Sotto le bombe di Gaza

Una piccola enclave.
360 chilometri quadrati. Una popolazione di circa un milione e mezzo di abitanti, con una densità che supera le 4000 persone per chilometro quadrato. La gente è chiusa qui dentro e non ha possibilità di scappare altrove. È qui che si è scatenata l’offensiva israeliana facendo oltre 1.300 morti. Fra essi tanti bambini. Una specie di zoo umano, dove dal cielo piovono le bombe e dai carri armati arrivano i colpi di mortaio. Sono state usate bombe al fosforo e armi sofisticate che troncano gli arti. “Siamo trattati come animali in uno zoo. Ci hanno spogliato della dignità di persone. Se ci va bene, sopravviviamo a fatica. Mancano elettricità e cibo, abbondano solo paura, terrore e blocchi”. A parlare è Padre Manuel Musallam, il parroco della chiesa della Sacra Famiglia a Gaza. “Molte persone – continua Padre Manuel – sono scappate dai suburbi verso il centro di Gaza. In parecchi hanno cercato ospitalità presso i parenti. In periferia sono più esposti alle minacce dell’esercito di Gerusalemme e molte abitazioni sono state distrutte. I militari dove attaccano spianano gli edifici a colpi di mortaio e sradicano ogni pianta. In centro, in ogni alloggio, si sono ammassate tre o quattro famiglie, dalle venti alle quaranta persone. Sono scappati senza portarsi dietro nulla”.
Una guerra, quella di Gaza, che avrà ripercussioni spaventose anche nel futuro. Continua Padre Manuel: “Lei ha una vaga idea di quanti disabili avranno bisogno di essere curati e assistiti? Israele ha usato armi speciali che tranciano gli arti, per esempio le gambe e le mani. Così c’è una moltitudine di handicappati che dovrà essere riabilitata. Quante strutture specializzate nella rieducazione si dovranno costruire? I bimbi resi sordi dal frastuono delle esplosioni sono moltissimi. Molte persone hanno problemi agli occhi. Il nostro ambiente era già contaminato, ed è stato saturato dai gas sprigionati dagli ordigni usati in questi giorni”.
Adesso a Gaza le bombe non cascano più. I mortai dei carri armati tacciono e l’esercito ha lasciato il territorio. Riservandosi però il diritto di tornare quando lo ritenga opportuno. La vita è tornata a scorrere e si misurano i danni. Non solo economici, ma umani, antropologici. Le domande si sommano alle domande: quali conseguenze morali ha lasciato sul campo questa guerra? Quanta crescita di odio e di intolleranza? Riusciranno mai a convivere l’uno accanto all’altro due popoli che da sessant’anni si combattono? E, soprattutto, saprà il resto del mondo abbandonare logiche di schieramento e di opportunità politica per dare una mano alla costruzione di una pace vera?
Tutti noi ormai ci aggrappiamo alle speranze suscitate dall’elezione e dai primi passi di governo del nuovo Presidente degli Stati Uniti, Obama. Il suo appello lanciato al mondo islamico in cui ha affermato che l’America è amica dell’Islam ha suscitato reazioni in gran parte positive. Ma occorre cambiare radicalmente rotta. Uscire da una logica di schieramenti preconcetti che ci fa trovare le ragioni anche dove non ci sono.
Come è successo per Gaza, quando i nostri giornali non hanno fatto informazione ma propaganda. Quando chiunque provava a mettere in dubbio le azioni dello Stato di Israele veniva immediatamente tacciato di antisemitismo. Quando non è stato possibile neanche esprimere l’indignazione per il vero e proprio massacro fatto in quel lembo di terra. Certo, le responsabilità di questa guerra non sono da una parte sola. Ma c’è un limite a tutto. Anche all’autocensura dell’informazione. Il giornale da cui abbiamo tratto questa intervista si affrettava subito dopo a pubblicarne un’altra fatta nel 2005 al custode della terra Santa in cui si denunciavano le violenze degli islamici verso i cristiani. Verrebbe da dire: che ci azzecca?
Quella dell’informazione sta diventando un’emergenza nel nostro paese. Sotto le bombe di Gaza è purtroppo caduta anche la verità e la libertà democratica in un paese dove non era neanche possibile dire che la reazione israeliana nei confronti delle provocazioni di Hamas è stata per lo meno sproporzionata.
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