Approfondimenti
Tra affermazioni e sconfitte
Rosario Lembo*
Il 5 agosto 2008, il parlamento italiano ha approvato l’articolo 23 bis del decreto legge 133 del ministro Tremonti. Nel comma 1 di questo articolo si afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell’economia di mercato. E questo anche con l’appoggio dell’opposizione, del Partito Democratico in particolare. Scrive Padre Alex Zanotelli: “Così il governo Berlusconi, con l’assenso dell’opposizione, ha decretato che l’Italia oggi è tra i paesi per i quali l’acqua è una merce”.
Un vero e proprio colpo nello stomaco per chi da anni si è impegnato a contrastare questo processo di privatizzazione, in nome della vita. Per chi negli scorsi anni ha promosso una legge di iniziativa popolare, raccogliendo in poco tempo oltre 400.000 firme, in cui si definisce l’acqua come bene comune. Ma, come si poteva immaginare, la proposta di iniziativa popolare giace nei cassetti della commissione ambiente della Camera. Insabbiata ancora una volta da chi dovrebbe, per costituzione, rappresentare i cittadini.
Certo oggi non è - almeno nel nostro paese – tempo di festa. Occorre rimboccarsi le maniche e ripartire. Traendo lezione dalle sconfitte, ma anche incoraggiamento dai tanti piccoli passi, dalle tante piccole conquiste realizzate in questi anni. Soprattutto dando voce all’indignazione popolare crescente da parte di chi sta subendo sulla propria pelle il peso della privatizzazione.PRIVATIZZARE, PRIVATIZZARE, PRIVATIZZARE
I processi di globalizzazione in atto nel mondo hanno provocato un continuo ridimensionamento del settore pubblico. Da una parte sotto la spinta di una nuova ideologia, quella del pensiero unico, si è portata avanti l’idea (e la pratica) che soltanto l’economia e il mercato fossero capaci di garantire l’equilibrio sociale e lo sviluppo. Lo slogan era chiaro: “La politica non risolve i problemi, li crea”. Dall’altra, con l’entrata in campo delle multinazionali che spaziano oltre i confini statali, gli Stati si sono trovati a non avere mezzi e strumenti per regolamentare la loro presenza.Di qui la conseguenza che dalla fine degli anni ‘80 la parte di investimenti privati nella gestione dei servizi pubblici e particolarmente nel settore idrico, non ha smesso mai di crescere. Ciò ha creato, soprattutto nei paesi poveri, grandi conflitti.
Nel 1992, la conferenza sull’acqua e l’ambiente tenuta a Dublino stabilisce un principio secondo il quale “l’acqua, utilizzata a fini multipli, ha un valore economico e deve quindi essere riconosciuta come bene economico”.
Prima di allora, già nel 1968, il Consiglio d’Europa aveva approvato la “Carta europea dell’acqua”. In essa si definivano alcuni principi importanti: “L’acqua è un patrimonio comune il cui valore deve essere riconosciuto da tutti. Ciascuno ha il dovere di economizzarla e di utilizzarla con cura. La gestione delle risorse idriche dovrebbe essere inquadrata nel bacino naturale, piuttosto che entro le frontiere amministrative e politiche. L’acqua non ha frontiere. Essa è una risorsa comune che necessita di cooperazione internazionale”.
Nonostante questo, il processo di privatizzazione è andato avanti velocemente, con l’opposizione crescente di organizzazioni e associazioni popolari che sostenevano che l’acqua è un bene particolare e che occorreva garantirne l’accesso a tutti, trattandosi di un diritto universale. Questa posizione viene fatta propria nel gennaio 2003 dal Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. “L’acqua è una risorsa naturale limitata e un bene pubblico. Essa è essenziale alla vita e alla salute. Il diritto all’acqua è indispensabile per condurre una vita degna ed è una condizione indispensabile alla realizzazione degli altri diritti umani”. In una parola, l’acqua non può essere considerata come una mercanzia e il suo accesso è un diritto.
Ma il mercato e la sua ideologia appaiono più forti sia di queste prese di posizione, sia della razionalità. L’acqua continua ad essere considerata non un diritto, ma un bisogno individuale a cui deve rispondere un servizio portato avanti dagli operatori del mercato.
È vero, le risorse idriche disponibili continuano ad essere considerate come un bene demaniale, soggetto, quindi alla sovranità dello Stato. Di fatto l’acqua resta sono in termini di principio un bene comune quando cade sulla terra sotto forma di pioggia. Cessa però di esserlo quando viene estratta, raccolta e pompata negli acquedotti ad uso delle persone. Nei fatti resta, quindi, una merce.
