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Le tante identità della pace

FLAVIO LOTTI

Eugenio Melandri

Si definisce cittadino del mondo. Dopo un viaggio iniziato nella sua terra d’origine, il Veneto. La formazione in parrocchia. L’obiezione di coscienza. La vita in una comunità di accoglienza. L’incontro con la nonviolenza e la pace. Un itinerario che l’ha portato ad essere prima tra i fondatori e gli animatori dell’Associazione per la pace.

Che poi è diventata Tavola della Pace. Organizzatore di diverse marce Perugia-Assisi. Animatore dell’Assemblea dell’Onu dei Popoli. È un punto di riferimento per tutti quelli che credono – nonostante tutto – nella possibilità di costruire un mondo un po’ più umano. Basato su relazione e dialogo. Proprio per non smentire la sua cittadinanza mondiale, si è sposato con una figlia del popolo palestinese. Incontrata – e non avrebbe potuto essere diversamente – a Gerusalemme durante un’iniziativa di pace. Ripercorro con lui le tappe di questo viaggio.

 

Flavio, allora dal Veneto al mondo.
Sì, vengo da Conegliano. E sono orgoglioso di essere veneto. Penso infatti che, al di là di tutto, la società in questa regione abbia ancora oggi una vivacità molto superiore di quella  di altre parti d’Italia. Credo che in Veneto si concentri una storia molto particolare, che ha dato un’impronta forte a tutta l’Italia. In quegli anni c’era un cattolicesimo diffuso, molto poco dogmatico. Se tu pensi l’esperienza dei Beati i Costruttori di pace, dei vescovi che si sono mobilitati negli anni ‘80, molto più che in altre parti d’Italia. Forse con meno personalità note, ma con una presenza molto diffusa e capillare. Negli anni ‘70-‘80 si è cominciato però a sentire il peso di una gerarchia che chiudeva le porte. Mio padre ha fatto, come si dice normalmente, la gavetta. Orfano di entrambi i genitori dall’età di due anni. Ha fatto l’operaio, fino a diventare un piccolo imprenditore, elettricista. Io sono cresciuto in parrocchia. Lì ho deciso di fare l’obiettore di coscienza. Compiuti diciotto anni sono andato a vivere in una comunità di accoglienza, costruita dal prete con cui ero cresciuto in parrocchia. Mi son spostato vicino Padova, dove son rimasto dal 1979 al 1985 e lì ho fatto prima il servizio civile. Dopo i venti mesi di servizio civile sono rimasto a vivere in comunità fino al 1985.

 

Sei anni di vita in una comunità. Perché? Cosa facevi?
Era una comunità molto particolare. Fondata da un prete  insieme con altre tre, quattro persone che avevano vissuto l’esperienza parrocchiale. Era una comunità di pronto intervento. Apriva le sue porte a persone di diverso genere per un intervento immediato. Quello che precede o la soluzione del problema o il trasferimento in strutture che hanno capacità più specifiche: sbandati, ex carcerati, ex tossicodipendenti, ecc. Storie spesso molto tragiche che hanno trovato in questo luogo un riparo provvisorio. La vita della comunità era basata sulla condivisione di tutto. Ci mantenevamo con il nostro lavoro. In quegli anni ho fatto tanti lavori: curavo l’orto, cucinavo, lavavo e stiravo per la comunità. In quel periodo ho fatto il fabbro, il baby-sitter, ho fatto pulizie nelle fabbriche. Alcuni avevano un lavoro stabile, gli altri si davano da fare come potevano. Poi c’era la messa la domenica, la preghiera, la meditazione. Era una comunità cristiana che condivideva la sua fede con lo stare insieme e si relazionava con il resto del mondo.

 

E ci sei arrivato con l’obiezione di coscienza?
Ho ritrovato qualche mese fa il testo della dichiarazione che avevo inviato al distretto militare per chiedere di fare l’obiettore. Ho maturato questa scelta sia nell’ambito della scuola che in quello della parrocchia. Poi c’era una grande vivacità politica su questi temi. In quel periodo Rutelli faceva le marce antimilitariste in Friuli. Entrai in contatto con anarchici non violenti, attraverso cui ebbi modo di conoscere l’obiezione di coscienza, che era ancora penalizzata. Poi  conobbi Cassola che a Bologna gestiva la Lega per il Disarmo Unilaterale. Nel mondo cattolico erano gli anni delle comunità operaie, come quella di Sirio Politi a Viareggio. Ho maturato le mie scelte dentro questo mondo variegato che in parrocchia si respirava e si seguiva intensamente. È di lì che  ho maturato l’idea dell’opposizione alle armi. Il motivo principale del rifiuto della guerra. Si è trattato per me di una vera obiezione di coscienza.

