La memoria tradita
Maurizio Chierici
Dove solo le armi parlano. Razzi di Hamas che arrivano da Teheran nelle catacombe di Gaza, mentre i container Usa sbarcano nel porto israeliano di Ashdod, ultimo rifornimento Bush, tremila tonnellate di materiale pericoloso.
Non so con quale rimorso gli operai che fabbricano armi guardano ogni sera le nuvole nere di Gaza. Magari progressisti con la tessera del sindacato. Ma il lavoro è lavoro: stipendio, figli a scuola, vacanze. Il salario della morte sfiora la coscienza fino a quando il Tg cambia pagina. E l’annuncio di Auschwitz non muore. Il lavoro libera le abitudini dall’angoscia della disoccupazione. Le analisi di questi giorni si fermano alla contabilità di bottega: quanti bambini e quante famiglie in fumo. Nella terra dove la memoria è sacra, la memoria trascura le radici della rabbia. Kamikaze che bruciano chi è seduto al caffé; insediamenti di coloni che rimpiccioliscono la Cisgiordania occupata, dove anche le autostrade corrono divise dal labirinto dei muri. La corsia dei profughi è un budello vecchio Sudafrica. Per capire, si può guardare il film israeliano “Il giardino dei limoni”. A proposito: profughi da dove? Inutile rivangare il passato: troppo complicato capire chi ha ragione e chi ha torto. Con distacco presuntuoso gli analisti tutto fare se la cavano così.Un calvario infinito
Si inseguono solo le ultime tracce del calvario infinito. Razzi Hamas che arrivano da Teheran nelle catacombe di Gaza, mentre i container Usa sbarcano nel porto israeliano di Ashdod, ultimo rifornimento Bush, tremila tonnellate di materiale pericoloso. Non fantasie di un foglio arabo, ma racconto del quotidiano di Israele Ha’aretz sugli accordi del presidente Olmert con la Cia mentre si disegnava l’operazione Piombo Fuso. Luglio 2008, erano i mesi della tregua accettata da Hamas. Anche loro si armavano sott’acqua. Israele pensava alle elezioni non facili per i partiti di governo; Hamas per sgonfiare nella tragedia la leadership moderata dei palestinesi di Abu Mazen. In un certo senso paura e disperazione hanno funzionato. Pazienza per le vittime, profughi in eterno, e pazienza se il fiato cattivo dell’antisemitismo rinasce nell’Europa del fascismo sommerso. Obama sta arrivando; avanzare e resistere per gridare vittoria.In queste guerre senza giornalisti curiosi, via libera alle armi proibite. Nei 63 giorni dell’assedio di Sharon alla Beirut del 1982, noi piangevamo all’ospedale di Sabra dove mi sono reso conto di essere lì per guardare e raccontare, ma non volevo guardare. Nell’altra stanza dell’ospedale di Sabra arrivavano feriti bruciati dalle bombe al fosforo. Corpi che sembravano stracci da bucato: fumavano come se la pelle bollisse. Non erano tanti. Dentro la nuvola liquida che avvolgeva le macerie nessun soccorritore aveva voglia di scavare. Con le ultime forze i superstiti ancora in vita si tiravano fuori da soli. La pompa dell’autobotte era il primo sollievo. Avrebbero voluto restare per sempre sotto il velo dell’acqua, ma non c’era acqua per tutti. Le vasche dell’ospedale erano tre e i feriti 172, almeno quel giorno. Sono entrato nell’altra stanza (un attimo prima di retrocedere sconvolto) e ho visto i feriti stesi sul pavimento, uno accanto all’altro, gomiti che si sfioravano. Chi pregava. Chi si alzava sulle ginocchia. Chi frugava le tasche per cercare soldi e piccoli tesori messi da parte per resistere alla guerra. Era il momento di spendere nell’illusione di sopravvivere. Ma le vasche erano solo tre. E la pelle continuava a bruciare.
Poi le bombe ad implosione, che asciugavano senza frastuono persone e case. Collaudo sul campo apprezzato tre mesi dopo nell’incontro di Nabatia, tra tecnici militari Usa-Israele.
