“Sortirne da soli è avarizia. Sortirne insieme è politica”. Scriveva questo don Lorenzo Milani, tanti anni fa ormai, rivolgendosi a uno dei suoi ragazzi. La politica, secondo il prete di Barbiana, è allora mettersi “insieme” per risolvere “insieme” i problemi e le sfide che man mano si presentano alla società.
E che oggi i problemi siano tanti e complessi, nessuno può discuterlo. Stiamo vivendo una crisi economica e finanziaria mai vista. Si prospettano davanti a noi tempi difficili, con disoccupazione crescente e aumento della povertà e della miseria. Ogni giorno i mezzi di informazione ci fanno l’elenco delle imprese in difficoltà, mentre milioni di risparmiatori in tutto il mondo hanno visto svanire i propri risparmi, a causa delle avventure disinvolte di tanti banchieri e di tanti manager della finanza. E chi paga sono sempre i deboli.
In una parola, non siamo di fronte ad una crisi momentanea, congiunturale, ma stiamo vivendo una crisi di sistema che domanda cambiamenti profondi. Non piccole riforme. Il pensiero unico, il sistema liberista che ha egemonizzato culturalmente e praticamente la cultura di questo ultimo trentennio, oggi svela il suo inganno. Il mercato senza regole non solo non ha contribuito a distribuire le ricchezze, attraverso la fantomatica “mano invisibile” regolatrice di tutto, ma ha creato un’enorme disparità. La politica, messa completamente al servizio dell’economia, oggi versa in uno stato pietoso, incapace anche di fare quel minimo che lo stesso Smith le attribuiva. “La funzione principale dello Stato non è rimpiazzare il mercato, ma assicurarsi che funzioni”. In questi anni, è vero, il mercato ha funzionato. Ma per loro. Per i più forti. Per i più ricchi.
Così, questo modello di economia, fatto ad uso e consumo dei più forti, senza regole, senza quei lacci e laccioli che Berlusconi citava ad ogni piè sospinto, ha creato una situazione spaventosa. Basti ricordare il rapporto delle Nazioni Unite sulla ricchezza, dove si dice che l’1% della popolazione mondiale detiene il 50% delle ricchezze.
Oggi questo mondo ci sta crollando sotto i piedi. Anche se i fautori del “libero mercato”, dell’economia che basta a se stessa, senza regole, della finanza creativa, continuano in larga maggioranza a difendere quelle stesse posizioni e a riproporre ricette e rimedi che non entrano nel cuore dei problemi. Si vuole, in una parola, curare una malattia usando, come rimedio, gli stessi strumenti che l’hanno causata. Per questo occorre parlare di crisi di sistema. Che domanda innanzitutto di abbandonare quella vera e propria ideologia che è il pensiero unico. Quel pensiero che affida alla competitività, quindi alla guerra di tutti contro tutti, il compito di regolare la società. Ignazio Ramonet lo decriveva così in un articolo pubblicato da “Le monde” nel 1994: “Cresce, nelle attuali democrazie, il numero dei cittadini liberi che si sentono invischiati, avvolti da una specie di dottrina gelatinosa che insensibilmente avviluppa qualsiasi ragionamento ribelle, lo inibisce, lo confonde, lo paralizza fino a soffocarlo: il pensiero unico, il solo autorizzato da un’invisibile e onnipresente polizia dell’opinione.
Dopo la caduta del muro di Berlino, il crollo dei regimi comunisti e la demoralizzazione del socialismo, il nuovo Vangelo ha raggiunto un tale grado di arroganza, di boria e di insolenza che di fronte a un simile furore ideologico non è esagerato parlare di dogmatismo moderno.
