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Alla fiera della bontà

A proposito d’iniziative benefiche nel periodo natalizio

Graziano Zoni

Tombolate. Numeri di telefono per fare offerte, Telethon. Ambasciatori e ambasciatrici di bontà. Personalità, artisti, cantanti e politici. Si raccolgono soldi. Si aiuta qualcuno. Ma tutto resta come prima.

Le feste natalizie sono passate. Al di là delle pubbliche luminarie delle nostre amministrazioni, sempre sensibili e pronte alle attese di “quasi tutti” i cittadini, sarebbe alquanto triste celebrare la festa del “compleanno” di Gesù senza interrogarci seriamente, almeno quanti di noi ci dichiariamo cristiani, sul significato di questa ricorrenza che da oltre duemila anni viene a ricordarci questo grande fatto storico, che va ben oltre la storia: un Dio che si fa Uomo per amore degli ultimi, disposto a dare la propria vita per la vita di tutti, credenti in Lui o non credenti che siano.
A me fanno pensare le infinite iniziative benefiche che nel periodo natalizio si moltiplicano un po’ ovunque. Chiese che si trasformano in case di accoglienza per il pranzo di tanti ‘senzafissadimora’. Personalità civili e religiose che vanno a pranzo o a far visita ai numerosi “ultimi” (regolari o irregolari), che vengono accolti nelle diverse strutture del volontariato. Tombolate di beneficenza, Telethon di ogni tipo con sfilate di cantanti, attrici ed attori, donne e uomini politici, anziane e giovani prosperose “ambasciatrici Unicef”, che non esitano a giocarsi la loro fama, la loro notorietà, il loro “peso” mediatico per contribuire, con sms e carte di credito, al girare vertiginoso del contatore della cifra raccolta, nella speranza che superi l’anno precedente. Infinite moltitudini di donne, mamme e vedove che sono costrette a fuggire da situazioni disperate di guerre, di malattie, di miserie, di ingiustizie. Infinite moltitudini di bambini che “hanno bisogno” e “aspettano il nostro aiuto”. Non mancano veloci immagini, talvolta purtroppo anche troppo forti e poco rispettose.
Lo spettacolo della generosità
Credo che sarebbe utile e opportuno approfondire seriamente questo “fenomeno” della generosità spettacolo, della beneficenza tramite il gioco ed il divertimento. C’è addirittura chi organizza pranzi o cene di beneficenza per chi “muore di fame”. Gli organi di informazione corrono come api, attratti dal ‘miele’ della solidarietà. Personalmente non ne sono affatto entusiasta, anzi, mi danno fastidio.
Non metto in dubbio l’importanza del denaro nelle “opere di bene”. Ma desidererei che non si dimenticasse, e quindi che si dicesse e si spiegasse che anche nella solidarietà il denaro non è tutto. Anzi, se ci limitassimo a questa elemosina, saremmo ben lontani dall’essere solidali.
Ogni guerra, ogni fame, ogni malattia, ogni miseria sono realtà diaboliche di ingiustizia con cause ben precise. Continuare nella “cultura dell’aiuto” per alleviare i bisogni di chi soffre sicuramente servirà a qualcosa, ma non intaccherà alla radice, forse non scalfirà nemmeno le cause di una serie di ingiustizie in cui siamo tutti coinvolti. A livello personale, come a livello politico, economico e sociale. E perché no? Anche religioso!
Non posso dimenticare quello che l’Abbé Pierre diceva spesso nei suoi incontri: “Fate bene, amici, a dare un po’ di soldi ai missionari o alle varie associazioni di assistenza e solidarietà per ‘la salute dei bambini’. Ma ricordatevi. Se non siamo decisi a mettere, contemporaneamente, tutto il nostro impegno per una vera ed efficace azione politica perché siano denunciate e sradicate le cause di queste ingiustizie, saremmo forse meno criminali a lasciar morire questi bimbi in giovane età, piuttosto che obbligarli a vivere nella disperazione più atroce”. Parole forti, senza dubbio, ma parole purtroppo vere, da troppo tempo vere!
Oggi, più di ieri, con lo scoppiare della globalizzazione e dei suoi fenomeni che ci coinvolgono tutti, ricchi e poveri, al Nord come al Sud del mondo, ci rendiamo sempre più conto che serve a poco salvare una, dieci persone dalla morte per fame, per guerra o per malattia. Se non siamo decisi con tutte le nostre forze, con le nostre competenze di ogni tipo, a fare in modo che domani non vengano a trovarsi nella stessa, anzi peggiore e più ingiusta situazione. Se continueremo ad accettare passivamente che in poche ore si mettano a disposizione delle banche in via di fallimento cifre folli come 1900 miliardi di dollari mentre si dichiara, con una faccia tosta da Oscar della follia, che la crisi mondiale impedisce di mantenere gli impegni presi per la cooperazione internazionale. Se continueremo impassibili e tranquilli (?) a sapere e ad accettare che le mucche europee abbiano a disposizione più di quattro euro al giorno mentre gli affamati d’Africa, America latina ed Asia devono accontentarsi di meno di due euro. Se continueremo a rimanere indifferenti alla criminale manovra di utilizzare cereali per la produzione di petrolio che, senza dare grandi benefici ai consumatori di carburanti, ha fatto triplicare i prezzi dei beni alimentari di base, specialmente in Africa. Se continueremo a limitarci ad essere soddisfatti quando la diplomazia internazionale arriva ad ottenere “cessate il fuoco” o tregue tenute in piedi con truppe Onu o Ue in Medio Oriente o in Congo o in Sudan o altrove, senza preoccuparci troppo del “lungo periodo”.