 

Poi è arrivata la stagione delle lotte contro l’installazione dei missili.
Nel ‘79 Craxi, allora Presidente del Consiglio, diede l’okay per l’istallazione degli euromissili in Italia. In quell’anno come obiettore del MIR ho cominciato a fare sensibilizzazione a favore dell’obiezione attraverso volantini e manifestazioni. Poi sono entrato a far parte della Lega degli obiettori di coscienza. Ho fatto così le prime manifestazioni contro l’istallazione dei missili nucleari. Nell’‘80 ho conosciuto don Albino Bizzotto. Un prete che aveva promosso  il comitato veneto per la pace. Abbiamo fatto la prima manifestazione da Vicenza fino a Longare. Fu una manifestazione che sorprese tutti per la grande partecipazione, e che anticipò la prima grande manifestazione a Roma contro gli euromissili. Sono entrato nei comitati per la pace, dove rappresentavo il comitato veneto a Roma. Nell’‘85 sono stato incaricato di fare il coordinatore nazionale del coordinamento nazionale dei comitati per la pace. Questo ha coinciso con il mio trasferimento a Perugia. Nel frattempo avevo partecipato alle convenzioni europee per il disarmo nucleare che si erano tenute in varie città europee.

 

Un movimento di massa quello contro gli euromissili.
In quegli anni si avvertiva molto forte il pericolo della bomba atomica. L’idea di istallare i missili a casa nostra e che l’Europa potesse diventare un campo di battaglia aveva scosso tutti. È stata proprio la paura di un pericolo incombente a mettere in moto quel movimento. Ma non solo la paura. A me pare anche che allora ci fosse un’altra cultura della politica. La politica estera era messa al centro dell’azione politica sia da parte della Democrazia Cristiana che del Partito Comunista. Si respirava il mondo. Questa cultura diversa ha intercettato la paura dei cittadini.

 

Una storia, quella del movimento per la pace, che si interseca con la tua biografia.
Fino all’‘84 il movimento per la pace è stato un movimento di massa. Nell’‘85  ha assunto il potere anche Gorbaciov. Cominciano così i primi incontri tra Reagan e Gorbaciov per arrivare alla pace. Possiamo dire che l’‘85 rappresenta l’anno in cui si chiude l’era del pericolo. Naturalmente il movimento che era nato a partire dalla paura cominciò a dare segni di crisi. Nasce da questa constatazione l’idea di fondare l’associazione per la pace, non tanto a partire dai vecchi comitati, quanto piuttosto da tutte quelle persone che, partendo anche dai comitati, volevano continuare un cammino di ricerca della pace. Questa volta non solo come assenza di guerra o come esorcizzazione del pericolo nucleare, ma piuttosto come centro della politica e della convivenza. Così nel 1988, a Bari, parte questa associazione. Un anno dopo cade il muro. Tanti pensavano che il pericolo della guerra fosse definitivamente scongiurato. Noi pensavamo invece che i problemi non fossero risolti. Poco dopo, infatti, siamo stati coinvolti dallo scoppio della prima guerra del Golfo. In questi anni nasce poi l’associazione degli enti locali per la pace che sostituisce il coordinamento degli enti locali denuclearizzati. La riflessione e l’esperienza ci porta infatti a iniziare un cammino che ha come orizzonte la pace in positivo. Per costruire la pace non basta il disarmo. Occorre rivedere tutte le relazioni. Da quelle personali a quelle internazionali. La pace intesa non solo come il contrario della guerra (e quindi disarmo), ma  anche come promozione e riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone. Da lì è nata l’idea della globalità della pace. Si stabilisce allora un incontro fecondo tra coloro che si occupavano di disarmo e  coloro che lottavano contro la fame nel mondo. Matura così l’idea che il ruolo della società civile è quello di costruire una pace positiva. Tant’è che dall’inizio degli anni ‘90 non ci siamo più occupati solo di disarmo, ma soprattutto di un altro genere di guerre: lo scontro economico, la globalizzazione, il sottosviluppo, il rapporto Nord-Sud, l’ambiente.