Che cos’è il pensiero unico? È la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale; ed è stato, per così dire, formulato e definito fin dal 1944 in occasione degli accordi di Bretton Woods”. Sempre Ramonet descrive così i concetti fondamentali di questo pensiero: “Il mercato, idolo la cui mano invisibile corregge le asperità e le disfunzioni del capitalismo, e in particolare i mercati finanziari i cui segnali orientano e determinano il movimento generale dell’economia; la concorrenza e la competitività che stimolano e dinamizzano le imprese, conducendole a una permanente e benefica modernizzazione; il libero scambio illimitato, fattore di sviluppo ininterrotto del commercio e quindi delle società; la mondializzazione sia della produzione manifatturiera che dei flussi finanziari; la divisione internazionale del lavoro che modera le rivendicazioni sindacali e abbassa il costo del lavoro; la moneta forte, fattore di stabilità, la deregulation, la privatizzazione, la liberalizzazione, ecc.”. L’attuale crisi di sistema è figlia di questo pensiero. Eppure, nonostante questa crisi, molti continuano a credere di poter rilanciare sulle stesse basi l’economia mondiale. Quasi che si potesse “sortirne da soli” in una sorta di avarizia collettiva. È il pericolo che sta correndo il nostro paese, con una sorta di chiusura totale in se stesso. Attraverso una serie di stratagemmi politici che tendono a rafforzare questa avarizia collettiva. Non è un caso, ad esempio, che i primi fondi ad essere tagliati siano stati quelli alla cooperazione internazionale. Si veda in proposito il contributo di Giulio Marcon più avanti. Ma ci sono anche altri segnali: come l’accentuazione patologica del problema della sicurezza, tendente a spostare l’attenzione della pubblica opinione e a far ricadere le colpe della crisi sui gruppi più marginali. Primi fra tutti gli immigrati che verrebbero a rubarci il lavoro e a disturbare la nostra quiete.
Sortirne da soli
Quando scoppiò la tragedia di Cernobyl, Mons. Alfredo Battisti, allora vescovo di Udine, fece una lettera pastorale sulla pace. In essa si diceva, in modo profetico: “Chernobyl è stato un segno dei tempi. Ci ha insegnato che il cielo non ha confini. Per questo dobbiamo superare anche i confini sulla terra”. Si potrebbe dire che proprio la globalizzazione ha rotto tutti i confini, almeno dal punto di vista economico e finanziario. Ma si è trattato di un superamento di confini permesso soltanto ai capitali, non alle persone, non ai diritti. Rendendo così squilibrata sia la convivenza che la capacità di incontro. Quasi che l’incontro con gli altri, quelli che fanno parte di un’altra nazione, di un’altra storia, di un’altra cultura possa aversi soltanto quando si tratta di interessi e di affari. Di più tutta la società nel suo insieme è stata impostata a partire dall’economia, facendo del PIL (Prodotto Interno Lordo) l’unico indicatore per valutarla a definirla. La crescita economica è diventata una sorta di deus ex machina a cui affidarsi ciecamente e fideisticamente per definire lo stato di una società.
Allora se, in questo contesto di crisi, vogliamo tentare di fare un passo avanti, dobbiamo trovare nuovi indicatori per definire la società. Entra prepotentemente in campo il termine “sviluppo”. Una parola discussa. Non tanto in se stessa, quanto piuttosto nella sua accezione corrente. Nel significato prettamente di carattere materiale che le si è dato. Pasquale De Muro, nel saggio che segue, cerca di mettere i puntini sulle “i”, rilanciando in termini nuovi il termine sviluppo. Attaccando le scorciatoie di chi sostene la decrescita, anche se felice. Qui non entriamo nel merito di questo dibattito, ma vorremmo che in esso entrassero anche nuovi elementi che potremmo sintetizzare con il termine “benessere”. Esso infatti comprende anche elementi di valutazione che non sono contalizzabili: la convivialità, la poesia, la capacità di vivere insieme, il riconoscersi amichevolmente, il rispetto reciproco, il riconoscimento delle diversità di ogni tipo, dalla cultura al genere, le relazioni di vicinato, e via discorrendo. Si tratta di indicatori che non entrano nel PIL, che non si riesce a contabilizzare. Eppure, alla fine sono queste le cose che fanno star bene, che fanno vivere la società e la convivenza come casa comune. Ci domandiamo: è possibile costruire un mondo dove l’unico parametro non sia quello dei soldi e della ricchezza materiale? E in questo nuovo contesto, quale è il ruolo, se esiste, della cooperazione internazionale?
