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Si comincia dal Darfur

In azione IL nuovo comando USA Africom

Antonio Mazzeo

George W. Bush ha autorizzato il Dipartimento di Stato a procedere alle operazioni in Sudan senza attendere la notifica del programma al Congresso, con la giustificazione, patetica, che “se non si agisce con urgenza, si metterà a forte rischio la salute e il benessere delle persone”.

Il Comando Usa per le operazioni in Africa, AFRICOM, ha dato il via a un ponte aereo per trasferire in Darfur, via Ruanda, 75 tonnellate di materiali pesanti (camion per il trasporto carburante, elevatori, depositi d’acqua e attrezzature varie non meglio specificate), a sostegno dell’ambigua operazione di “peacekeeping” che Onu e Unione Africana sostengono nella regione occidentale del Sudan dal 2004.

La missione aerea, la maggiore mai realizzata da quando il Comando è divenuto operativo, prevede l’utilizzo di due aerei cargo C-17 “Globemaster III” dell’Air Mobility Command (AMC), ed è stata autorizzata l’1 gennaio 2009 dal presidente uscente George W. Bush. In una nota inviata alla Segretaria di Stato Condoleezza Rice, è stata definita “d’importanza strategica per gli interessi e la sicurezza degli Stati Uniti d’America”.
Secondo Vince Crawley, portavoce del Comando Usa per l’Africa, “i velivoli C-17 effettueranno numerosi viaggi tra l’aeroporto di Kigali, Ruanda, e uno scalo aereo in Darfur non ancora individuato, dove le truppe statunitensi opereranno solo il tempo richiesto per le attività di scarico dei materiali”. L’(ex) presidente George W. Bush ha autorizzato il Dipartimento di Stato a procedere alle operazioni in Sudan senza attendere la notifica del programma al Congresso, con la giustificazione, patetica, che “se non si agisce con urgenza, si metterà a forte rischio la salute e il benessere delle persone”.

La base è a Vicenza
Per movimentare le attrezzature destinate alla forza multinazionale in Darfur, i militari statunitensi potranno contare sull’apporto del personale della Ruanda Defense Force, con cui è stato avviato un programma di addestramento specifico che vede la presenza d’istruttori della “Southern European Task Force” Usa con sede a Vicenza, Italia. Il programma fa parte del nuovo “ADAPT - Africa Deployment Assistance Phased Training”, iniziativa di Washington per il “rafforzamento delle capacità di logistica e trasporto militare dei partner africani”. ADAPT ha avuto il suo esordio nell’estate 2008, in occasione del trasferimento di “peacekeeper” dall’Uganda alla Somalia. “Continueremo a lavorare in stretto collegamento con le Nazioni Unite non solo per assicurare il trasporto delle forze di peacekeeping ma anche per il loro addestramento ed equipaggiamento”, ha dichiarato il portavoce di AFRICOM, Vince Crawley.
La presenza Usa in Africa
La decisione dell’amministrazione Bush di inviare i C-17 in Sudan, a meno di 15 giorni dalla conclusione del suo mandato, trova il pieno sostegno del neo presidente Barack Obama. Obama tenterà di far assumere agli Stati Uniti un ruolo ancora più attivo negli scenari diplomatici e militari africani. Durante la sua campagna elettorale, ha auspicato che le forze armate possano fornire un supporto logistico maggiore agli sforzi dei peacekeeping in Sudan. Barack Obama si è pure detto favorevole all’ipotesi di creare una “no-fly zone” in Darfur, proposta lanciata congiuntamente due anni fa da George W. Bush e dall’allora primo ministro britannico, Tony Blair. Allora, i due capi di Stato si trovarono d’accordo pure sulla necessità di bombardare gli aeroporti militari sudanesi nel caso di un loro utilizzo per raid in Darfur o in altre province del paese.
Molto probabilmente, il ponte aereo Usa-Germania-Ruanda-Sudan coinvolgerà direttamente il nostro paese, in primo luogo la base siciliana di Sigonella, che l’Air Mobility Command vorrebbe trasformare in uno dei principali scali europei dei velivoli cargo e cisterna Usa. In un’intervista rilasciata al periodico Air Forces Magazine (novembre 2008), il generale Duncan J. McNabb, la più alta autorità militare nel settore del trasporto aereo statunitense, ha spiegato che “per assicurare il successo dell’intervento in Africa”, è indispensabile “sviluppare le infrastrutture delle basi chiave, come Lajes Field, l’isola Ascensione nell’Atlantico e Sigonella, Sicilia”.
Il ruolo dell’Italia
L’Italia, però, non si limiterà a fornire basi logistiche per i velivoli da trasporto delle forze armate Usa. Alla vigilia di Natale, il ministro della Difesa Ignazio la Russa, e il capo di Stato maggiore Vincenzo Camporini hanno annunciato che le nostre forze armate si stanno preparando a partecipare alla missione congiunta Onu-UA nel Darfur, “mettendo a disposizione i propri velivoli da trasporto e proteggendo le popolazioni locali da una sorta di pulizia etnica che in qualche modo si suppone guidata da poteri politici locali”.
“L’Unione Africana non dispone di strutture logistiche, in particolare di mezzi di trasporto aereo per potere dispiegarsi e intervenire”, ha aggiunto Vincenzo Camporini. “In questo quadro è stato chiesto all’Italia e ad altri paesi di farsi carico del trasporto aereo di parte di queste truppe. La partecipazione italiana doveva partire l’anno scorso, ma non è stato possibile effettuarla perché sono stati posti dei problemi burocratici piuttosto pesanti per concedere i visti per le varie missioni di ricognizione preventive”.
In realtà la causa del ritardo dell’intervento italiano starebbe nell’insufficienza di velivoli da trasporto a disposizione dell’Aeronautica militare, specie dopo l’escalation bellica in Afghanistan. Un gap che potrebbe essere superato - secondo fonti provenienti dagli Stati Uniti - dal leasing di due o più C-17 “Globemaster III”, come fatto di recente dalla Gran Bretagna. Nel febbraio 2008, l’allora governo Prodi avrebbe avviato una trattativa con le autorità Usa per l’affitto dei C-17. La trattativa è poi proseguita con il governo Berlusconi. Washington si è dichiarata favorevole al leasing, utilizzando il cosiddetto programma “U.S. Foreign Military Sales (FMS)”.
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