I decenni dell’acqua
All’inizio degli anni ‘80 le Nazioni Unite hanno lanciato il primo decennio dell’acqua (1981 – 1990). Da allora ha avuto inizio un movimento che si prefigge il riconoscimento del diritto all’acqua nella quantità sufficiente come diritto umano e sociale. Nel 1998 il Comitato internazionale per il contratto mondiale dell’acqua si riunisce a Lisbona e lancia un manifesto di enorme importanza: “Veniamo dall’Africa, dall’America latina, dal Nord America, dall’Asia e dall’Europa. Ci siamo riuniti nel 1998 con nessun’altra legittimità o rappresentatività se non quella di essere cittadini preoccupati dal fatto che 1 miliardo e 400 milioni di persone del pianeta su 5 miliardi e 800 milioni di abitanti non hanno accesso all’acqua potabile.Questo è intollerabile.
Ora il rischio grande è che nell’anno 2020, quando la popolazione mondiale sarà di circa 8 miliardi di esseri umani, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile aumenti a più di 3 miliardi.
Questo è inaccettabile.
Possiamo e dobbiamo impedire che l’inaccettabile diventi possibile.
Come? È nostra convinzione che sia possibile raggiungere un tale obiettivo se si seguono i principi e le regole qui descritti”. Seguono poi diverse indicazioni di fatto e di principio. La tesi di fondo è che l’acqua è “affare dei cittadini” e quindi, deve essere sottratta alle logiche di mercato. L’obiettivo che si dà il movimento è quello di giungere ad una dichiarazione dell’acqua come bene comune, sottratto alla logica del profitto, entro il 2010, a conclusione del secondo Decennio dell’acqua lanciato dalle Nazioni Unite.
Nel frattempo il Movimento si struttura meglio, a partire soprattutto dal Forum sociale mondiale di Porto Alegre nel 2001, e si propone di porre all’attenzione di tutte le istituzioni nazionali e internazionali il tema dell’acqua come uno dei principali da mettere nell’agenda.
Un cammino in salita che nei vari forum internazionali registra diverse sconfitte. Soprattutto va registrata la cadenza delle diverse manifestazioni (una ogni tre anni) del “World Water forum”, promosse e realizzate dal Consiglio mondiale dell’acqua. Un’organizzazione finanziata dalle imprese private. Nel secondo forum, quello dell’Aia svoltosi nel marzo 2000, si sostituisce il termine diritto con quello di “bisogno umano fondamentale”. Una formula che nasconde una precisa volontà politica e culturale. Nel 2008, alla vigilia del sessantesimo anniversario della proclamazione della dichiarazione universale dei diritti umani, l’AMECE (Assemblea mondiale degli eletti e dei cittadini per l’acqua) si rivolge alla commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani proponendo un progetto di risoluzione riguardante “la promozione e la realizzazione del diritto all’acqua potabile e ai servizi igienici”. Al momento del voto i paesi occidentali si sono astenuti, mentre gli Stati Uniti e il Canada hanno posto il veto al documento. Alla fine la commissione ha dovuto ripiegare a nominare un nuovo relatore e a ripresentare il rapporto fra tre anni.
A tutt’oggi si deve quindi registrare il rifiuto da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale di riconoscere il diritto all’acqua. E ciò rappresenta anche un fallimento per i movimenti e per la loro strategia.
Se, infatti, ripercorriamo il cammino realizzato in questi anni dai movimenti, dobbiamo rilevare che la loro prima strategia è stata quella di coinvolgere le istituzioni internazionali e nazionali. Un approccio, quello di carattere istituzionale, partito, come si è visto, dopo il secondo Forum mondiale dell’acqua, tenutosi all’Aia nel 2000, ma che poteva dirsi concluso a Johannesburg nel 2002. In quell’occasione le stesse Nazioni Unite, registrando la crisi della cooperazione internazionale e di quello che in gergo viene chiamato “aiuto pubblico allo sviluppo”, decidono di adottare il modello “pubblico-privato”, scegliendo come partner del loro impegno per garantire l’accesso all’acqua entro il 2015 le imprese private. Questa decisione viene definitivamente ratificata nel forum mondiale dell’acqua che si svolge e Kyoto nel 2003.
Di qui la decisione da parte del Contratto mondiale dell’acqua di intraprendere una nuova strategia. Questa volta in alternativa a quella delle Nazioni Unite e delle istituzioni internazionali.
