Gabon: riportare al centro l’agricoltura
Paola Bizzarri
Incontro con Odome Angone, leader di un’associazione contadina gabonese. La centralità delle zone rurali. Il protagonismo dei contadini. Riscoprire le tradizioni alimentari e culinarie.
Geder (Groupement d’Entraide pour le Développement Rural/Gruppo di Aiuto Reciproco per lo Sviluppo Rurale) è un’associazione gabonese impegnata per lo sviluppo dei villaggi locali.
Se dovessimo darle un volto, tuttavia, rispecchierebbe i lineamenti e lo sguardo fiero e pulito di Odome Angone. Se potessimo fornirle la parola avrebbe la voce di questa giovane gabonese, nata a Mitzic, nella provincia del Woleu-Ntem, 28 anni fa, dottoranda in filologia spagnola all’Università Complutense di Madrid, sposata e madre della piccola Awita. Odome è una delle fondatrici di Geder e ci racconta come, cinque anni fa, dall’incontro con la Fondazione Slowfood, prese corpo il suo sogno: la nascita di un’associazione gabonese per la valorizzazione dei prodotti della sua terra assieme a coloro che la amano e la coltivano.
Odome, ci racconta come è nata l’associazione?
La data ufficiale della nascita di Geder è il 2004. Allora studiavo all’Università di Cheikh Anta Diop a Dakar, in Senegal, ma nutrivo da tempo il sogno di realizzare un’associazione per lo sviluppo delle zone rurali del Gabon. Il momento determinante si è definito grazie all’incontro con due collaboratori della Fondazione Slowfood, nel 2004 appunto, durante la Fiera internazionale agricola e delle risorse animali (FIARA), presente ogni anno nella capitale senegalese. Ebbene, quando durante la fiera incontrammo i rappresentanti di Slowfood, capimmo subito la rilevanza del progetto di riunione di contadini e piccoli produttori del mondo, per condividere esperienze ed obiettivi. Alla fine è nata Geder.
Quali sono state le difficoltà che avete incontrato?
Gli ostacoli non sono mancati. Il Gabon non conosce ancora sufficientemente il mondo della cultura associativa apolitica. Spiegare ai contadini che una studentessa stava portando avanti un progetto per far arrivare in Italia, a “Terra Madre”, il mondo agricolo del Gabon, non si è rivelato semplice. Tradotto in termini concreti significava, per esempio, far andare gratuitamente una piccola rappresentanza di contadini a Torino. Abbiamo dovuto spiegare loro che i soldi esistevano e arrivavano dall’Italia. Ma non è stato facile. Una volta affrontato questo primo ostacolo, abbiamo dovuto spiegare ai contadini gabonesi l’importanza e la necessità di creare una struttura come Geder, organizzata in ruoli specifici. L’ultima fase problematica affrontata per la nascita di Geder è stato rendere legale l’associazione, darle un corpo giuridico, con un suo ufficio in cui lavorassero uomini e donne su criteri di parità, mettendo queste ultime al centro della nostra attenzione.
Il processo di nascita di Geder porta con sé anche istanze di emancipazione femminile gabonese. È così?
Le donne sono la maggioranza all’interno di Geder. Il motivo? Si parla sempre più di femminilizzazione della povertà perché, nella maggior parte dei casi, a soffrire gli aspetti più duri della miseria sono proprio loro. Questa condizione è riconducibile a diverse ragioni: maggiori difficoltà nell’accesso alle informazioni, all’istruzione, alla salute. Pertanto, i membri di Geder si sono mossi perché al centro dei progetti di “sviluppo” si concentrino le donne. Se le gabonesi prendono coscienza di essere detentrici di un sapere, potranno avere cognizione anche di poter svolgere un ruolo chiave nella società. Per la donna gabonese, cucinare per una famiglia numerosa è una tradizione empirica, un sapere tradizionale che non si deve perdere, tanto più che nel Gabon moltissime donne aprono ristoranti o vendono piatti e cibi lungo le strade e nei mercati per nutrire le loro famiglie.
Quali sono gli obiettivi di Geder, i valori fondanti e le attività?
