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Il delta maledetto

La Nigeria e il petrolio

Luca Manes

Fanno affari le grandi compagnie, ma per la gente il petrolio è una maledizione. Nel Delta non si coltiva più, mentre crescono cancro e leucemia.

Per la Nigeria quella del petrolio è da decenni una maledizione, piuttosto che una benedizione come si potrebbe pensare. Nelle ultime settimane tanti sono stati gli accadimenti legati allo sfruttamento della risorsa naturale di cui è ricco il sottosuolo del paese africano, quasi tutti di segno negativo. Incominciamo segnalando che i ribelli del Mend – di cui ogni tanto si parla anche nell’emisfero occidentale, notoriamente “distratto” sulle questioni che riguardano il continente nero – hanno sospeso la fragile tregua in atto dallo scorso settembre. Allo stesso tempo le società petrolifere che operano in Nigeria continuano a far registrare utili record, come dimostrano i dati dell’ultimo bilancio dell’anglo-olandese Shell, che in quelle zone ormai da decenni fa la parte del leone. Nel 2008 l’impresa ha dichiarato profitti per ben 21,5 miliardi di dollari.
Conseguenze nefaste per l’ambiente e per l’uomo
Ma di queste cifre alle popolazioni locali importa ben poco. Anzi, ai loro occhi il greggio rappresenta una fonte di problemi troppo spesso insoluti. Non a caso gli sversamenti di petrolio in tutto il territorio nigeriano sono sempre frequenti. Gli ultimi si sono verificati a Ikarama (Stato del Bayelsa), Ikot Ada Ufoh (Stato di Akwa Ibom), Uzere e Iwerekhan (Stato del Delta). Ma ad avere impatti ancora più gravi è l’odiosa pratica del gas flaring, che consiste nel bruciare a cielo aperto gas naturale collegato all’estrazione del greggio. Sulla scia di alcuni pronunciamenti dell’Alta Corte, il governo della Nigeria si era impegnato a far cessare il gas flaring entro lo scorso 31 dicembre, ma per adesso le compagnie petrolifere continuano ad inquinare impunemente. Per farsi un’idea di quali conseguenze abbia tale attività, basti pensare che i costi e le mancate entrate ad essa collegate si aggirano intorno ai 2,5 miliardi di dollari l’anno, il tutto in un paese dove il 66 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Il flaring nigeriano produce un ammontare di CO2 pari a quello di 18 milioni di macchine, per un totale di 23 miliardi di metri cubi di gas. Le conseguenze non sono nefaste solo per l’ambiente, ma anche per l’uomo. Nella regione del Delta sono in crescita esponenziale i casi di leucemia, asma e bronchiti croniche, tanto che l’aspettativa di vita è di soli 41 anni.
“Le grandi oil corporation mettono in cassa introiti da capogiro anche perché non pagano i costi ambientali delle loro operazioni. In questo modo il debito ecologico dovuto alla Nigeria rimane insoluto”. A lanciare questo grido d’allarme è Nnimmo Bassey, presidente dell’Ong nigeriana Environmental Rights Action (ERA). Gli esponenti di ERA sono molto preoccupati anche delle immediate conseguenze che la diminuzione del prezzo del greggio – da 150 a 40 dollari al barile – sta avendo sull’economia nigeriana, tanto da arrivare a proporre di bloccare l’apertura di nuovi pozzi su tutto il territorio nazionale, per avviare finalmente una transizione verso quell’economia non petrolifera che tutto il pianeta agogna. In questo modo il più popoloso paese africano si sgancerebbe in parte dalla pericolosa dipendenza dall’oro nero e si ridurrebbero in un solo colpo le violazioni dei diritti umani e l’inquinamento collegati ai processi estrattivi. Si stima che il peak oil della Nigeria sia già arrivato un paio di anni fa e che quindi la risorsa sia comunque in diminuzione. Secondo gli esperti di ERA è arrivato il momento di considerare altri mezzi per raggiungere lo sviluppo economico del paese, ad esempio puntando molto sull’agricoltura, elemento di forza dell’economia nigeriana prima che la corsa al petrolio scompaginasse gli equilibri.
Corruzione di pubblici ufficiali
Eppure in questo panorama alquanto desolante ogni tanto spunta fuori anche qualche nota positiva. A inizio febbraio la Kellogg, Brown & Root e la sua ex controllante Halliburton hanno patteggiato per la cifra record di 579 milioni di dollari in merito al caso di corruzione di pubblici ufficiali per l’ottenimento di commesso per il progetto di liquefazione di gas naturale di Bonny Island, sempre in Nigeria. Le due compagnie hanno così risolto la causa civile e penale mossa nei loro confronti dal dipartimento di Giustizia Usa e dalla Securities and Exchange Commission (la SEC, ovvero l’equivalente della nostra CONSOB) per violazione del Foreign Corrupt Practices Act. Nel periodo interessato dall’indagine, la Halliburton controllava al cento per cento la Kellogg, Brown & Root e alla sua guida c’era Dick Cheney, l’ex vice-presidente degli Stati Uniti. L’impianto “Bonny Island LNG” è il più grande progetto petrolifero in costruzione in Nigeria, al quale partecipa anche l’Agip, è un ambizioso progetto di liquefazione del gas naturale del costo di 3,8 miliardi di dollari, situato nella località di Finima, nel Rivers State del Delta del Niger. Per “normalizzare” la situazione del paese è necessario appurare le responsabilità delle multinazionali del ricco Nord del mondo, che troppo spesso hanno agito infischiandosene delle leggi. I primi passi sulla strada della legalità potranno portare a un reale cambiamento, al momento quanto mai difficile da raggiungere.
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