono.
Nell’attesa delle prossime mosse sul campo, occorre puntare lo sguardo sul dramma della popolazione cingalese. La situazione dei civili è diventata critica, mentre i militari combattono, i politici proclamano e il mondo ignora.
Delle discriminazioni verso la minoranza Tamil si è già scritto. Sebbene sia considerato una democrazia, con elezioni libere, libertà sindacale e di religione, lo Sri Lanka ha una diffusa corruzione: i giornalisti, in particolare chi si occupa di Diritti Umani, sono costantemente minacciati, cresce la politicizzazione dei giudici. La popolazione è già pesantemente provata da una grave crisi economica. La guerra ha causato il ferimento e la morte di migliaia di persone (si parla di 70.000 vittime) da ambo le parti. Secondo l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), ci sono 450.000 sfollati Tamil. Il governo ha costretto molti di loro a stabilirsi in aree insicure. Secondo Amnesty International l’esercito conduce operazioni militari nelle aree dove si trovano i civili. Nel rapporto Besieged, Displaced and Detained del dicembre 2008, Human Rights Watch, organizzazione che si occupa di Diritti Umani, accusa il governo di crisi alimentari, aiuti umanitari bloccati, arresti arbitrari e sparizioni di civili. Da parte dei Tamil la situazione non migliora. Accusati di essere terroristi, le Tigri compiono da anni attentati (nel 1991 sono persino implicati nell’assassinio del primo ministro indiano Rajiv Gandhi) e spesso arruolano adolescenti. Dal settembre 2008 le organizzazioni internazionali e non governative (ad eccezione della Croce Rossa internazionale e della Caritas) non sono più presenti nel Nord del territorio. Nessuno può testimoniare cosa sta succedendo a causa delle restrizioni agli spostamenti dei giornalisti. E laddove non arrivano microfoni e telecamere non c’è conoscenza. Se non c’è conoscenza la denuncia dei testimoni non sarà raccolta e amplificata, e non giungerà alle masse. E la soluzione sarà ancora più lontana.

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