Anche l’export italiano non é mai in crisi. Al festival dell’Unità di Ferrara, nel 1984, ho chiesto a Luciano Lama di organizzare una gita attorno a Beirut per mostrare i risultati del bel lavoro a chi fabbricava supercannoni all’Oto Melara. “Il problema è riconvertire la produzione senza avvilire l’occupazione: locomotive al posto dei carri Leopard. Speriamo”. La voce del segretario Cgil si rompeva nell’angoscia. Finito l’incontro pubblico, due parole private: “Quando leggo cosa succede non riesco a dormire”. Venticinque anni dopo il tormento resta, ma il dubbio indebolisce. Con la crisi che vuota le tasche non è il caso di fare i sottili. Vendere fa bene, domani si vedrà.
L’ospedale di Sabra
All’ospedale di Sabra siamo tornati tre mesi dopo, un mattino di settembre dopo la notte dei lunghi coltelli. Arafat si era imbarcato su una nave greca assieme alle milizie. Esilio di Tunisi. Sabra e Chatila restavano indifese e la strategia del generale Ariel Sharon, che aveva arato il Libano (300mila morti) per vendicare quattro residenti dell’Alta Galilea uccisi dai missili che arrivavano dalla frontiera libanese, si è ispirata alla furbizia siriana nel massacro di Tel El Zaatar. Vuol dire collina dei tigli. Per quaranta giorni le artiglierie di Damasco l’hanno bombardata. Era un campo profughi palestinese, bindoville nella quale trovavano rifugio 6mila libanesi senza niente. Era facile essere senza niente in quel Libano dove il 5 per cento della popolazione controllava il 73 per cento del reddito nazionale. L’Olp di Arafat sconvolgeva il disegno di Damasco con scuole dove si insegnava anche inglese, piccoli ambulatori: insomma, una vita che diventava civile, nocciolo dell’indipendenza che il presidente Assad padre non sopportava. Incontra Pierre Gemayel, leader cristiano maronita della Falange e padre di due ragazzi che diventano presidenti del paese una volta che i palestinesi se ne sono andati, ma che nel tempo, uno dopo l’altro vengono assassinati da mani siriane. In quel 1975, Assad e il patriarca maronita si mettono d’accordo. I palestinesi devono sparire. I carri siriani contengono le forze di Arafat, e la Falange si scatena protetta alle spalle dall’esercito di pace di Damasco. 56 giorni di assedio. Tremila morti sotto le macerie. I bambini che escono vivi dalle cantine hanno la pelle grinzosa dei vecchi: sfiniti da fame, sete, paura. Col cavalletto di una grande fotografa – Atonia Mulas – sono andato a spiare cosa era rimasto di Tel El Zaatar. Spezzoni di moschea, strade coperte da macerie. Niente. Immagini messe in fila in una mostra all’Accademia di Brera, Milano, suscitano incredulità e indignazione, contaminano tv e giornali: “Mai più” sembra una promessa. Ed ecco che nel settembre di sette anni dopo, Sharon riprende la strategia siriana. Isola il campo con i suoi blindati mentre i cristiano maroniti di Bechir Gemayel (primo presidente assassinato tre settimane dopo) uccidono casa per casa 1270 palestinesi con le mani nude: vecchi, bambini, tante donne. Noi giornalisti corriamo all’ospedale di Sabra: quei corpi distesi nei corridoi, in ogni stanza, all’ombra del cortile. A Gerusalemme cade il governo Begin, Sharon resta per un po’ in ombra, ma rispunta come ministro dell’emigrazione: suo il disegno delle colonie in Cisgiordania. Sono tornato due anni fa a Tel El Zaatar. È un quartiere residenziale maronita. Supermarket al posto della moschea e dal tetto del grande mercato si alza una colonna alta come la collina. Una statua della Vergine bene illuminata invita alla devozione.Powered by !JoomlaComment 4.0 beta1