L’obiettivo principale consiste nell’impegno perché le zone rurali tornino a essere centri di riferimento per la salvaguardia delle nostre colture e, per raggiungere questo scopo, contadine e contadini devono poter rivestire il ruolo di attori protagonisti, in modo da portare i loro saperi all’interno dei settori sanitari, educativi e culturali. In seconda battuta, per raggiungere questi risultati lavoriamo per valorizzare le nostre tradizioni alimentari e culinarie, per preservare e proteggere l’ambiente e sviluppare un’agricoltura sana. Il nostro progetto più avanzato consiste nella promozione della gastronomia locale gabonese. Pianifichiamo e realizziamo politiche educative che permettano agli alunni delle scuole primarie di partecipare a laboratori gastronomici in modo da conoscere la nostra tradizione culinaria. Nel contempo pubblichiamo un libro di cucina gabonese contenente tutte le ricette delle province del paese. Ma nutriamo anche un desiderio: testimoniare un giorno la presenza di acqua potabile presso tutti i villaggi e il funzionamento di centri sanitari in ogni angolo del Gabon. Inoltre, la promozione della medicina tradizionale, “la pharmacopée”, rientra nei nostri impegni.
Quali sono le colture maggiormente protette e promosse da Geder?
Cerchiamo di preservare tutte le specie del nostro territorio ma, per ora, anche a causa di ridotti mezzi finanziari, ci concentriamo su alcuni prodotti: tubero della manioca, mais e banana; inoltre arachide, mango selvatico e cetriolo locale. A causa dello sfruttamento forestale, stanno scomparendo molti frutti. Ma è chiaro: le multinazionali sono più interessate al profitto economico che alla protezione della biodiversità.
A suo avviso è corretto parlare di nutrimenti per poveri e cibi per ricchi?
Sono piuttosto del parere che si debba parlare di impoverimento dell’alimentazione e arricchimento con i cibi in funzione del luogo in cui ci troviamo. Ogni popolo possiede un suo patrimonio gastronomico ed alimentare, che risponde naturalmente all’ambiente di provenienza e alle proprie necessità. Ogni popolazione è dotata di risorse alimentari per mangiare in modo corretto ed equilibrato. Il problema della scarsità o abbondanza alimentare è da ricondurre evidentemente a problematiche di ordine economico e politico. Voglio dire che esistono multinazionali con il preciso compito di controllare tutto il sistema alimentare mondiale per assicurare una sorta di “neocolonialismo alimentare”. Ed è inutile ricordare che non si può parlare di sovranità politica laddove non esiste sovranità alimentare. È questa la filosofia: permettere che ogni popolo possa liberamente scegliere le proprie politiche agricole e alimentari. Geder sposa la visione di “Terra Madre”: “Produrre localmente, consumare sul posto”, solo modo per evitare la morte dei piccoli produttori locali e il conseguente impoverimento di intere famiglie e società. Noi non vogliamo brevetti sulle nostre sementi: nei nostri villaggi gli anziani hanno sempre saputo conservare i semi per le coltivazioni future. Non abbiamo bisogno di nessuno per l’insegnamento di una conoscenza già in nostro possesso da secoli, né tanto meno di qualcuno che introduca sementi modificate geneticamente, vera minaccia per l’ambiente e per la fertilità delle nostre terre.
Sono questi i temi che affronterete durante l’incontro internazionale di gastronomia del Gabon, programmato dal 18 al 20 giugno prossimi?
Il RICA (Rencontre International de Gastronomie) ha suscitato un grande interesse non solo nel mio paese, ma anche in Italia, Spagna e Francia grazie alla rete dei nostri partner internazionali. Durante questo evento concilieremo l’approccio pedagogico e culturale con aspetti ludici e di festa. Abbiamo previsto incontri ed ateliers su politiche agricole, commercio equo, arte culinaria tradizionale come ricchezza sociale ed identitaria, mercati locali come veicolo della promozione di agricoltura biologica. Non mancherà la presenza dei bambini, con una conferenza dal titolo “La sovranità alimentare spiegata ai piccoli”, e naturalmente la presentazione dei nostri piatti tradizionali. “Sforniamo” moltissime idee all’interno dell’associazione: e pensiamo che tutti i popoli debbano essere liberi di conservare le loro tradizioni gastronomiche, ma anche agricole, culturali e sociali.





