Roberto Musacchio
Dodici tonnellate di CO2 è quanto emette ogni anno un abitante degli Usa; tra le sei e le otto tonnellate le emettono gli europei; tre-quattro i cinesi; 0,2 gli africani. In questa enorme differenza sta una delle chiavi di lettura decisive della lotta al cambiamento climatico, che non è solo affidata a una modifica ambientale dello sviluppo, ma chiede anche un modello più giusto. A completare, dobbiamo dire che l’Africa, mentre è il continente che meno determina l’effetto serra, è però quello che rischia di più di pagarne le conseguenze, essendo una delle aree più vulnerabili per ragioni fisiche e sociali.L’aumento della desertificazione determina un aggravamento drammatico di condizioni già difficili. Ulteriormente a rischio sono acqua e cibo.
Si stimano in milioni i possibili profughi climatici. Dunque l’Africa è una cartina al tornasole della effettiva efficacia degli accordi sul clima. A dicembre dell’anno appena passato abbiamo avuto due passaggi di grande importanza. A Poznan, in Polonia, si è tenuta la 15esima Conferenza delle parti firmatarie del Protocollo di Kyoto. L’Europa ha intanto varato il proprio pacchetto di direttive e regolamenti per realizzare gli obiettivi autoassegnati. Sono i famosi 3 volte 20%, di riduzione delle emissioni, di produzione da fonti rinnovabili, di risparmio energetico da ottenere entro il 2020.
Sono stati due passaggi entrambi assai contrastati. A Poznan sono stati fatti passi in avanti verso quello che è il vero traguardo che abbiamo di fronte, e cioè la stipula dell’accordo per il dopo-Kyoto prevista a Copenhagen a dicembre 2009. Ma molte questioni sono rimaste aperte, a partire dal tema dei finanziamenti.
L’Europa ha mantenuto i propri obiettivi, ma ha in parte diluito i tempi di attuazione per il freno posto da alcuni governi, tra cui quello italiano, e da alcune confindustrie. Ma si può essere soddisfatti che si sia andati avanti anche grazie al ruolo importante del Parlamento europeo. Il Protocollo di Kyoto rappresenta l’affossamento di una straordinaria governance democratica globale, realizzata intorno all’Onu.
Ha resistito agli attacchi delle amministrazioni Bush e ora può attendersi un differente atteggiamento da parte della nuova presidenza Obama. Ma la costruzione del nuovo Kyoto è assai complessa. L’obiettivo diventerà la riduzione al 2050 del 60-80% delle emissioni totali (ora è il 6,5% entro il 2012). Entrano nel computo paesi prima esclusi come la Cina. Si affrontano temi nuovi come la deforestazione. Ci si misura con l’adattamento necessario a quel cambio climatico che si vuole contenere entro i 21 gradi centigradi perché sia controllabile.
L’Africa, dicevo all’inizio, deve essere una cartina al tornasole. C’è infatti, il rischio che l’operazione Kyoto sia condizionata da troppi freni e da logiche troppo imperniate sul mercato del carbonio o sulla imposizione di tecnologie. Bisognerebbe dire, ad esempio, che non s’imponga all’Africa la scelta di produrre biocarburanti per altri invece che cibo per sé. Il Parlamento europeo ha chiesto vincoli e condizioni sul loro uso, ma sul campo ci sono grandi appetiti.
Bisogna poi che i finanziamenti per lo sviluppo pulito non vadano tutti verso alcuni paesi, escludendo l’Africa. E occorre trattare il tema acqua come diritto umano perché il cambio climatico mette ancora più a repentaglio l’accesso a questa risorsa per la cui mancanza già muoiono a milioni.
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