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Non c’è tempo per la paura

La caccia ai cristiani in India

Maria Concetta Caruso

Dietro le problematiche religiose si nasconde un conflitto di carattere economico. La Chiesa cattolica dà fastidio soprattutto per la sua difesa dei senza casta. L’impegno prevalente nei confronti dei più giovani.

In India quello che appare come un conflitto di natura prevalentemente religiosa, ha dietro di sé motivazioni di carattere economico e sociale. Le tensioni - fra l’80% della popolazione che professa l’induismo e appena il 2% di religione cattolica - sono sfociate in una sorta di caccia al cristiano.

Ultimamente una legge promulgata dal governo vieta la professione di altre religioni nelle città sacre all’induismo. La Chiesa cattolica è accusata di proselitismo e di sostenere i Dalit,  coloro che, all’interno del sistema delle caste, occupano la posizione più bassa e miserabile. In India sono circa 160 milioni. I Dalit sono esposti a trattamenti offensivi, a violenze e privazioni economiche, sociali, culturali e politiche. Vivono al di sotto della soglia di povertà lontano dalle aree urbane, in villaggi miserabili, dove le case non hanno alcuna struttura in muratura, ma sono costituite da legno e fogliame, con un tasso di analfabetismo molto alto.
A essi è proibito utilizzare beni di pubblica utilità quali strade, ferrovie, pozzi, ed entrare nei templi indù. Sono considerati individui inquinanti per le caste superiori.
Per capire meglio questi problemi abbiamo sentito Monsignor Marampudi Joji, arcivescovo di Hyderabad e padre Johannes Gorantla, superiore provinciale dei Carmelitani Scalzi dello stato dell’Andhra Pradesh.


Mons. Marampudi Joji. Stiamo vivendo in un clima di forti tensioni. Sono state bruciate case, uccisi missionari e suore.  Le violenze partite nell’Orissa e nel Karnataka si sono spostate anche in altri Stati. In realtà il Partito del Popolo indiano (Bjp, Bharatiya Janata Party), il maggior partito conservatore del paese, fautore di una politica nazionalista e di difesa dell’identità induista, sta instillando nella popolazione questo clima di terrore e di odio nei confronti dei cristiani. La convivenza tra la maggioranza induista e le minoranze cristiane in questo momento è un problema grave che non è destinato a scomparire nel prossimo futuro. Tutto questo perché noi vescovi e missionari stiamo cercando di offrire un’opportunità di riscatto e di crescita ai Dalit, 160 milioni  di persone che vivono in condizioni di assoluta povertà.
In questo periodo la situazione è abbastanza grave in Stati come l’Uttar Pradesh, l’Orissa, il Bihar che sono gli Stati più poveri e popolosi della cintura indo-gangetica orientale e dove vivono pochi cristiani. Le condizioni sono meno gravi nel Kerala o nel Karnataka, stati del sud più ricchi dove i cattolici sono più numerosi. Il problema è soprattutto di natura economica. Le proteste messe in atto dai gruppi fondamentalisti nascondono dietro motivazioni religiose precisi interessi.  Ad esempio, alcuni privati gestiscono a Hyderabad scuole e case di cura. Questi imprenditori, di religione induista, considerano le opere assistenziali gestite dalla Chiesa cattolica un pericolo per i loro guadagni.

 

