Approfondimenti
Pasquale De Muro
La cooperazione internazionale, intesa come Official Development Assistance, è da tempo in crisi. Non mi riferisco qui soltanto al volume o all’efficacia degli aiuti, o ai ripetuti impegni assunti e non mantenuti, ma anche alle prassi della cooperazione. Per fortuna, la cooperazione non può essere ridotta ad “aiuto” o “assistenza”: cooperare, infatti, vuol dire letteralmente operare insieme verso un obiettivo comune.Le responsabilità e le conseguenze della crisi della cooperazione sono molteplici, ma non intendo qui analizzarle. Quando poi pensiamo al caso dell’Italia, la situazione è ancora più deplorevole: il ruolo del nostro paese nella cooperazione internazionale, rispetto alla sua condizione economica e sociale, è assolutamente inadeguato e marginale. Per non parlare della militarizzazione crescente dell’ “aiuto” italiano.
Le ambiguità dello sviluppo
La profonda crisi economica internazionale che stiamo vivendo non potrà che aggravare l’impasse della cooperazione. Tutti i principali paesi donatori avranno, di fatto, meno risorse disponibili per la cooperazione e un buon alibi per continuare a non mantenere gli impegni assunti. Le conseguenze peggiori della crisi non potranno che pagarle, dunque, ancora una volta i paesi a basso reddito, che, oltre a subire più di noi la dura recessione, vedranno probabilmente anche ridursi il sostegno internazionale, come di fatto sta già avvenendo. Eppure, come ha chiaramente mostrato Jeffrey Sachs nel suo libro La fine della povertà, viviamo in un epoca in cui per la prima volta nella storia abbiamo concretamente la possibilità di mettere fine alla povertà globale, perché esistono nel mondo tutte le risorse e le capacità necessarie per farlo. Quello che manca, evidentemente, è solo la reale volontà politica di farlo, nonostante i proclami e le promesse altisonanti.Tuttavia, la crisi può anche essere un’occasione per ripensare l’idea stessa di cooperazione internazionale e le sue modalità. Per la verità, un dibattito su questi temi è sempre stato vivo negli ultimi decenni, ed ha anche prodotto alcuni cambiamenti rilevanti: si pensi, ad esempio, alle questioni dell’ownership e della partecipazione, oppure alla cooperazione decentrata. Minori progressi, invece, ci sono stati sulla questione della trasparenza e dell’accountability, ma soprattutto sulla valutazione.
Il dibattito degli ultimi anni ha messo profondamente in discussione alcuni fondamenti della cooperazione. In Italia, sulla scia delle critiche sollevate da alcuni intellettuali, si è addirittura iniziato a cambiare il linguaggio della cooperazione: l’espressione “cooperazione allo sviluppo” è stata epurata del termine “sviluppo”, ritenuto un responsabile principale della crisi della cooperazione. Così, ad esempio, quelli che una volta si sarebbero chiamati “Stati generali della cooperazione internazionale allo sviluppo”, adesso si chiamano “Stati generali della solidarietà e cooperazione internazionale”.
Nel Manifesto degli Stati generali del 2006 si legge che «il nostro dibattito sulla “nuova” cooperazione e solidarietà internazionale si deve caratterizzare per la grande ricchezza e varietà dei temi in discussione. In molte sedi si affronta la questione con nuove idee e approcci di altra economia, si ridefinisce il concetto di commercio e si discute di sostituire la parola e il relativo concetto di sviluppo». Ed ancora: «La cooperazione e la solidarietà, liberate dalla camicia di forza dello sviluppo a senso unico, sembrano riproporsi al plurale. Forse, oltre ad abolire la parola sviluppo, dovremmo cominciare a parlare di “cooperazioni”».
Questa epurazione de «la parola e il relativo concetto di sviluppo», sebbene rifletta un diffuso sentimento nella società civile, nel mondo delle Ong e delle associazioni e svolga dunque un ruolo critico e liberatorio che consente di stimolare il dibattito, presenta però alcune insidie politiche e culturali che si rivelano vere e proprie trappole mentali per coloro che si occupano di cooperazione internazionale.
