Il decreto Sicurezza
Aly Baba Faye *
Un’operazione mediatica per dire che il governo c’è. Intanto le forze dell’ordine sono sotto organico, con i fondi tagliati. Preoccupazione per il razzismo montante.
Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che contiene “Misure urgenti in materia di pubblica sicurezza e di contrasto alla violenza sessuale”. Come da copione il ricorso alla decretazione d’urgenza è frutto di una scelta fatta più per esigenza di comunicazione da parte del governo di turno, che non per l’esistenza di presupposti d’urgenza. Capitò con il governo di centrosinistra con il ministro Giuliano Amato che, in seguito al barbaro assassinio di Giovanna Reggiani, varò in 24 ore il famoso “Pacchetto Sicurezza”, un insieme di norme sulla sicurezza su richiesta del Partito Democratico (PD).Anche questa volta ci è voluto l’orrendo stupro di San Valentino perché il governo decidesse di anticipare alcune delle disposizioni contenute nel disegno di legge in discussione in Parlamento. Secondo il governo in carica, il provvedimento (Decreto Sicurezza) contiene una serie di misure per migliorare il dispositivo già presentato al Parlamento in termini di prevenzione e di contrasto, dopo la serie di violenze sessuali verificatasi nelle ultime settimane, tra cui una norma che consente ai sindaci di avvalersi di associazioni di cittadini non armati, in coordinamento con i prefetti. Dunque, dalla sicurezza coordinata che sdogana “il fai da te” e dalle ronde disarmate con ruolo di sindaci e prefetti, alla linea dura con ergastolo per gli omicidi legati a reati di violenza sessuale, carcere obbligatorio per reati di immigrazione ed espulsioni immediate, e infine una certezza della pena e norme a tutela delle vittime e delle donne.
Un’operazione mediatica
Nella sostanza un’operazione di comunicazione per dire che il governo c’è e intende ribadire la sua linea di tolleranza zero. Infatti, nonostante il calo degli stupri reclamato dal premier, gli episodi di violenza contro le donne sono un elemento che l’esecutivo non può farsi sfuggire. Certamente la Lega non si lascia sfuggire l’occasione per speculare in chiave anti-immigrazione. Tra gli aspetti che il nuovo provvedimento pone spiccano un inasprimento delle pene, un aumento delle forze di pattugliamento e la riproposizione dei gruppi di volontari per la sicurezza, ovvero le ronde. Infatti, l’articolo 52 del decreto (Concorso delle associazioni volontarie al presidio del territorio) dà la possibilità agli enti locali, previo parere del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, di avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati. Questi avrebbero lo scopo di segnalare agli organi di polizia locale, ovvero alle Forze di polizia dello Stato, eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana o situazioni di disagio sociale.La politica delle “ronde”
Questa norma relativa alle ronde è la parte più delicata, in quanto sancisce un sostanziale cedimento dello Stato rispetto ad un suo compito “costitutivo”. Infatti, uno Stato che riconosce la “giustizia fai da te” e affida il controllo del territorio ai privati dichiara, nel modo più plateale ed esplicito, il proprio fallimento. Uno Stato che non sia in grado di assicurare il controllo sul proprio territorio non è uno Stato sovrano e per questo non avrebbe più senso parlare di diritto, di regole, di leggi, di norme, di Costituzione. Verrebbe anche il sospetto di un tentativo di legittimazione delle guardie federali padane, nonostante nella norma si dica che “dalla presente disposizione non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.In ogni caso, il nodo di fondo riguarda l’efficacia delle norme rispetto ai problemi che dovrebbero combattere. C’è il dubbio sul fatto che le ronde non servano a combattere una piaga sociale come la violenza nei confronti delle donne. Un fenomeno drammatico su cui è urgente una discussione seria e approfondita, evitando ogni strumentalizzazione in chiave anti-immigrazione. L’aspetto fondamentale della violenza sulle donne è che si tratta di un epifenomeno che racconta di una profonda crisi dei modelli culturali e di rappresentazione della donna come oggetto e della femminilità come merce, ma anche di una crisi della famiglia come agenzia educativa che non ha ancora saputo trasmettere l’uguaglianza di genere.