 

Tutto giusto, Flavio. Ma non ti pare che così si sia corso il rischio di relativizzare troppo il problema del disarmo? Oggi siamo arrivati al punto che sembrano essere gli eserciti gli unici impegnati per la pace. Con tutte queste missioni militari di pace...
Questo è un argomento delicato ed importante. Un problema a mio avviso dovuto soprattutto alla crisi della politica. Usciamo da un decennio in cui la politica ha rinunciato al suo compito di risolvere i problemi del mondo. Problemi con cui la politica deve comunque fare i conti, a destra come a sinistra. Quando emergono dei problemi, la politica deve essere in grado di dare delle risposte. La strada è sempre e solo quella, anche a livello internazionale. Di fronte alle crisi internazionali, troppo spesso la politica ha rinunciato al proprio ruolo delegandolo agli eserciti. Un ruolo molto diverso da quello immaginato da Boutros Ghali, allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, quando nel ‘92 scrisse l’agenda per la pace. Ma gli eserciti non sono capaci di svolgere questo ruolo. I conflitti sono destinati ad aggravarsi e ad incancrenirsi se non si trovano delle soluzioni politiche. Basta vedere quello che succede in Afghanistan. Con gli Usa che continuano a chiedere più uomini e l’Europa che non li manda perché non è più in grado di spendere così tante risorse o di mettere a rischio le vite dei suoi cittadini. In Italia siamo al paradosso. Mandiamo soldati in giro per il mondo, ma siamo costretti a nascondere quello che fanno perché altrimenti ci sarebbe una reazione della gente.

 

Hai parlato dell’agenda della pace. Una speranza caduta nel vuoto?
Per noi si è trattato di una grande speranza, perché rappresentava un altro modo di affrontare i problemi del mondo. Già nel ‘91 avevamo lanciato un appello per la riforma e la democratizzazione delle Nazioni Unite. Nel ‘93 abbiamo deciso di promuovere la marcia Perugia-Assisi con il tema: “Noi popoli delle Nazioni Unite”. La marcia si è tenuta due anni dopo, nel ‘95. In quell’occasione si mobilitarono moltissimi enti locali. Nacque da questa manifestazione tanto partecipata la voglia di avere un luogo, una sede in cui ritrovarci. Si ipotizzò di costruire una tavola della pace e della solidarietà. Qualche mese dopo è nata la tavola della pace. Il termine solidarietà l’abbiamo tolto perché ritenevamo fosse incluso dentro il termine pace. Intanto nasceva anche l’Onu dei popoli. Un forum in cui rappresentanti della società civile provenienti da ogni parte del mondo si potessero incontrare, conoscere, dibattere e prendere decisioni e impegni comuni. Certo, le cose che Boutros Ghali chiedeva nell’agenda della pace non si sono realizzate, ma per noi sono state un punto di partenza importante che ci ha portato a camminare.

 

Parlando con te stiamo un po’ facendo la storia del movimento per la pace in Italia. Ma veniamo ad oggi. Quali sono le grandi sfide che abbiamo davanti?
Dal punto di vista della società civile organizzata credo che il primo dei problemi sia la politica e il secondo l’informazione. L’assenza di una politica di pace e l’assenza di soggetti politici capaci di esprimere, elaborare, interpretare una politica di pace. È un problema certamente mondiale. Ma in Italia ha una dimensione più grave che nel resto del mondo. Se non siamo capaci di affrontare questa questione rischiamo di relegare il nostro impegno alla mera testimonianza. Importante, certamente, ma non sufficiente per trasformare le cose. Poi c’è la questione dell’informazione, riconosciuto da tutti come un grande problema, ma mai affrontato seriamente. Continuiamo a denunciarlo come problema, ma non abbiamo un piano di azione. In questi giorni, se fossimo stati pronti, avremmo dovuto inondare la Rai, i giornali, le televisioni di telefonate. Avremmo dovuto fare manifestazioni e sit-in  perché sui fatti di Gaza è stata fatta propaganda invece che informazione. Allora dobbiamo organizzarci. Non possiamo pensare di delegare alla politica la responsabilità di riformare o cambiare o migliorare se stessa. Continuiamo a lamentarci, ma poi di fatto affidiamo ai partiti la responsabilità di diventare migliori. Casomai aggrappandoci a qualche singolo politico che sembra ascoltarci di più. Dobbiamo smettere di praticare la separatezza dalla politica. Lasciati a se stessi,  i politici stanno provocando disastri su disastri. Oggi dobbiamo scegliere. O facciamo come la Croce Rossa che corre a destra e a manca per soccorrere chi ha bisogno, senza, naturalmente, farcela mai, oppure dobbiamo provare ad andare alla sorgente dei problemi. Purtroppo la politica non si sta riformando, ma deteriorando. Questa separatezza dalla società è destinata ad aumentare. Se nulla cambia, siamo destinati noi a fare le cose in cui crediamo e loro a continuare a seguire logiche estranee alla realtà, solo per la ricerca del consenso.