Innanzitutto, come ho già ricordato, cooperare significa “operare insieme in vista di un obiettivo comune”. Infatti, esistono a livello internazionale la cooperazione scientifica, la cooperazione militare, la cooperazione commerciale, e via seguendo. Parlare genericamente di “Stati generali della solidarietà e cooperazione internazionale” non vuol dire quasi niente: qual è l’obiettivo comune in vista di cui si opera insieme? Se non si coopera più allo sviluppo, per cosa si coopera? Il problema è che, una volta epurato lo sviluppo, non mi pare che si sia stati capaci, almeno finora, di sostituirlo con un altro obiettivo comune, altrettanto unificante. I candidati sono numerosi: la pace, i diritti, i beni comuni, l’ambiente, l’altraeconomia ecc. La cooperazione non avrebbe più un obiettivo unico ma una pluralità di obiettivi: diventa cooperazione a … un elenco di cose eterogenee, ma importanti.
Chi, però, può stabilire gli “obiettivi comuni” della cooperazione? Tutti coloro che operano insieme, cioè sia gli attori del Nord sia quelli del Sud del mondo. E siamo sicuri che i popoli del Sud siano stati consultati a proposito dell’epurazione dello sviluppo e del cambiamento dell’obiettivo? Siamo sicuri che “loro” siano d’accordo a sostituirlo con le altre cose sopra citate?
Un’operazione etnocentrica
Dalla mia frequentazione con amici africani, che sono attivisti, intellettuali, leader di associazioni, ricercatori, politici, studenti, mi sembra che la risposta sia negativa: noi, come al solito, non abbiamo consultato il Sud del mondo, coloro con cui intendiamo “operare insieme”. Come sempre, noi facciamo e disfiamo. Abbiamo a suo tempo deciso, da soli, che la cooperazione doveva essere allo sviluppo e adesso, abbiamo deciso che non lo deve essere più. Ancora una volta, ci siamo arrogati il diritto di decidere anche per loro. Dunque, anche l’epurazione dello sviluppo è in realtà una operazione occidentale ed etnocentrica, che riflette più i sensi di colpa di qualcuno che una vera e propria richiesta dei popoli del Sud.La seconda insidia che presenta l’epurazione dello sviluppo riguarda i contenuti stessi dell’antisviluppismo. Lo sviluppo è stato tacciato di essere: insostenibile dal punto di vista ambientale; un forma di neo-colonialismo o d’imperialismo; uno strumento di espansione della globalizzazione e (quindi) del capitalismo; un’idea illuministica; un’espressione della razionalità positivistica; una credenza occidentale; un’idea etnocentrica; e altro ancora. Inoltre, le politiche di sviluppo che negli ultimi sessant’anni sono state a vario titolo e in diverse forme attuate a livello internazionale, nazionale e regionale, secondo molti critici sono miseramente fallite.
Le critiche allo sviluppo hanno avuto obiettivi diversi. Alcune correnti hanno suggerito di rifiutare del tutto lo sviluppo e sostituirlo con altri riferimenti (solidarietà, convivialità, felicità, autosufficienza, decrescita…). Altre correnti, invece, hanno tentato di emendare o correggere il concetto: lo sviluppo, che all’inizio era prettamente “economico”, è poi progressivamente diventato sociale, community-driven, sostenibile, dal basso, endogeno, locale, ecc.
Dunque, il discorso sullo sviluppo è davvero complesso e qui non posso affrontarlo compiutamente. Perciò mi limiterò a uno solo degli aspetti menzionati, la critica culturale allo sviluppo, che costituisce un attacco particolarmente insidioso poiché, come abbiamo visto, sta ottenendo attenzione e consenso proprio da quei settori della società civile e dell’opinione pubblica impegnati sul fronte della cooperazione internazionale. La critica culturale consiste, in sintesi, nel ritenere lo sviluppo un’idea occidentale, che i paesi più ricchi e industrializzati hanno cercato di trasferire – e spesso imporre – dal secondo dopoguerra agli altri paesi del mondo, con esiti molto controversi. Inoltre, la critica culturale afferma che l’idea di sviluppo in sé è estranea alle altre culture e civiltà. Pertanto il suo trasferimento – anche attraverso gli aiuti internazionali – oltre a violare la sovranità degli altri paesi, ha ignorato e danneggiato le altre culture, portandole verso un’omologazione a quella occidentale.