Basti pensare che il 90% delle violenze avvengono in famiglia, che le violenze sono in deciso aumento e sempre meno quelle private vengono denunciate, indipendentemente dalla classe sociale d’appartenenza. Nonostante i dati lascino pochi dubbi su questo fenomeno, la politica preferisce eludere i nodi problematici ricorrendo a facili scorciatoie in chiave propagandistica. Si invoca la mano dura, la tolleranza zero salvo poi optare per forme di ostracismo che portano a focalizzarsi su quei crimini commessi da un immigrato chiedendone l’espulsione. Se una logica punitiva resta pur sempre una magra consolazione, tuttavia chi non sarebbe d’accordo con la mano dura contro i crimini come lo stupro e la pedofilia?
Su questo non è ammissibile il perdurare del lassismo. Ma da qui a scivolare nel razzismo ce ne corre. Secondo la stima Istat, il 10% degli stupri commessi in Italia sono attribuibili a stranieri, mentre il 90% è opera di italiani. Secondo l’Istituto di statistica, il 69% degli stupri è opera di partner, mariti o fidanzati; solo il 6% sono opera di estranei. Se anche il 50% di questi “estranei” fossero immigrati, si arriverebbe solo ad un 3% degli stupri, rileva l’Istat.
Gli immigrati come “capro espiatorio”
Ma non importa snocciolare i dati, poiché quel che conta è la comunicazione, che ormai da tempo è riuscita a creare una percezione dello straniero come minaccia in una logica da capro espiatorio. La politica su questo lucra e, negli ultimi anni, non è stato sempre chiaro il confine tra destra e sinistra. Basti pensare alla tempestività con la quale Filippo Penati, presidente della provincia di Milano e dirigente del PD, si è dichiarato favorevole alle ronde e si è impegnato a mettere subito a disposizione dei fondi. La sinistra deve fare la sinistra e deve smettere di rincorrere la destra. Si può essere di sinistra senza essere lassista né razzista.
Sul tema della sicurezza serve un’elaborazione lucida e non demagogica. È necessario un dibattito sui modelli educativi dominanti, ma serve anche la repressione dei crimini orrendi. L’idea che la destra sia il paladino della sicurezza è un falso storico che va smontato. Così come va smontata l’idea che l’unico modo per occuparsi di sicurezza sia quello di rincorrere il razzismo. Insomma, cominciamo col pensare che tra lassismo e razzismo ci sia uno spazio per politiche pubbliche credibili. Le ronde sono solo una sciagura che nella migliore delle ipotesi servirà per fare spedizioni razziste. In ogni caso se vengono ammesse le ronde, allora anche le comunità dovrebbero armarsi per difendere la propria sicurezza. Siamo alla società del Far west o all’imbarbarimento sociale?
L’esercizio della democrazia richiede capacità di giudizio e memoria critica. Seminare odio può avere conseguenze non solo su un oggi molto buio, ma anche su un domani che potrebbe sottrarsi al nostro controllo. L’approccio all’immigrazione che la politica italiana ha assunto negli ultimi anni non guarda all’immigrato come persona, perché criminalizza interi gruppi etnici e perché il reato di clandestinità annulla e sopprime ogni possibilità di fare una distinzione non solo tra irregolarità e clandestinità, ma tra crimine e illecito amministrativo. Se la politica italiana non lavorerà per ridimensionare gli eccessi inaccettabili del decreto, ci avvieremo verso una bruttissima china. La storia ha già mostrato che cavalcare l’onda del populismo, se può valere il consenso, alla lunga ha un solo sbocco inevitabile: la catastrofe.
Rincresce il fatto che questa nuova escalation di populismo che fa leva sulla sicurezza abbia già fortemente connotato un dibattito politico che ha visto il PD rincorrere il PDL a nome del pragmatismo. L’invocazione bipartisan della tolleranza zero come architrave dell’unica strada del modello di governance, necessita di una delicatezza che se qualche leader politico può avere chiara, non è detto che i capi-popolo che guidano le rivolte nei quartieri abbiano. Ed è con questa volontà di potenza che molte persone portatrici di diversità vengono esposte alla violenza e si alimentano le pulsioni meno nobili dei cittadini. Vorrei continuare a credere che nella cultura politica vi sia spazio per delle politiche di sistema, rigorose e sostenibili al di là del baratro tra lassismo e razzismo. Dunque non è più accettabile né la politica dello struzzo né la logica del capro espiatorio. La pur legittima ricerca del consenso non può essere ridotta a mero consensualismo, pena scivolare nella demagogia e nel populismo. Si sa che la richiesta di repressione contro i delinquenti (naturalmente stranieri!) si rivela di fatto come un’aggressione morale nei confronti di tutti gli immigrati anche onesti.
*(Sociologo, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )






