Certo, Rita lascia una grande impronta nel campo delle scienze. Ma si tratta di competenze che non sono di tutti. Per questo è giusto dire anche quello che non sta nel Nobel, ma costituisce una grande lezione per donne (e uomini). L’ho sentita reagire con superiorità orgogliosa solo una volta - di solito parla da prof anche se con franca modestia - ad un convegno in cui una giornalista inopportunamente le chiese se non sentiva disagio per non avere avuto dei figli: “Ma tutti sono miei figli”. Si è raccontato molte volte che, quando negli Usa le chiesero se era accompagnata dal marito, lei rispose “I am my husband”, sono io mio marito... Una donna che da ragazza ha avuto contro il padre, che l’avrebbe preferita non studiosa, e che non accettò mai la sottomissione della madre. Donna che “sa” che si lotta il doppio in tutto quando si nasce femmina.
Non ha mai perso l’occasione di ribadire la sua femminilità, dal vestire abiti fuori da mode e tempi, ma certamente non stile giacca e cravatta, fino al numero di ricercatrici presenti nel suo istituto e all’assegnazione delle sue risorse alla fondazione per gli studi di ragazze africane destinate a realizzare professioni e ricerche nel paese d’origine (lo scorso anno ha registrato 6.700 borse di studio). E oggi - spot pubblicitario! - ha curato la pubblicazione di “Le nostre antenate”, biografie di scienziate destinate alle ragazzine delle nostre scuole, perché imparino a contare sulla propria intelligenza e a non immaginarsi veline.
Non ha scoperto solo il fattore di crescita nervoso: consegna il valore della “galassia/mente” a ciascuno e ciascuna di noi, che ce ne curiamo ancora poco. Auguri, Rita! E continuiamo come lei...
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