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La grande sfida del XXI secolo: la vita

Conclusioni: per finire, per cominciare

Riccardo Petrella *

Una delle principali sfide del XIX, e di buona parte del XX secolo, è stata la conquista del diritto al lavoro e, suo tramite, del diritto ad un reddito. Quindi, il diritto ad una vita decente e la conseguente liberazione del lavoro dalla pretesa del capitale privato di esserne il proprietario. Da una trentina d’anni, il capitale privato è riuscito a riaffermare la sua pretesa alla propriétà del lavoro (ridotto ad una risorsa il cui valore è precario, incerto, decrescente…) e a portarlo fuori dal campo dei diritti umani.
PRIVATIZZAZIONE E MERCIFICAZIONE DELLA VITA
Il capitale privato, a partire dagli anni ‘70, é riuscito altresì a pretendere di essere o poter diventare proprietario della vita, di ogni forma materiale ed immateriale di vita. Da qui l’appropriazione privata generalizzata della terra, del suolo urbano, del capitale biotico del Pianeta (specie microbiche, vegetali, animali), dei geni umani, della conoscenza, dei simboli, della salute, dell’informazione, dell’energia, dell’aria (vedi il mercato delle emissioni di CO²) e... dell’acqua.
La sfida del XXI secolo sarà quella di concretizzare il diritto alla vita per tutti e di liberare la vita dall’appropriazione patrimoniale ad opera del capitale privato (finanziario, tecno-scientifico, industriale, commerciale...); privatizzazione realizzata sovente con l’aiuto e il sostegno dei poteri pubblici.
Con l’aria, la terra ed il sole, l’acqua è l’elemento chiave, essenziale e insostituibile, della vita. Da qui, il fatto sempre più evidente che la sfida per la vita del XXI secolo sarà giocata soprattutto sull’acqua. Non per nulla i gruppi sociali dominanti delle nostre società parlano da anni dell’acqua come “l’oro blu” del XXI secolo, così come il petrolio fu “l’oro nero” del secolo scorso: hanno trasformato l’acqua in un bene essenzialmente economico (secondo i principi dell’economia capitalista di mercato) e i servizi idrici in servizi mercantili (servizi di interesse generale di rilevanza economica, secondo la terminologia in auge in seno all’Unione europea e, quindi, sottomessi ai meccanismi di mercato). Il linguaggio dominante è assai eloquente: allorché devono, magrado tutto, riconoscere la specificità dell’acqua a causa del suo innegabile legame con la vita, i dominanti ammettono che “l’acqua non è una merce come le altre”. Altrimenti detto, nella loro visione del mondo, l’acqua resta… una merce!
LE TRE DIMENSIONI PRINCIPALI DELLA SFIDA DELLA VITA
L’acqua è un esempio manifesto delle tre principali dimensioni della sfida della vita:
il diritto alla vita, all’acqua per tutti;
la tutela dell’acqua come bene comune mondiale, condizione per la sopravvivenza delle specie viventi e degli ecosistemi;
il vivere insieme co-responsabile, solidale, pacifico, partecipato, dalla comunità locale a quella mondiale.

Il diritto alla vita. In teoria, esso dovrebbe essere universale, indivisibile ed imprescrittibile. In realtà esso non è ancora oggi garantito a miliardi di esseri umani visto che l’accesso all’acqua potabile e all’igiene é negato a 1,5 miliardi di persone (acqua potabile) e a 2,6 miliardi (per quanto concerne i servizi igienico-sanitari). Si afferma inoltre, che in futuro sarà sempre più difficile, a causa degli effetti negativi che il cambiamento climatico produce sul capitale d’acqua dolce del Pianeta, garantire a tutti l’accesso alla risorsa idrica nella quantità e qualità sufficienti per una vita decente.
Invece, i prossimi anni dovranno essere il momento della grande scelta in favore della concretizzazione del diritto all’acqua per tutti, entro il 2025 al più tardi, da parte della comunità internazionale, specie dei paesi più ricchi e potenti. Questo obiettivo è tecnicamente, finanziariamente e socialmente possibile. L’ostacolo principale sta nella volontà politica che, al riguardo, è quasi assente sul piano dell’azione, al di là delle affermazioni retoriche mai suffragate da atti concreti all’altezza delle dichiarazioni di principio.
La crisi finanziaria del sistema capitalista mondiale di mercato, lungi dal diventare una scappatoia dalle responsabilità delle classi dirigenti mondiali (dei paesi ricchi e dei paesi impoveriti), deve essere infine un’occasione per concepire e costruire un’economia mondiale ispirata alla concretizzazione del diritto alla vita per tutti. È inaccettabile che oggi i gruppi sociali dominanti abbiano trovato 12 mila miliardi di dollari (circa 6 volte la ricchezza prodotta dall’Italia nel 2007, settimo paese più “ricco” del Pianeta) per ridare liquidità alle banche, nella speranza che queste trasferiranno tali risorse per rilanciare il consumo (saturazione che è una dalle cause principali dello sfacelo dell’economia mondiale attuale). È inaccettabile perché, anche secondo la Banca mondiale, sarebbero necessari 180 miliardi all’anno per dieci anni (1.800 miliardi) per garantire a tutti gli abitanti della Terra l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari!

