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Il New Deal cinese

Reazioni cinesi alla crisi economica

Elena Asciutti

Gli effetti della crisi sull’economia cinese. La produzione industriale continua a scendere. Due milioni e mezzo di licenziati. Il governo corre ai ripari e stanzia 600 miliardi di dollari in due anni.

Nell’ultimo trimestre, l’economia cinese ha continuato a crescere. Nonostante questo dato positivo, la recessione globale sta provocando degli effetti anche nella Repubblica Popolare Cinese. Innanzitutto, la produzione industriale cinese è scesa per il quinto mese consecutivo. È la più grande caduta verificatasi da quando la Cina è diventata un’economia di mercato. Questo dato preoccupante, negli ultimi due mesi è stato accompagnato dal licenziamento di due milioni e mezzo di operai nel Delta delle Perle, una zona tra Canton e Hong Kong che per decenni ha funzionato come motore trainante della crescita economica cinese, soprattutto per l’industria tessile e quella del giocattolo. Questo dato contiene inoltre una previsione di natura sociale: la crisi economica avrà delle ripercussioni anche sull’esodo rurale, costringendo milioni di contadini – ogni anno in media quindici milioni – a ritornare o a rimanere nelle campagne, che a loro volta non possono mantenere questo esercito di disoccupati. L’impossibilità di trovare un posto di lavoro nelle aree urbane costituisce motivo di forte tensione sociale nelle aree rurali, che da tempo sono state scenario di proteste contro il percorso di sviluppo disequilibrato tracciato dal governo cinese. La crescita industriale della zona costiera, infatti, è stata favorita rispetto al miglioramento delle zone rurali nella parte occidentale del paese.
Arriva la crisi
Inoltre, alcune analisi economiche, tra cui quella della banca centrale di Pechino, indicano che la frenata è destinata a farsi più brutale, prevedendo che nel 2009 il PIL crescerà del 7% appena. Questi dati confermano che la crisi è arrivata anche in Cina, cogliendo di sorpresa i cinesi e penalizzando soprattutto le piccole imprese proiettate all’export. La recessione ha colpito la Cina nella sua capacità di esportare, dove è più esposta a causa del crollo di domanda mondiale da parte dei mercati di sbocco – Usa, Europa, Giappone. Il calo delle esportazioni made in China nel novembre 2008 ha segnato meno 2,2% in dollari, un dato che non si registrava dall’11 settembre 2001.
Di fronte a questi fatti inattesi, i leader politici della Repubblica Popolare Cinese sono molto preoccupati. Infatti, sono consapevoli che se l’indice di crescita scende sotto l’8% annuo, sarà difficile creare i venti milioni di posti di lavoro in città, indispensabili ogni anno per soddisfare la domanda dei lavoratori rurali e dei giovani laureati cinesi nonché per mantenere l’ordine e la pace sociale. Per i leader cinesi, quindi, la crisi economica ha assunto un significato politico: la recessione potrebbe tramutarsi in un’arma contro il regime socialista. Pertanto, la risposta del governo cinese alla crisi non si è fatta attendere.
Il New Deal cinese
A ottobre 2008, infatti, il governo ha preso importanti provvedimenti che da un lato sono dei rimedi immediati alla crisi e dall’altro rappresentano dei passi verso uno sviluppo più bilanciato della nazione. Viene così lanciato quello che alcuni economisti chiamano il New Deal cinese: lo stanziamento di 600 miliardi di dollari in due anni, destinati agli investimenti pubblici per la modernizzazione delle infrastrutture e ai sussidi sociali. L’obiettivo è quello di aumentare il peso dei consumatori cinesi, che mettono da parte oltre il 40% del reddito, e di aumentare la quota dei servizi sul PIL nazionale.
Altro importante provvedimento è stato preso dalla Sessione plenaria del Comitato centrale del Partito comunista cinese, che ha dato avvio alla liberalizzazione dell’uso dei terreni agricoli. La misura serve a correggere il sistema della distribuzione delle terre messo in atto trent’anni fa, in cui la terra posseduta collettivamente da un villaggio agricolo è utilizzata da individui. Questo sistema binario ha però dei limiti: una produzione agricola ridotta e un uso limitato nel tempo. Con il nuovo provvedimento, invece, il diritto di uso da parte di individui è stato esteso a un tempo indefinito e il trasferimento di questo diritto all’interno della comunità rurale avviene attraverso una procedura più trasparente.
Gli obiettivi di questa misura possono essere riassunti in sei punti: migliorare l’economia rurale creando un meccanismo che integri le aree rurali a quelle urbane in termini di crescita economica e di sviluppo sociale; migliorare i metodi di coltura al fine di aumentare la produttività agricola; raddoppiare il profitto netto dei residenti delle zone rurali rispetto al livello del 2008; favorire la partecipazione politica a livello locale nelle campagne e incrementare il sistema di auto-governo delle comunità agricole; offrire eguale accesso ai servizi pubblici in campagna e in città; migliorare le condizioni di vita e l’ambiente nelle zone rurali, al fine di creare capacità locali per uno sviluppo sostenibile.
Più uguaglianza
Pertanto il governo cinese appare consapevole delle difficoltà che la crisi può causare ai propri abitanti e di come possa rompere quel fragile equilibrio sociale creato in trenta anni di apertura politica ed economica. I due provvedimenti sembrano tradire la volontà dei leader cinesi di cambiare il modello di sviluppo, in favore di un socialismo di mercato un po’ più equo. La Cina ha le risorse economiche per farlo, in particolare 1.9 trilioni di riserve straniere e un enorme surplus fiscale. La crisi attuale marca quindi un importante passo nell’evoluzione della Cina come grande potere economico. Questa nazione sta infatti percorrendo una politica di estremo keynesianesimo in un momento in cui anche i paesi europei e gli Stati Uniti d’America stanno attuando interventi nei loro sistemi finanziari per prevenire un potenziale collasso finanziario globale indotto dalla crisi economica. Pertanto, vi è una crescente convergenza tra la politica economica cinese e quella del G7, nata dall’esigenza di compensare le imprecisioni delle regole fiscali e della politica monetaria statunitense. Gli Stati Uniti hanno fatto pressione sulla Cina affinché quest’ultima cambiasse l’indirizzo della sua politica economica, stimolando la domanda interna e l’apertura dei mercati. L’ironia della sorte vuole che per compensare una crisi causata dalle politiche statunitensi, gli stessi Stati Uniti stiano adesso ottenendo ciò che a lungo hanno cercato in Cina.
Ciò fa presagire a molti economisti che la Cina uscirà dalla crisi più forte di prima, perché nel frattempo avrà migliorato l’organizzazione e il sistema finanziario di supporto.
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