Se… se… se… Gli esempi sarebbero e sono infiniti purtroppo, perché da sempre ci accontentiamo di tirare il fiato per un attimo o due, dimenticando che “vivere in pienezza tutte le migliori possibili qualità della Persona umana”, è ben altra cosa, richiede ben altro impegno, esige ulteriore e non comune sapienziale coraggio per non essere complici di qualsiasi “atto di guerra” che metta a repentaglio la vita e la salvaguardia del creato. Sì, anche noi che ci crediamo e che troppo facilmente ci dichiariamo “costruttori di pace”.
Cambiare la vita
Continuando a riflettere sulle omissioni nel messaggio di “solidarietà” che viene veicolato in tutte le reti radio, tv e non solo, specie in occasione di avvenimenti particolari, c’è ancora un terzo elemento che personalmente ritengo essenziale: i nostri stili di vita e di consumo, in tutti i loro aspetti e le loro componenti. Dal modo di fare la spesa, a come usiamo l’aria, l’acqua e l’energia elettrica, senza ignorare il modo di smaltire i nostri rifiuti. Problemi non di oggi, evidentemente, ma che oggi meritano e necessitano particolare attenzione e rispetto, visto come il nostro modo di vivere un po’ da briganti ha reso assai precario lo stato di salute ecologica del pianeta.
Anche il Papa, nei discorsi fatti durante le ultime feste natalizie, ha sottolineato più volte l’ingiustizia, la mancanza di solidarietà da parte della minoranza del mondo, quella industrializzata e ricca, che ha vissuto e sta vivendo tuttora ben al di sopra delle proprie possibilità e disponibilità ignorando quelle norme della condivisione che stanno scritte nella Genesi, al momento straordinario della ‘manna’: “Chi molto ne raccolse non ne ebbe di più, e chi poco non ne ebbe di meno”. E così, oggi la realtà del mondo è l’ingiustizia che ben conosciamo e che continua nonostante l’attuale crisi mondiale: ‘il 20% dell’Umanità produce, possiede, consuma e spreca l’80% delle risorse e delle ricchezze del mondo, lasciando al rimanente 80% della popolazione mondiale, le briciole del 20%’.
Essere solidali oggi, lottare contro la miseria oggi, è “fare uguaglianza” e ridare speranza ai disperati, riducendo il dislivello tra chi spreca il superfluo e chi manca del necessario. “Avere meno, ESSERE di PIÙ” rifiutando il mito del consumismo e dei suoi squilibri, reagendo contro il mito che la pubblicità ci propina continuamente e scegliendo la cultura della solidarietà nell’austerità come via della giustizia per una vera, autentica condivisione. E permettetemi una “citazione” personale: all’inizio degli anni Ottanta un piccolo gruppo di associazioni diede vita al Comitato ecclesiale “Contro la fame, cambia la vita”. All’uscita dell’enciclica “Sollicitudo Rei Socialis” pubblicammo un opuscoletto (ed. EMI Bologna) con frasi anche della “Populorum progressio” di Paolo VI ed alcune proposte e provocazioni concrete sul “cambia la vita”. Essendo coordinatore del Comitato fui subito chiamato a palazzo. Mi venne fatto presente che eravamo andati oltre l’enciclica. Andammo avanti. Oggi ne sono contento. Nel mondo laico ed in quello ecclesiale non si contano ormai le iniziative di diffusione del messaggio critico a come abbiamo vissuto finora e degli esempi concreti di ‘vita’, a carattere personale come associativo. “Camminando s’apre cammino”, si diceva ai ‘miei tempi’.
E, sperando abbiate ancora qualche istante di fiato e di attenzione, non posso terminare senza ricordare come lo spreco di enormi risorse umane e materiali per spese e strutture militari continui spudoratamente ad aumentare, nonostante la “crisi” induca a tagliare fondi in altri settori vitali. Nonostante le varie iniziative, impegni e dichiarazioni per la pace. E su questo scandalo dobbiamo amaramente denunciare il silenzio quasi totale della “sinistra” (?), non solo nelle diverse “Telethon” di beneficenza.
A questo “primo” punto mi piacerebbe che la nostra rivista dedicasse molto più spazio. Nella cultura della pace, nella pratica della Solidarietà, nazionale o internazionale che sia, questo vuoto è ampiamente riempito dalle armi. Se continua così, i militari diventeranno ovunque i veri “salvatori della patria”. E il futuro del mondo sarebbe veramente troppo triste!
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