La salvaguardia  e la tutela del buon stato naturale del bene acqua e degli eco-sistemi acquatici. La situazione è il contrario di quella che dovrebbe essere. Non si contano più i fiumi che non portano l’acqua al mare per crescenti periodi dell’anno, i laghi la cui superficie si è ridotta drammaticamente, le falde che sono state seccate, per non parlare dei livelli di contaminazione e di inquinamento delle acque (superficiali e sotterranee) in tutte le regioni del mondo. Siamo in presenza di una devastazione strutturale dell’ecosistema acquatico mondiale. E non è con il rilancio di programmi di costruzione di grandi dighe (si parla di 1.020 nuove grandi dighe decise lo scorso fine novembre dalla Commissione internazionale delle Grandi Dighe, dominata dalle grandi imprese del settore), né con la massiccia ondata di creazione di stazioni di dissalamento dell’acqua salata, né con la creazione di nuove stazioni di depurazione che la crisi mondiale dell’acqua e degli ecosistemi acquatici sarà risolta.
Le tre soluzioni tecnologiche (dighe, dissalatori, depuratori) mirano soprattutto ad aumentare l’offerta d’acqua per il consumo domestico e produttivo per le frange sociali e i settori che potranno pagare l’acqua così prodotta. I costi e le tariffe ne faranno, per l’appunto, una risorsa/merce preziosa, accessibile solo a coloro che sono dotati di elevato potere d’acqusito. È tempo, invece, di abbandonare le illusioni del passato centrate sulle grandi tecnologie “salvatrici”. La priorià deve andare alla riduzione dei prelievi e dei “consumi” d’acqua, adottando sistemi di produzione e di utilizzo che riducano considerevolmente l’impronta ecologica degli usi dell’acqua (la cosidetta “water footprint”) e che potenzino la capacità di rinnovo naturale degli ecosistemi acquatici.
Inoltre, è inaccettabile che i poteri pubblici deleghino ai mercati di capitali nazionali ed internazionali la responsabilità di finanziare gli investimenti delle collettività territoriali nel settore dell’acqua. Il futuro dell’accesso all’acqua e della sua tutela in quanto bene comune essenziale all’esistenza del sistema Terra, non può dipendere dai rendimenti finanziari per il capitale privato e dalla bancabilità delle imprese di prestazione dei servizi “pubblici” idrici!