Quali sono i motivi che spingono il Partito del Popolo indiano (Bjp) ad attuare queste sommosse?
Padre Johannes Gorantla. Il Bjp non vuole perdere potere, e da parte del governo non c’è la volontà politica di arrestare i componenti del partito per gli attacchi a noi cristiani. Sebbene secondo l’articolo 356 della Costituzione il governo centrale potrebbe subentrare all’autorità dei governi locali se questi non adempiono alle direttive che sono date loro, ciò non accade. In realtà in questo momento il problema è allo stesso tempo politico ed economico: se noi aiutiamo i Dalit a emanciparsi e a prendere coscienza della loro situazione e dei loro diritti, i proprietari terrieri, i piccoli imprenditori, i commercianti indù, perdono una manodopera a basso costo. Cosa che comporta un grave danno per la loro economia.
Ma che paura possono fare i cristiani?
Padre Johannes Gorantla. Noi missionari cristiani stiamo lavorando nei vari Stati dell’India per cambiare il volto della società, per emancipare e riscattare dalla povertà e dalla miseria migliaia di Dalit. Stiamo cercando di assicurare a tutti i bambini un’educazione di base, istruzione, cibo e assistenza medica. Niente è lasciato al caso. Le varie diocesi sostengono i Dalit con diversi programmi. Oltre alla loro istruzione, ci occupiamo di educazione socio-sanitaria, di togliere i bambini dal lavoro minorile e dalla strada, di creare dispensari per lebbrosi. Abbiamo programmi specifici per le donne. Le aiutiamo a prendere coscienza del proprio ruolo e dei propri diritti, restituendo loro dignità. Per gli studenti meritevoli, le varie diocesi stanno creando l’opportunità di studiare all’estero. Molti di loro hanno conseguito dottorati e lauree importanti nelle migliori università. Terminati gli studi, rientrano e vanno a occupare posizioni importanti. I governi hanno capito che abbiamo la possibilità e la competenza per cambiare la situazione di questo popolo, e ciò rappresenta per l’India una svolta epocale.
Si dice anche che molti cristiani sono stati costretti a convertirsi all’Induismo.
Padre Johannes Gorantla. È vero. Lo scopo di questi gruppi è trasformare l’India in un hindurashtra, uno Stato esclusivamente indù. La Chiesa è impegnata su questo fronte da anni. In un paese in cui i cattolici rappresentano soltanto il 2% della popolazione, stiamo creando strutture e opportunità per difendere i cristiani e per dare un futuro soprattutto ai bambini, coloro che saranno i protagonisti della società del domani. Cerchiamo di affrancare i bambini dal dominio dei signori locali, che li sfruttano per poche rupie al mese nei campi di cotone. È a partire dai bambini che si può cambiare il volto della società per avere un mondo più giusto e umano.

 

Ma cosa fare per cambiare questa situazione?
Mons. Marampudi Joji. Occorre innanzitutto un impegno profondo e incisivo da parte dello Stato. Il governo può dare direttive ai vari Stati locali perchè siano arrestate e processate le persone sospettate di gravi crimini, come omicidi e stupri di suore. Più volte abbiamo denunciato questa situazione, ma non è stato sufficiente. Stiamo vivendo in un clima di forte tensione. Siamo stati accusati di proselitismo. Quattro suore sono state arrestate all’interno di un ospedale governativo e liberate solo grazie al nostro intervento. Padre Thomas, un missionario carmelitano, è stato ucciso. Noi vescovi abbiamo chiesto al governo di proteggere i missionari, ma ci rendiamo conto che le misure adottate non sono adeguate. La legge che vieta la professione di altre religioni nelle città sacre alla religione indù ha poi aumentato questa tensione. Tuttora i preti e le suore rappresentano un obiettivo da colpire per fermare l’avanzata dello sviluppo che si sta attuando nelle zone povere del paese. Noi a tutto questo, secondo l’insegnamento della Chiesa cattolica, non risponderemo con la violenza e con l’odio, ma con un maggiore impegno nei confronti del prossimo e degli ultimi.

 

Ma non avete paura?
Padre Johannes Gorantla. Forse non ne abbiamo il tempo. In questo paese negli ultimi anni sono cambiate tante cose. Noi abbiamo cercato di attrezzarci per rispondere a questa sfida. Le nostre strutture e i nostri istituti si sono organizzati per accogliere poveri, bisognosi ed emarginati. In un paese in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, vogliamo dare un’opportunità ai più giovani soprattutto di essere artefici del loro futuro e della loro crescita. Io che viaggio come Superiore Provinciale per tutte le missioni dell’Andhra Pradesh, sò quali sono i bisogni della gente, le necessità primarie. C’è tanto da lavorare per portare istruzione e benessere alla popolazione. In questo periodo, ad esempio, sto sostenendo in prima persona la missione di Khothagudem, che si trova nella regione di Khammam, uno dei venticinque distretti dello Stato dell’Andhra Pradesh. La zona in cui opero non è dotata dei servizi essenziali per l’autonomia del popolo stesso; non ci sono scuole, ospedali e strutture di accoglienza. È una zona tribale in mezzo a foreste e montagne. La maggioranza delle persone vive in capanne. In questo momento ho millecinquecento bambini da sostenere, devo trovare i mezzi per fare studiare 100 seminaristi, occuparmi della formazione di ragazzi e ragazze, ecc. Chi ha il tempo di avere paura?

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