Forse è arrivato il tempo di ripensare tutto, proprio alla luce della crisi strutturale che stiamo vivendo e che può divenire un’opportunità veramente unica. Perchè i tagli alla cooperazione voluti dal governo italiano non sono significativi solamente in termini economici, ma acquistano un valore di carattere simbolico. In altre parole, il problema non sta nel fatto della diminuzione dei piccoli o grandi progetti di cooperazione, ma nel messaggio che questa decisione lancia. Un messaggio semplice: di fronte ad una crisi si decide che le prime spese da tagliare sono quelle destinate ai più poveri, agli ultimi. Si decide di “sortirne da soli”. Chiudendosi, se mai fosse possibile, all’interno del proprio club esclusivo. Rispunta, sotto altri termini, l’idea della fortezza con i ponti levatoi alzati. Il brutto segnale che ci viene dai tagli dei fondi alla cooperazione è tale, quindi, non tanto per il taglio in sé, quanto per l’idea di mondo che sottende. Un mondo costruito solo sull’interesse di pochi, che ripropone le vecchie divisioni, che si organizza in club esclusivi in cui far entrare qualcuno soltanto quando si ritiene utile o produttivo. Un mondo in cui tutto viene filtrato sotto l’ottica dell’interesse economico, a cui sacrificare tutto, anche il rispetto stesso dei diritti umani. Un mondo dove i ricchi sono disposti a tutto, anche a fare la guerra, per mantenere la loro egemonia. Sortirne in questo modo significherebbe allora porre le basi di nuovi conflittualità e di nuove guerre.
Ma occorre fare un ulteriore passo avanti. Fino ad oggi, anche nei suoi momenti migliori, la cooperazione internazionale è stata concepita come una sorta di camera di compensazione. Davanti ad un mondo tanto squilibrato, dove gran parte della popolazione fatica a vivere a causa di regole commerciali ed economiche inique che fanno tornare i conti soltanto nel portafoglio dei ricchi, la cooperazione internazionale diveniva una sorta di fondo a parte da destinare ai più poveri. Diciamolo pure: i fondi per la cooperazione internazionale erano e sono (anche se con meno soldi) una specie di borsellino degli spiccioli da destinare all’elemosina. Riproducendo così l’immagine feudale del signore ricco che si interessava dei “propri poveri” i quali, in ricambio, dovevano essergli fedeli e sottomessi.
Per sortirne insieme
“Chernobyl - scriveva il vescovo Battisti – ci ha insegnato che i cieli non hanno confine e che proprio per questo dobbiamo toglierli anche dalla terra”. Oggi ormai stiamo vivendo in un mondo unico. Con sfide globali che domandano decisioni che superano le competenze e le possibilità dei singoli governi. Si pensi alla sfida ambientale, a quella energetica e delle risorse. Non esiste problema che non tocchi, in un modo o nell’altro l’insieme dell’umanità. Né esiste soluzione, anche locale, che non si riverberi dappertutto. Giustamente qualcuno ha affermato che un raffreddore in una parte del mondo, provoca uno starnuto da un’altra parte. D’altra parte, la crisi che stiamo vivendo, pur partita dagli Stati Uniti, oggi sta interessando il mondo intero. Ed è a partire da questo dato che va studiata una via di uscita comune. Detto in altri termini, occorre superare la cooperazione come capitolo a parte della politica, per fare della cooperazione la modalità stessa della costruzione del mondo. In questo quadro, cooperazione non può essere più soltanto “parte integrante della politica estera”, ma deve divenire “parte integrante della politica interna”. Sulla base della quale verificare tutte le scelte.
Le carrette del mare che ogni giorno, in diverse parti del mondo, salpano cariche di gente che cerca altrove di trovare una possibilità di vivere dignitosamente, sono l’immagine di una crisi che assume connotati di carattere antropologico. Il mondo di domani non potrà più reggersi sulle basi su cui si è costruito il mondo di ieri. Dovrà trovare le strade per costruirsi altrimenti. Con altri parametri di carattere economico. Con altre istituzioni politiche. Con un modo altro di gestire quella che in gergo viene chiamata “governance mondiale”. Se le soluzioni che saremo capaci di trovare privilegeranno l’egoismo dei pochi a scapito degli altri, sarà il conflitto e la guerra. Se invece ci metteremo insieme cercando le migliori soluzioni per tutti allora sarà la cooperazione.