Il vivere insieme su basi di co-responsabilità, solidarietà e condivisione nell’utilizzo e nella valorizzazione dei beni comuni essenziali ed insostituibili per la vita
. L’ingegneria politica ed istituzionale, così come l’ingegneria finanziaria e gestionale dell’acqua, si fondano su principi e modi di comportamento ben lontani dall’obiettivo del vivere insieme su scala nazionale, internazionale e mondiale.
All’interno di un paese, le nostre società sono giunte persino ad introdurre il principio che l’acqua in una regione (come la Lucania in Italia) è proprietà della regione. Questa si è quindi vista legittimata a “vendere la sua acqua” alle regioni confinanti (in questo caso la Puglia) sulla base di un accordo commerciale bi-regionale che ha fissato la quantità dell’acqua grezza vendibile ad un prezzo convenuto.
A livello internazionale, vige imperiale il principio della sovranità nazionale dello Stato sulle risorse idriche sul proprio territorio. Ciò ha sempre creato dei problemi gravi di condivisione e “ripartizione” delle acque, considerando che i bacini idrografici non seguono quasi mai le demarcazioni delle frontiere politiche di superficie (su 263 dei principali bacini idrografici mondiali, solo due sono “nazionali”, gli altri sono bi- o pluri-nazionali).
Oggi poi che l’acqua accessibile per usi umani è più difficile e costosa da ottenere perché le società umane ne hanno fatto il saccheggio di cui sopra, ogni Stato è indotto a considerare l’acqua come una risorsa, un bene economico d’importanza strategica per la sicurezza economica (alimentare, sanitaria, industriale, energetica...) del paese. Per questo è ancor meno disposto del passato a “condividere”, a “gestire insieme”, a “decidere in cooperazione”, a “pensare la sicurezza” in termini di protezione comune.
Da qui, l’opinione diffusa secondo cui l’acqua diventerà la principale causa di conflitti violenti, sia guerre, fra gli Stati, oltre che fonte di gravi vertenze territoriali tra le varie località all’interno di uno stesso Stato (vedi il caso della Spagna...), e tra usi concorrenti alternativi (vedi il caso di molte regioni del Mediterraneo tra usi domestici e utilizzi per scopi ricreativo-turistici, dove il turista ha la garanzia di poter utilizzare più di 1000 litri di acqua potabile al giorno, quando la popolazione locale si deve accontentare di poche decine di litri...).
L’ACQUA ALLE MULTINAZIONALI
A livello mondiale, infine, si parla tanto di “crisi mondiale dell’acqua”, ma la comunità internazionale ha deciso, fino ad oggi, nel quadro dell’United Nations Framework on Climatic Change (UNFCC) di non includere la problematica acqua nell’agenda delle Cop (Conference of Parties) sul clima, quale quella che si é tenuta a Poznan dal 2 al 12 dicembre scorso. Invece, l’Onu ha deciso nel luglio 2007, nell’ambito del Global Compact (l’alleanza di cooperazione firmata nel 2000 tra il segretariato delle Nazioni Unite e le imprese multinazionali private) di affidare ad un gruppo di multinazionali il compito di proporre un “Piano Mondiale dell’Acqua”. Si tratta del cosidetto “CEO Water Mandate” che è stato ufficializzato il 20 marzo 2008 in un incontro tenutosi alle Nazioni Unite a New York. L’esecutivo del “CEO Water Mandate” è composto da imprese mondiali grandi utilizzatrici di acqua, come Coca-Cola, Nestlé, Danone, Generall Electric, Levi-Strauss…
È tempo che i poteri pubblici realizzino un forte cambiamento di rotta a livello nazionale, internazionale e mondiale. Invece di affidare la gestione dei servizi idrici alle imprese private e di assegnare alle multinazionali private dell’acqua il compito di elaborare un piano mondiale della risorsa idrica, essi dovrebbero ripubblicizzare il governo dell’acqua – come sta succedendo a Parigi dove si è messo fine alla delegazione al privato dei servizi idrici – e farsi cura direttamente della politica mondiale dell’acqua, elaborando e attuando un Protocollo Mondiale dell’Acqua centrato sulle tre principali dimensioni della sfida della vita.
LA SCELTA
Il cambiamento climatico deve aiutare a fare delle scelte in tale direzione. I signori del denaro, della guerra e della tecnologia non possono e non devono prendere le decisioni al posto dei poteri pubblici democraticamente eletti. I rappresentanti eletti dai popoli della Terra non hanno alcun diritto né legittimità di continuare ad essere sottomessi ed asserviti alle logiche e agli interessi dei mercanti e dei predatori.
Il diritto alla vita - dei quattro miliardi di esseri umani che nel 2020 rischiano di essere in uno stato di povertà assoluta, e di non avere accesso all’acqua potabile - deve assolutamente prevalere sull’imperativo (!) del rendimento elevato degli averi finanziari degli azionisti delle 5-6 grandi imprese automobilistiche o delle 7-8 grandi imprese bancarie mondiali che – affermano gli esperti in materia – sopravviveranno negli anni 2020 allo sfacelo della crisi sociale ed economica attuale.
La scelta in favore del diritto alla vita per tutti non è un’opzione. È un obbligo. Altrimenti ci sarà da chiederci a cosa servono le decine di migliaia di dirigenti e il miliardo di persone che si dichiarano cristiani e cattolici? Non hanno nessuna influenza sul corso della storia? A cosa serve il miliardo di fedeli musulmani? Poco o nulla per quanto riguarda i diritti umani? A cosa servono i quasi due miliardi tra buddisti, induisti, confuciani, ecc., se le guerre dell’acqua continueranno ad esplodere nelle loro regioni? L’acqua rivela che il suo valore non sta nel costo di disponibilità e di accesso all’uso, ma nella sacralità della vita che essa rappresenta. •

(*) Riccardo Petrella è Presidente IERPE, Institut Européen de Recherche sur la Politique de l’Eau (Bruxelles) – (Istituto Europeo di Ricerca sulla Politica dell’Acqua)
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