Se il riscaldamento globale determina scarsità d’acqua, se acuisce il processo di desertificazione, se le foreste vengono distrutte, se i disastri naturali si moltiplicano, appare conseguenza logica che, soprattutto le regioni più vulnerabili sia dal punto di vista geografico che politico-economico, siano maggiormente esposte ai pericolosi effetti del cambiamento climatico. E i loro abitanti saranno vittime inconsapevoli a causa di quei “mali”, emissioni e modelli di consumi irresponsabili, cui loro hanno peraltro contribuito in maniera più che marginale.
Gli esperti in migrazioni discutono ora sulla definizione di “migranti climatici”. Non si riesce a trovare un accordo tra coloro che limitano questa dicitura alle vittime di catastrofi naturali (anche se bisognerebbe forse chiamarli “rifugiati”) o, in un’accezione più ampia, quelle persone che migrano a causa del deterioramento graduale delle condizioni dei loro territori. Quest’analisi invece deve abbracciare la definizione più larga, perché la complessità e la portata globale di questo fenomeno non può essere affrontata in maniera emergenziale, ma deve essere studiata e fronteggiata per tempo.
A tal proposito l’Europa è in ritardo. Nella relazione sul cambiamento climatico approvata recentemente dall’Europarlamento, si riconosce in modo generico il problema delle migrazioni climatiche e si richiedono studi più approfonditi per poter meglio comprendere il fenomeno. Se gli studi delle Nazioni Unite sottolineano i costi delle non azioni, l’approccio dell’Europa alle questioni dell’immigrazione appare pericolosamente inadeguato. Arrovellandosi dietro politiche securitarie e populiste, i governi del vecchio continente adottano direttive sempre più restrittive, contribuendo al rafforzamento della Fortezza Europa. Basti vedere quelli che sono gli ultimi provvedimenti europei in materia d’immigrazione. Dalla direttiva per i rimpatri sino agli accordi di riammissione, l’Ue affonda in un clima dove lo straniero che arriva (quando arriva...) in Europa non è il benvenuto, ma ospite “utile” solo quando può lavorare e poi da rimandare subito a casa. L’apertura di canali di migrazione legale, invece, rimane ancora oggetto di mille riserve dei governi. Sarebbe necessaria anche una diversa politica di sviluppo, che possa perseguire i bisogni necessari dei “paesi del terzo mondo”, fornendo modelli di sviluppo economico sostenibili basati sulla cooperazione.
Certo bisogna fare conto con la realtà. La crisi economica globale riduce di molto le aspettative di aiuto allo sviluppo. Se inizialmente si diceva che i paesi “in via di sviluppo” sarebbero stati a riparo dai nefasti effetti di questa crisi, a causa delle loro strutture economiche, ora appare chiaro che le conseguenze si faranno sentire, e anche molto. Gli obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite divengono sempre meno realizzabili e gli impegni presi vengono “congelati” con la giustificazione della crisi economica.
Ma è proprio durante queste fasi di profonda crisi che ritengo urgente un ripensamento delle relazioni Europa-Africa, che dovrebbero essere basate su una maggiore cooperazione economica, politica e tecnologica.
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