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L’industria delle armi

Il Presidente del Consiglio lo aveva promesso ai diretti interessati e, in una conferenza degli industriali del comparto armiero, aveva detto testualmente:”Vi prometto che sarò il vostro primo agente di commercio nel mondo”. L’industria delle armi rappresenta un vero e proprio fiore all’occhiello del “made in Italy”. A mettersi di traverso al business delle armi c’è una legge dello Stato che dal 1990 disciplina la materia per evitare che l’Italia contribuisca ad armare paesi che si macchiano di violazioni dei diritti umani, quelli che hanno un conflitto in corso, quelli che spendono in armi molto più che in istruzione, sanità, sociale… A questo si aggiunga che la legge prevede meccanismi di controllo e trasparenza. Quando la legge fu varata gli imprenditori del settore protestavano dicendo che quel dispositivo di fatto proibiva di vendere proprio ai potenziali migliori clienti! Molto presto ci si accorse che, nonostante quelle proibizioni, in questi anni l’Italia ha concluso trattati di cooperazione militare con Israele e Indonesia, ha venduto elicotteri alla Turchia e a nazioni africane. In tutte queste occasioni la Rete Disarmo, il coordinamento italiano delle organizzazioni che seguono le questioni relative a produzione, commercio, traffico di armi… ha chiesto e ottenuto audizioni, ha fatto presentare interpellanze, ha protestato. Adesso giungono le prime avvisaglie che il governo stia progettando di “riformare radicalmente” la legge. D’altra parte le statistiche Usa ci riferiscono che in una situazione di crisi economica profonda e difficile, il solo comparto industriale che abbia aumentato fino all’8-10% il proprio fatturato, è quello delle armi per la difesa personale. Un allargamento delle maglie della 185/90 sarebbe un passo indietro di civiltà e un contributo sostanziale alla cultura della guerra. Ai lettori di Solidarietà Internazionale chiediamo di vigilare insieme su quanto avverrà nei prossimi mesi, perché non dimentichiamo che i produttori e i venditori di armi sono i soli a pensare che: “Finchè c’è guerra, c’è speranza”.
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