La critica culturale ha certamente alcune valide ragioni. È certamente vero, infatti, che i paesi occidentali, soprattutto fra gli anni ‘40 e ‘70, hanno cercato di trasferire, anche attraverso forme di dominio economico, politico e militare, il loro modello di sviluppo agli altri paesi, ed è anche vero che l’hanno fatto trascurando spesso i problemi culturali connessi. Ciò ha condotto anche a sottovalutare (e talvolta anche a distruggere) modelli economici indigeni, apparentemente arretrati ma in realtà frutto di evoluzione e adattamento, e dunque più sostenibili e resilienti.
Tuttavia, la critica culturale presenta anche notevoli limiti. Lo sviluppo è un concetto che le scienze sociali hanno mutuato dalla biologia. L’uso che è stato fatto del termine sviluppo in ambito economico e politico è stato sempre molto ambiguo, e i significati attribuiti sono stati molteplici e non sempre congruenti. Per non parlare poi delle varie revisioni, che aggiungendo una serie di qualificazioni (es. sostenibile) o prefissi (es. autosviluppo) non hanno risolto le ambiguità ma solo complicato il quadro.
Sviluppare che cosa?
In effetti, le radici dell’ambiguità si possono individuare non tanto ponendosi la domanda “quale sviluppo?” e rispondendo con un aggettivo, ma piuttosto chiedendosi “sviluppo di che cosa?”. Se tentiamo di rispondere alla seconda domanda, appare chiaro che il discorso prevalente – soprattutto fra gli economisti – fa riferimento allo “sviluppo delle forze produttive”. In questo senso, sviluppo assume un grappolo di significati interrelati quali: crescita economica (ossia del PIL); accumulazione di capitale; cambiamento della struttura economica; modernizzazione.È evidente che lo sviluppo inteso in questo modo è effettivamente un tipico prodotto della cultura occidentale, e ha goduto di un largo consenso internazionale fino all’inizio degli anni ‘70. Tuttora questa è l’accezione prevalente tra politici ed economisti. Se facciamo riferimento, dunque, allo sviluppo delle forze produttive, la critica culturale è pienamente fondata.
Tuttavia, alla domanda “sviluppo di che cosa?” si può anche rispondere in altri modi. Esiste, infatti, un’altra tradizione di pensiero, che ha radici in Aristotele, passa per Marx, e arriva oggi a Sen, che offre una visione differente. Sulla base di questa tradizione, è necessario innanzitutto distinguere tra i mezzi e i fini dello sviluppo. Se è vero che la crescita e la modernizzazione economica sono potenti strumenti di sviluppo (sebbene non sempre gli unici o i migliori), è anche vero che il conseguente accrescimento della disponibilità di merci non può essere considerato un fine in sé e per sé. Dopotutto, quello che conta veramente è il tipo di vita che conduciamo, il nostro star bene, le libertà sostanziali di cui godiamo. Le merci, per quanto preziose, sono soltanto un mezzo, tra gli altri, che possiamo utilizzare a tale scopo.
Il fine dello sviluppo può essere concepito allora come un’espansione della nostra libertà di poter valutare e scegliere un tipo di vita cui diamo valore. Quest’approccio non può essere tacciato di essere un prodotto della cultura occidentale, perché è possibile rintracciare aspirazioni e apprezzamenti verso questi valori anche in molte culture “non occidentali”. Adottando, dunque, un’idea di sviluppo che si riferisce direttamente all’uomo piuttosto che alle forze produttive, i principali argomenti della critica culturale vengono a cadere, e il pluralismo culturale diventa non più un vincolo o un ostacolo allo sviluppo ma un suo elemento essenziale.
In conclusione, se attribuiamo allo sviluppo questo significato “umano”, non è più necessario epurare questa parola dal discorso sulla cooperazione, e la cooperazione allo sviluppo diventa “operare insieme affinché tutti possano valutare e scegliere un tipo di vita cui danno valore”.
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