Doha: conferenza sulla finanza per lo sviluppo
Luca Manes
Un compromesso al ribasso. Annunciata una prossima conferenza Onu sull’impatto della crisi finanziaria sui paesi poveri. L’Italia rimanda tutto al G8 a presidenza italiana.
Sulla carta, la conferenza dell’Onu sulla Finanza per lo Sviluppo dello scorso dicembre avrebbe potuto essere un momento di fondamentale importanza per i paesi del Sud del pianeta. Il vertice, che si è tenuto a Doha, capitale del Qatar, era stato convocato per verificare lo stato di attuazione del Monterrey Consensus, ovvero del documento approvato al termine della prima conferenza internazionale sulla Finanza per lo Sviluppo, che si svolse nel marzo del 2002 a Monterrey. Non a caso, i punti in agenda erano molto numerosi, suddivisi in ben sei aree tematiche: mobilitazione delle risorse domestiche; mobilitazione delle risorse internazionali (investimenti diretti esteri e altri flussi finanziari); commercio internazionale; cooperazione finanziaria e tecnica; debito estero; questioni sistemiche, quali il miglioramento del funzionamento dei sistemi monetari, finanziari e commerciali per sostenere lo sviluppo.Un’occasione mancata
La conferenza è stata un’occasione mancata sulla quasi totalità delle questioni all’ordine del giorno. Nel testo finale non si trovano misure concrete per fare fronte all’attuale crisi finanziaria e ai suoi impatti sullo sviluppo. Per molti versi, il documento sembra scritto 10 o 15 anni fa e in diversi punti è addirittura più debole di quello concordato nel 2002 in Messico.A Monterrey per lo meno si chiedeva di considerare “misure che possano mitigare l’impatto dell’eccessiva volatilità dei flussi di capitale a breve termine” o l’importanza di “rafforzare le regole prudenziali e la supervisione su tutte le istituzioni finanziarie, incluse quelle che utilizzano un forte effetto leva”. Affermazioni scomparse dal nuovo testo, proprio nel momento in cui tutti gli analisti concordano sulla necessità di applicare questi e altri strumenti.
Ormai è un dato di fatto che i giganteschi flussi di capitali illeciti che dal Sud ogni anno si spostano verso il Nord del mondo e i paradisi fiscali, sono uno dei maggiori ostacoli sulla via dello sviluppo dei paesi più poveri. Le stime più attendibili parlano di un flusso compreso tra i 500 e gli 800 miliardi di dollari l’anno, una cifra che oscura i 100 miliardi di dollari della cooperazione internazionale da Nord a Sud. Su questo, il testo di Doha si limita a segnalare che “è importante promuovere delle buone pratiche fiscali ed evitare quelle inappropriate”. Come dire, copriamoci gli occhi e tiriamo dritto.
Il ruolo centrale dell’Onu
La debolezza del testo riflette il fatto che la maggior parte dei negoziati si sono concentrati non sui contenuti specifici, ma sulla necessaria riforma della governance internazionale e dell’architettura finanziaria, e in particolare del ruolo dell’Onu in tale processo.Da un lato la dimissionaria amministrazione americana ha provato in ogni modo a togliere dal documento finale di Doha qualunque riferimento alla crisi finanziaria, e più in generale a spostare l’intero dibattito al di fuori dell’Onu, cercando così di legittimare il processo avviato alla fine dello scorso anno con l’incontro del G20. Un processo che assegna un ruolo centrale al Fondo monetario internazionale, da molti considerato al contrario come uno dei maggiori responsabili della crisi. L’assenza a Doha dei vertici di FMI e Banca mondiale (e di quasi tutti i capi di Stato dei paesi del G20) è apparsa in questo senso un chiaro segnale politico.
Dall’altra parte, la grande maggioranza dei paesi del Sud cercava al contrario di riaffermare il ruolo centrale dell’Onu come unica istituzione che può garantire un approccio multilaterale, democratico e partecipato in cui discutere tali problematiche. È in questo quadro che è necessario leggere la debolezza del testo finale di Doha, emerso come un compromesso al ribasso dopo giorni di frenetiche trattative e negoziati.
Nel testo finale, un po’ a sorpresa, è comunque sopravvissuto un articolo che segnala: “Le Nazioni Unite terranno una conferenza al più alto livello sulla crisi finanziaria ed economica globale e i suoi impatti sullo sviluppo; la conferenza sarà organizzata dal presidente dell’Assemblea Generale e le modalità verranno definite al più tardi entro marzo 2009”. Una formula che lascia aperto uno spiraglio sul ruolo dell’Onu nei prossimi mesi.
Il “club dei ricchi” e la posizione dell’Italia
Tuttavia, per quanto riguarda le riforme, ora la palla passa al G20 e all’appuntamento fissato a Londra all’inizio di aprile. Le reti e le organizzazioni della società civile internazionale stanno valutando come mobilitarsi in occasione di questo vertice, nel quale il nuovo “club dei ricchi” dovrebbe riunirsi per decidere regole che la maggioranza delle nazioni del mondo, senza alcuna responsabilità nella crisi attuale ma che ne paga le pesanti conseguenze, dovrebbe poi accettare a scatola chiusa.In questo panorama spicca, purtroppo in negativo, la posizione dell’Italia. Nel suo intervento in plenaria il sottosegretario agli Esteri Vincenzo Scotti, ha citato per ben sei volte il prossimo G8 a presidenza italiana, evidenziando come il nostro paese intenda inserire nell’agenda del summit “l’Africa, gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e la lotta contro la povertà”. Una dichiarazione per lo meno singolare, considerato che proprio la conferenza Onu di Doha doveva essere il luogo in cui discutere di tali questioni.
Di fronte al vero e proprio scontro in atto sui futuri assetti del pianeta, il nostro paese, se vuole continuare a giocare un ruolo rilevante nel panorama internazionale, è chiamato a scegliere: da una parte una minoranza di governi che pretende di decidere per l’insieme dell’umanità, dall’altra il processo all’interno delle Nazioni Unite, sicuramente più faticoso, ma unico garante di democrazia e di un approccio multilaterale. Tra queste due visioni, puntare su un G8 che escluda tanto la maggioranza dei paesi più poveri quanto i nuovi giganti economici quali Cina o India, appare ad oggi una scelta tanto miope quanto anacronistica.
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