La scelta liberista dell’Unione Europea
L’impegno dei movimenti, dopo la scelta da parte delle istituzioni internazionali di coinvolgere le aziende private, si presenta con due facce diverse e non alternative, ma collaborative tra di loro. Da una parte il Contratto mondiale dell’acqua lancia in Europa i Forum mondiali alternativi dell’acqua. Il primo di essi si svolge a Firenze nel marzo 2003. Dall’altra nascono in diversi paesi, soprattutto dell’America latina, Movimenti di lotta che decidono di contrastare i processi di privatizzazione e che organizzano forum alternativi in occasione delle diverse conferenze internazionali. Continuano intanto a registrarsi sconfitte nei consessi internazionali. Nel marzo 2006, al quarto Forum mondiale che si svolge a Città del Messico, una proposta votata e presentata dal Parlamento europeo e da alcuni governi latino americani, che chiede di inserire nel documento conclusivo il riconoscimento del diritto all’acqua per tutti, viene rifiutata dagli Stati Uniti e dalla maggioranza dei governi, con l’unica eccezione di Brasile, Cuba, Uruguay e Bolivia, i quali non sottoscriveranno la dichiarazione finale.La nuova strategia dei movimenti comincia quindi, a rivolgersi non tanto ai governi o alle istituzioni governative internazionali, ma soprattutto ai Parlamenti. Qui cominciano ad arrivare alcuni risultati significativi. Nel marzo 2004, ad esempio, il Parlamento europeo approva una risoluzione molto importante. In essa si riconosce l’acqua come un bene comune che deve essere escluso dalle logiche di mercato, dalle trattative di GATS (General Agreement on Trade in Services) e dalla direttiva Bolkestein.
Un secondo importante risultato si ha nel marzo 2006, quando il Parlamento europeo riconosce il diritto all’acqua e formula la richiesta di inserire questo diritto nella dichiarazione finale del forum di Città del Messico. Richiesta, che, come si è visto, verrà respinta.
I diversi impegni assunti dal Parlamento europeo non hanno, tuttavia, ottenuto il successivo avallo della Commissione e degli Stati membri. In Europa si rafforza così sempre di più una sorta di dualismo che vede da una parte il Parlamento, espressione di democrazia ed eletto democraticamente, e dall’altra Commissione e consiglio che sono più espressione dei governi e degli Stati. Con una prevalenza di questi ultimi sulle scelte reali dell’Unione, che ha adottato il pensiero liberista come ispiratore della propria politica economica.
Bisogna poi riconoscere che i principi sanciti dalla carta di Lisbona, che stanno alla base del Trattato dell’Unione, non prevedono il riconoscimento del diritto all’acqua, mentre priorità della Commissione continua ad essere quella di creare un “mercato altamente competitivo che tenda al progresso sociale”. Forse sarebbe il caso, visto anche il fallimento di questo modello che ha prodotto una crisi economica e finanziaria senza precedenti, che l’Unione Europea rivedesse le proprie certezze e modificasse le proprie priorità. Ad oggi, infatti, mercato e competitività restano i due principi cardine sui quali vengono definite le scelte europee.
Piccoli cenni di storia
L’organizzazione del movimento a difesa dell’acqua come bene comune e contro i processi di privatizzazione prende il via verso la fine degli anni ‘80. La fine della guerra fredda, con la caduta del muro di Berlino, aveva portato ad un’accelerazione del processo di globalizzazione e del pensiero unico liberista. I primi beni ad essere messi in palio erano proprio i beni comuni, quelli che rappresentano un diritto inalienabile. Beni quindi non disponibili per il mercato, in quanto attinenti ai diritti di tutti. Primo fra questi, appunto, l’acqua.In Francia nasce “Attac”, un movimento che propone la “Tobin Tax”, una tassazione sulle rendite derivanti da speculazioni finanziarie. Nascono nel frattempo in tutta Europa i movimenti di base contro i G8, mentre in Brasile prende corpo il Forum sociale di Porto Alegre che si propone di progettare un mondo diverso. “Un mondo diverso è possibile” recita lo slogan del Forum sociale mondiale.
Nel 1998, come si è visto, a Lisbona viene lanciato il “Contratto mondiale dell’acqua” che, oltre a ribadire che l’acqua è un bene comune, punta a sottrarre alla deriva privatistica la gestione dei servizi idrici. In questo contesto viene proposto un piano di azione per costruire, a partire dall’acqua, un modello di gestione dei beni comuni alternativo ai principi della competitività e del mercato.
Intanto in molti paesi del Sud, soprattutto nelle grandi città, prendono il via alcune grandi mobilitazioni di cittadini contro i processi di privatizzazione dei servizi idrici.
