Incontro con Alì Rashid
Eugenio Melandri
La pace ancora più difficile e lontana. Il peso delle prossime elezioni in Israele. È urgente l’unità del popolo palestinese. Anche il popolo israeliano è vittima di questa politica insensata.
Alì Rashid. Laureato in scienze politiche. È stato segretario nazionale dell’ Unione degli Studenti palestinesi. Ha fatto parte dell’Unione generale degli scrittori e giornalisti palestinesi e, dal 1987 è Primo Segretario della Delegazione Generale Palestinese in Italia.
È da tempo impegnato in una lotta a cavallo tra l’Europa e il Medio Oriente per la cessazione del conflitto armato nella questione palestinese e per la conclusione della controversia nel rispetto dei diritti dell’uomo e delle risoluzioni dell’Onu.
Alle elezioni del 2006 si è candidato alla Camera con Rifondazione Comunista ed è stato eletto deputato. Candidato anche nel 2008 nelle liste della Sinistra Arcobaleno non è stato rieletto.
Finalmente la tregua. Israele lascia la striscia di Gaza, ma prevede di lasciare qualche presidio nell’area. Come giudichi la situazione adesso?
La tregua è senz’altro positiva rispetto all’inferno dei bombardamenti. Ma si tratta di un cessate il fuoco che non ha alcun contenuto politico. Resta sempre Israele che decide. Che si tiene le mani libere. E questo rischia di condizionare anche tutto il percorso futuro della crisi. La situazione politica resta immutata. Con la comunità internazionale che resta condizionata da Israele. Non c’è alcuna certezza di un processo di pace, sia nei contenuti sia nei tempi.
Perché è scoppiato l’inferno a Gaza?
Veniamo da mesi e mesi di difficoltà. Con interventi limitati, ma continui da parte di Israele. A Gaza, prima che scoppiasse questa tragedia, non c’era la pace. Questo intervento militare non è scaturito dal nulla. In verità, dal 1993 fino ad oggi il processo di pace non è mai andato avanti. La guerra continuava in tante forme diverse. Con questa azione militare Israele ancora una volta cerca di imporre la propria politica. Guardando da Gaza dobbiamo dire che Israele non ha mai avuto una vera volontà di pace. Non va poi dimenticato il fatto che Israele si sta preparando alle elezioni. La destra è molto forte e il cosiddetto centro sinistra deve rincorrerla. Anche se, ad onor del vero, ambedue hanno sempre adottato la stessa politica nei confronti della causa del popolo palestinese. L’attuale. Allora ha cercato attraverso questa guerra di guadagnare consensi, per poter tornare a vincere le elezioni. La società israeliana, ad oggi, ha risposto in modo positivo a questa guerra. Sembra dai sondaggi che il capo di Stato maggiore dell’esercito abbia raggiunto consensi mai raggiunti da parte del popolo.
Ciò che dici è abbastanza grave perché pare che non il governo, ma il popolo israeliano sia contro la causa palestinese.
Il popolo israeliano è innanzitutto vittima di questa guerra. Vittima del tipo di informazione che riceve ogni giorno. Vittima di un ceto politico che continua a dimostrare di non essere all’altezza della sfida della pace e della sicurezza, per lo stesso paese di Israele. Perchè continuare questa politica miope, significa nei fatti anche non garantire la sicurezza dei cittadini israeliani. Questo grande consenso alla guerra non l’ho inventato io. Viene dai giornali israeliani e ci dà un grande insegnamento. La guerra non distrugge solo le infrastrutture, non uccide soltanto le persone fisiche. La guerra fa molto di più. Contribuisce a creare l’inimicizia. Porta trasformazioni profonde nelle relazioni. Distrugge la cultura del diritto e delle istituzioni. Mette in pericolo la convivenza. A questo siamo arrivati.
Ma ad Hamas si imputa di non voler riconoscere lo Stato Israele.
Mi sembra si tratti di scuse che vengono portate per giustificare un’iniziativa politico-militare fatta a sangue freddo. Anche Israele non riconosce la Palestina. Anche Israele non riconosce i confini assegnati dalla comunità internazionale. Ma ciò non può essere tradotto automaticamente con la legittimazione di una guerra, fra l’altro non dichiarata. I riconoscimenti mancano da entrambi le parti. Ma poi anche riconoscersi non è sufficiente. Se si riconosce il principio di due Stati per due popoli, bisogna anche dire dove devono nascere questi Stati, con quali confini. Bisogna dire che fine faranno le colonie ebraiche. Occorre ribadire il rispetto del diritto e della legalità internazionale. In una parola, occorre indicare degli obiettivi concreti che permettano ai due popoli di vivere in una relativa sicurezza. Quella del riconoscimento dello Stato di Israele è, alla fine, una scusa. Arafat, che aveva riconosciuto lo Stato di Israele, fu assediato e umiliato.
