Giancarla Codrignani
Ho ancora in mente l’emozione dell’arrivo a Sant’Anna di Stazzema, fin dal silenzio che si faceva denso, a mano a mano che salivamo le curve che portano al piccolo centro, ancora composto di poche case attorno ad una chiesa sempre aperta. Poi l’urto emotivo indimenticabile: scesa dalla macchina, mi trovo davanti il memoriale alla “vittima più giovane”, una bambina di dieci giorni...È da emozioni così che si rafforza la consapevolezza della necessità della nonviolenza, ma anche dell’antimilitarismo. Sappiamo bene di non avere bacchette magiche: gli eserciti continueranno a far parte delle istituzioni contemporanee, perfino per cosiddette “ragioni umanitarie”. Intanto, per ordini ricevuti, continueranno a uccidere anche i bambini.
In passato i bambini contavano poco ed era danno maggiore la morte di un vitello che non di una creatura. Muoiono ancora come le mosche in tante parti del mondo, dove nascere non significa né la responsabilità dei padri né la dignità delle madri. Ma della guerra noi occidentali, i cui bambini hanno il massimo di merendine e di playstation, ci sentiamo in colpa. Eppure siamo anche gli autori dei diritti umani e per la prima volta nella storia abbiamo dato posto - perfino con una Convenzione internazionale - ai diritti universali dell’infanzia. Sembrerebbe scomparsa l’indifferenza se ci scandalizziamo per le bambine (ma anche i maschietti) destinate alla prostituzione e vendute dai genitori ai mercanti di schiavi. Ma è ben più inaccettabile vederle e vederli uccisi, fatti a pezzi, feriti, mutilati da armi impugnate da soldati - e da soldatesse - che sono già o saranno genitori, incapaci di vedere nei bambini del nemico l’immagine dei propri figli.
Per correttezza almeno antropologica distinguiamo anche in questo caso le bambine che, anche in Palestina, mangiano meno dei maschi e restano più analfabete, vengono sposate appena adolescenti, sono violentate e anche in Israele riescono a valere come i loro fratelli solo per l’obbligo della leva. Ma nella guerra bimbi e bimbe sono, tutti insieme, il vero simbolo della ferocia del male assoluto che abbiamo la responsabilità di non prevenire, da ben sessantadue anni per quel che riguarda la terra dei profeti e di Cristo. Da più di duemila anni Erode viene clonato e il pianto per gli innocenti si mescola con la rassegnazione del “non possiamo farci nulla”. Formula spesso vera, ma che non dovrebbe impedire di chiederci quanto possiamo continuare a vivere condannati a ripetere la barbarie di risolvere i conflitti con il sangue e non con le parole e gli aiuti. Quanto deve durare questo infame “onore delle armi”, questo dovere di ubbidienza e questa omologazione delle donne-soldato che, “come un uomo”, non hanno paura di uccidere e di versare il sangue del nemico, loro che hanno conosciuto la condanna per “impurità” del loro sangue che dà la vita?
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