In Europa e nel Nord America nascono comitati nazionali a sostegno del manifesto lanciato nella Conferenza di Lisbona di cui abbiamo parlato sopra. Due anni dopo, nel 2002, si contano comitati nazionali in Italia, Belgio, Francia, Svizzera, Canada e Stati Uniti. I punti programmatici di questi comitati toccano tre fronti: promuovere presso le nazioni Unite e i diversi governi nazionali azioni per il riconoscimento del diritto all’acqua da parte della comunità internazionale; avviare un processo di aggregazione dei movimenti impegnati a vario titolo nella difesa dell’acqua e delle risorse idriche all’interno del Social Forum mondiale, per convergere su alcuni obiettivi politici comuni; diffondere nei diversi paesi una nuova cultura dell’acqua intesa come bene comune e patrimonio dell’umanità.
Si ottengono diversi risultati. In Belgio, ad esempio, i principi della carta di Lisbona vengono assunti e formalizzati con leggi nelle tre regioni in cui si divide il paese. In più il comitato belga è riuscito a coinvolgere in questo impegno frammenti importanti della società. Nasce il movimento degli artisti per l’acqua bene comune, mentre le aziende pubbliche di gestione dell’acqua si mobilitano per dare vita ad un’associazione europea sull’acqua pubblica.
In Francia si inizia facendo una campagna di informazione sulle imprese multinazionali francesi dell’acqua e sull’impatto della loro azione nei paesi poveri. Viene svolta un’attività di sensibilizzazione dei sindaci e delle pubbliche amministrazioni sui limiti del modello pubblico-privato con la richiesta che si ritorni al modello pubblico. Cosa che si sta ottenendo in diversi comuni e città francesi, fra cui la stessa capitale.
In Italia il Forum dei movimenti per l’acqua rappresenta forse uno dei modelli più avanzati di percorsi dal basso avviati in Europa in difesa dell’acqua pubblica. Dal primo forum alternativo che si svolge a Firenze nel 2003, ha portato avanti un’azione mirata a stimolare sul territorio l’interesse dei cittadini e delle associazioni. Il tema dell’acqua è entrato nell’agenda politica del governo Prodi che ha escluso l’acqua dalle privatizzazioni. Ad oggi nel paese si contano circa 70 associazioni impegnate su questo tema e diverse centinaia di comitati locali.
Nel 2007 è stata lanciata una proposta di legge di iniziativa popolare che prevede il riconoscimento del diritto all’acqua e un governo pubblico e partecipato delle risorse idriche del paese. Il testo di legge è stato depositato in Parlamento nel corso della legislatura precedente e, purtroppo, ora giace inevaso presso la commissione ambiente del nuovo Parlamento.
A livello internazionale nascono i forum continentali e si crea tra loro un coordinamento che nel 2004 lancia da Nuova Delhi una dichiarazione congiunta. Lo stesso avviene in occasione del Social forum panamazzonico a Caracas e quello a Bamako nel gennaio 2006.
I punti condivisi dai movimenti di ogni parte del mondo sono:
- l’acqua è un bene comune e l’accesso all’acqua è un diritto umano fondamentale e inalienabile;
- la gestione e il controllo dell’acqua devono restare in ambito pubblico, comunitario e partecipato;
va garantita la solidarietà fra generazioni;
- è necessaria una gestione sostenibile degli ecosistemi e la salvaguardia dell’intero ciclo idrologico, considerando i bacini idrografici come unità di base.
Nel frattempo l’America latina diviene un eccezionale laboratorio politico e un punto di riferimento a livello mondiale anche perché in diversi paesi come Bolivia, Uruguay ed Ecuador il diritto all’acqua viene costituzionalizzato.
La strada da fare è certamente ancora molto lunga in un processo pendolare che vede affermazioni e sconfitte. I movimenti per l’acqua devono compiere un lungo percorso. Sono sfidati ad allargare le proprie prospettive, a mettere insieme le diverse esperienze fatte, ad uscire da visioni spesso limitate, a fare ancora più rete. Nella crisi epocale che stiamo vivendo, con la difficoltà della politica a rispondere adeguatamente alle istanze poste dall’insieme dell’umanità, con la crisi ambientale che mette in pericolo il futuro stesso delle prossime generazioni, il movimento dell’acqua può e deve contribuire a ricostruire e anche a rifondare alcuni paradigmi di una politica nuova. Oggi più che mai il mondo comincia a percepire che viviamo su una stessa barca. “Non domandare per chi suona la campana: essa suona per te”. Più che mai dobbiamo accorgerci che siamo una stessa famiglia umana, dove la solidarietà deve essere posta al centro delle relazioni. Abitiamo tutti lo stesso pianeta terra, che deve essere conservato per essere consegnato alle generazioni che verranno. Le risorse sono limitate: proprio per questo vanno gestite in maniera oculata e solidale. Per garantire a tutti, nessuno escluso, oggi e domani, di poter vivere e vivere in pienezza. ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) •
* Rosario Lembo è Segretario generale del Comitato italiano per un Contratto mondiale dell’Acqua.
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