Massimo D’Alema ad Assisi ha affermato che a far crescere Hamas è stato soprattutto il fallimento del dialogo con Fatah. Abu Mazen non ha portato mai nulla a casa.
È vero. Finora dialogo e trattati non hanno portato a nulla. Secondo l’accordo di Oslo, lo Stato palestinese avrebbe dovuto vedere la luce cinque anni dopo. L’accordo è stato firmato nel 1993. Di anni ne sono passati 15 e la situazione invece che migliorare è andata peggiorando. Israele in questi anni è andato avanti con quella che chiamo la ‘Politica dei fatti compiuti’. Senza che la comunità internazionale insorgesse. Quello che avrebbe dovuto essere lo Stato palestinese è stato riempito di colonie. Si è arrivati così ad una situazione che rende quasi impossibile la pace. Se domani si trovasse un accordo, sarebbe quasi impossibile metterlo in pratica. In verità, se guardiamo ai fatti, da sempre Israele non ha voluto arrivare ad accordi. Soprattutto dopo l’assassinio del primo ministro Rabin, per mano di un estremista ebreo. Un vero e proprio dialogo non è più partito e durante questi anni Israele è riuscita a umiliare e a togliere credibilità a tutti i suoi interlocutori, anche a tutto il movimento laico progressista che con Israele aveva firmato quest’accordo di Oslo. Con la conseguenza di una crescita di Hamas e dell’ala più radicale del movimento di liberazione. Questa politica ha fatto aumentare i consensi verso coloro che sono meno inclini ad una soluzione pacifica sia all’interno del movimento palestinese, sia all’interno dello Stato di Israele.
C’è un forte pessimismo in queste tue parole.
Confesso di essere pessimista. Soprattutto oggi, dopo la mancata reazione della comunità internazionale, di fronte al venir meno di ogni regola e alla violazione palese del diritto internazionale. In Palestina viene sistematicamente violato ogni diritto. La reazione della comunità internazionale non è stata all’altezza di una tragedia come questa. Qui in Italia, le maggiori forze politiche hanno sostenuto la guerra e l’hanno definita come guerra giusta. Si è arrivati a giustificare il massacro della popolazione civile. Di tanti bambini innocenti. In nome di una real politic che non ha nulla di umano e di legale. Come si fa a non essere pessimisti?
Ma è anche una sconfitta enorme per l’Europa. Pare che tutte le speranze si posino in questo nuovo presidente degli Stati Uniti, a cui si danno quasi poteri taumaturgici.
Guarda, questo è un augurio vivo in tutti noi. Ci attraversa tutti. Cerchiamo di trovare qualcuno che ci dia speranza. Ed è inevitabile guardare a Barack Obama. I primi passi sono stati positivi. Anche se, per arrivare alla pace, dovrà cambiare in modo significativo la politica americana che fino ad ora è stata sempre sbilanciata pesantemente verso Israele.
Alì, se tu dovessi dare un consiglio ai dirigenti palestinesi...
In questi anni di trattative senza risultati, la posizione del presidente Abu Mazen è andata sempre più indebolendosi. Israele non ha mai concesso nulla e questo da una parte ha rafforzato Hamas e, dall’altra, indebolito Abu Mazen. Durante la crisi Abu Mazen sembrava una sorta di ostaggio sia di Israele che del mondo arabo. E non dobbiamo nasconderci che con questa operazione militare israeliana oggi il movimento di Hamas è diventato l’interlocutore privilegiato sul piano politico e religioso dell’islamismo sannita, maggioritario in questa area.
A mio avviso ora bisogna procedere in fretta verso l’unità nazionale palestinese. Questa è una condizione indispensabile per poter affrontare seriamente la questione palestinese e anche per modificare l’atteggiamento di alcuni paesi arabi e della comunità internazionale.
Le scene drammatiche che ci sono arrivate nei giorni scorsi da Gaza hanno creato una indignazione diffusa senza precedenti nel mondo arabo. Occorre tradurre questa indignazione in atti politici. Se il popolo palestinese saprà trovare l’unità, sarà in grado di essere più forte per chiedere che venga rispettata la legalità internazionale e che Israele accetti finalmente di rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite.