 

Facile a dirsi. Ma pare di sparare sull’ambulanza.
Dobbiamo essere innanzitutto consapevoli di una cosa: nel nostro paese non soltanto la politica non funziona. Anche un pezzo di società civile. Io penso che la politica non cambi come vorremmo anche perché c’è  una parte della società civile malata. Che ha le stesse malattie della politica. Non è un caso che ci siano persone molto importanti nella società civile che quando poi sono entrate in politica si son perse di vista. Troppo spesso la società civile organizzata segue le stesse logiche della politica: l’autoreferenzialità, la concorrenza, il voler mettere la propria sigla. Non esiste la formula magica per cui si sostituisce la mala politica con una buona società. Dobbiamo far maturare nella società l’idea che noi per primi dobbiamo cambiare. Personalmente non sono più disponibile ad andare a mediare cose che ci fanno uguali agli altri. Il secondo elemento è che bisogna prendere in mano il discorso della costruzione di una nuova politica. Cioè non possiamo pensare di dare una mano ai somali, ai palestinesi, ai ceceni soltanto facendo quello che facevamo prima. Oggi abbiamo una nuova responsabilità. Quella di provare a costruire insieme una politica nuova. Come farlo? Io ho alcune idee sui primi passi da fare, non certo sulla soluzione. Comunque dobbiamo cominciare un percorso innanzitutto tematizzando questo problema, avendolo chiaro. Con la voglia di affrontarlo in modo esplicito con una discussione franca, in cui emergano le diverse posizioni in campo. Andando avanti così la politica continuerà ad avere un influsso negativo sulla società, frammentandola.

 

A Ferrara, in occasione dell’assemblea degli enti locali per la pace avete deciso di ripartire dai comuni. Anche in occasione delle prossime elezioni amministrative.
Proprio stamattina ho finito di scrivere una bozza di un testo su questo argomento. Sono convinto, che se vogliamo costruire un movimento per la pace in grado di affrontare le sfide di questo tempo, dobbiamo tentare di costruire una politica nuova, a partire da tutti coloro che credono nei diritti umani. Di fronte ai problemi gravi che dobbiamo affrontare sia in Italia che nel mondo, occorre ricostruire innanzitutto un tessuto sociale partendo, appunto, dalle città. Qui si possono costruire nuove aggregazioni e nuovi modi di agire. Avendo come riferimento costante i diritti umani. Le prossime elezioni amministrative ci offrono una grande opportunità che è quella di avere impatto sull’opinione pubblica e quindi condizionare chi sarà eletto. C’è un modo di intendere la città, di affrontare la crisi, e c’è un modo anche per difendere e sviluppare quegli embrioni di nuova politica che in alcune città si sono realizzati. Dall’8 di giugno prossimo rischiamo di avere tante città governate dal centro destra oppure, se non governate dal centro destra, comunque lontane dalle questioni fondamentali di cui ci occupiamo noi.

 

Sei partito dicendo “Sono cittadino del mondo”. Il fatto che tu ti sia sposato con una palestinese che cosa ha significato per te?
Ho conosciuto mia moglie a Gerusalemme. A “Time for peace”. Lei lavorava con noi. La mia storia con lei ha significato moltissimo per me. Non c’è dubbio che ho dovuto aprirmi a una nuova cultura, a un nuovo modo di guardare il mondo. Questo accade ogni volta che due persone diverse si mettono insieme. Poi considera che noi ci siamo messi insieme e sposati durante la guerra del golfo. È un elemento molto importante che mi consente di vivere costantemente in una dimensione un po’ diversa da quella a cui ero abituato prima. Mi consente di declinare in modo migliore le diverse cittadinanze che ho: veneta, umbra, italiana, europea. È un incontro, confronto continuo.

 

Ti faccio, concludendo, una domanda un po’ personale. Qualche giorno fa, intervenendo ad Assisi all’assemblea convocata su Gaza, ti sei commosso. Quanto di razionalità e quanto di “pancia”, di cuore è necessario per essere costruttori di pace?
Devi sentire prima che sapere. Devi riuscire a capire e percepire che c’è dell’altro, che c’è qualcun altro. Devi riuscire a percepire l’altro. Se lo senti poi lo capisci o perlomeno hai la voglia di capirlo, di fare qualcosa. Se non lo senti, tutto diventa uguale. Penso che il cuore sia primo rispetto a tutto il resto.

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