Antonio Nanni
Il DNA della popolazione italiana sta cambiando profondamente, ma le regole della convivenza e le strategie di integrazione fanno ancora fatica ad essere riformate. Il 2009 è iniziato con quasi quattro milioni di immigrati regolari, con una incidenza del 6,7% sul totale della popolazione. Gli studenti immigrati che frequentano le nostre scuole sono 600 mila con oltre il 6% sul totale. Per la gran parte si tratta di ragazzi delle seconde generazioni che quasi certamente vivranno il loro futuro nel nostro paese come “nuovi” cittadini, anche se oggi sono ancora considerati stranieri. Si comprende bene quale sia la svolta che deve avvenire: passare finalmente dal pacchetto sicurezza al pacchetto integrazione, attraverso politiche inclusive e intelligenti, a partire dalla riforma della cittadinanza. La legge attuale, infatti, non è più sostenibile. Non si possono aspettare dieci anni di residenza nel nostro paese per poter ottenere quella regolare. Né appare più segno di civiltà che un bambino che nasce in Italia da genitori stranieri debba attendere fino a 18 anni per diventare a tutti gli effetti cittadino italiano.Oggi, nel nostro paese, si parla di due riforme urgenti e necessarie: la riforma del federalismo fiscale e la riforma della giustizia. Noi crediamo che insieme a esse sia indispensabile mettere nell’agenda politica anche la riforma della cittadinanza, non più rinviabile se vogliamo dare alla società italiana un volto dignitoso, un welfare più civile, una democrazia più partecipata, un’integrazione più rispettosa e promotrice di coesione sociale. La riforma della cittadinanza è il banco di prova del modello di convivenza che vogliamo realizzare. La cittadinanza infatti non può essere più fondata sulla nazionalità e sui confini dello Stato ma deve essere pensata come un concetto storicamente situato, dinamico, in continua evoluzione: ci si può sentire cittadini di un paese pur non essendovi nati, per il fatto di viverci ogni giorno. Molti intellettuali, come ad esempio Etienne Balibar, propongono di ancorare i diritti di cittadinanza non più alla nazionalità di nascita ma alla residenza, in un mondo in cui la mobilità e lo sconfinamento sono diventati la regola e in cui ha più senso fruire dei propri diritti di cittadini laddove si risiede stabilmente, non in astratto.
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