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Il diavolo e l’acqua santa

L’acqua dei potenti

Cristiano Colombi

La proposta delle grandi multinazionali per risolvere la crisi dell’acqua: aiuti allo sviluppo per proteggere grandi affari.

Il World Economic Forum, che riunisce le più influenti lobby economiche del mondo, da tempo ha individuato nell’acqua uno dei grandi temi da affrontare, non solo nella conferenza mondiale che ogni anno si svolge a Davos, ma anche attraverso un progetto concreto che viene promosso a livello globale.
L’interesse dei potenti si concentra attorno al cosiddetto CEO Water Mandate, “un’iniziativa degli uomini d’affari in collaborazione con la comunità internazionale”. In un documento scarno e deciso, una sorta di manifesto dell’acqua delle multinazionali, dopo aver richiamato le principali caratteristiche della crisi mondiale dell’acqua e il ruolo che le imprese possono giocare, si spiega che il CEO Water Mandate è un’iniziativa del tutto volontaria, ma che “nonostante questo è un impegno all’azione”.
Il mercato dei buoni propositi
Questa illusione è la chiave di volta della strategia assunta dal Forum di Davos: rendere desiderabili – e allo stesso tempo non verificabili – gli impegni dichiarati e nascondere così i veri interessi che si celano dietro la corsa all’oro blu. In ognuno dei 6 capitoli in cui l’iniziativa è organizzata viene replicata questa formula. Tra le operazioni dirette che le imprese intraprenderanno – sempre se lo vorranno – c’è ad esempio la definizione di “obiettivi operativi rispetto alla conservazione dell’acqua e al trattamento dei rifiuti liquidi, inquadrati in una strategia aziendale di produzione e consumo più pulita”. Naturalmente si tratta di obiettivi identificati, fissati e misurati dalle imprese stesse! Anche il coinvolgimento della filiera è caratterizzato dalla medesima leggerezza: ci si impegna, ad esempio, a “incoraggiare un maggior numero di fornitori a rendicontare regolarmente i progressi ottenuti rispetto alle mete”. E dopo aver invitato i CEO (Chef Executive Officers, ovvero i manager con maggior potere decisionale) di tutto il mondo a stringere partnership a livello nazionale e locale nel quadro del Global Compact delle Nazioni Unite1, finalmente nella quarta parte, dedicata alle politiche pubbliche, si ammette come alcuni punti importanti devono essere ancora definiti. Tra questi, la governance dell’acqua e il suo valore di mercato. Non una piccola cosa, ma qui l’immaginazione dei CEO è più concreta: “fornire contributi e raccomandazioni per la regolamentazione del governo (dell’acqua, n.d.r.) e per la creazione di meccanismi di mercato che possano guidare l’agenda politica sull’uso sostenibile dell’acqua; (…) difendere l’uso sostenibile dell’acqua nelle discussioni globali e locali, presentando in modo chiaro il ruolo e la responsabilità del settore privato nel supportare una gestione integrata delle risorse d’acqua”. La gestione privata dei servizi pubblici idrici, così come l’adozione di una logica di mercato devono essere quindi gli obiettivi comuni di questa nuova, grande, inclusiva, lobby globale.
“È chiaramente nel loro interesse”
Nella parte sull’impegno con le comunità locali, il CEO Water Mandate è più esplicito: “Sempre più imprese, sia multinazionali che locali, comprendono che sostenere o impegnarsi attivamente con comunità, organizzazioni e iniziative radicate nel territorio è chiaramente nel loro interesse”. E, nell’ultimo capitolo, i suggerimenti sulla trasparenza riguardano soprattutto la comunicazione sociale d’impresa, dove l’unico impegno concreto consiste nel fare uso degli indicatori d’acqua compresi nelle Linee Guida della Global Reporting Iniziative (GRI). Questi, però, prevedono solamente la misurazione del prelievo, l’indicazione delle fonti interessate e la misura percentuale e totale di riuso e riciclo dell’acqua. Mancano indicatori più scomodi, come la gestione dei rifiuti liquidi, i livelli di contaminazione dei bacini e gli effetti sulle altre attività economiche, oltre che sulle comunità locali. E poi, occorre ricordarlo per tranquillizzare i CEO più scrupolosi, non viene indicato nessun meccanismo di controllo dotato di terzietà e indipendenza.
Nessun patto col diavolo
Il 20 marzo 2008, in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, i rappresentanti dei principali movimenti sociali impegnati in tutto il mondo per la giustizia nell’accesso e nell’uso dell’acqua, hanno indirizzato al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, un forte appello contro il supporto dato dall’Onu al CEO Water Mandate: “Non crediamo che un’iniziativa volontaria guidata dalle multinazionali sia una soluzione efficace all’incalzante crisi mondiale dell’acqua”. I movimenti sociali denunciano che “la vera agenda del CEO Water Mandate è di facilitare un maggior controllo sulle fonti e i servizi d’acqua da parte di imprese for-profit. Dal nostro punto di vista si tratta di un’operazione di ‘pulizia’ da parte delle principali corporations e le Nazioni Unite non dovrebbero essere coinvolte nel legittimare questo processo”. La lettera denuncia anche la mancanza di meccanismi di controllo, nonché il riferimento a parametri troppo permissivi, che le imprese per di più non sarebbero obbligate a rispettare. Inoltre fa notare come i principali fautori dell’iniziativa siano proprio le multinazionali maggiormente dipendenti dalla disponibilità d’acqua, in situazione, dunque, di stridente conflitto d’interessi: la Coca-Cola, con il suo poco edificante curriculum quanto ad accesso ed inquinamento delle fonti d’acqua; la Suez, il maggior ‘privatizzatore’ dei servizi di gestione dell’acqua in tutto il mondo; la Nestlé, leader globale dell’imbottigliamento, insieme a Pepsi e Danone. Ma non mancano nemmeno le holding che i movimenti definiscono “i giganti dell’industria alimentare”, come Unilever e Procter&Gamble, o del vestiario, come Levi Strauss, e le grandi industrie chimiche come Dow Chemical, “tutti pesantemente dipendenti dalla disponibilità d’acqua nella lavorazione dei loro prodotti”. I movimenti accusano le Nazioni Unite di prestarsi a questo gioco di interessi strategici. La riunione a porte chiuse del 5 marzo scorso tra rappresentanti dell’Onu e delle multinazionali nella sede di New York è considerata una mancanza di trasparenza inaccettabile. Per questi motivi viene rifiutato con decisione l’appello ad unirsi al CEO Water Mandate, viene richiesta la revoca del sostegno dato dal Segretario generale delle Nazioni Unite all’iniziativa e si offre l’alternativa di lavorare insieme per “sviluppare istituzioni globali più trasparenti e affidabili, insieme a meccanismi che assicurino l’effettivo accesso all’acqua da parte dei popoli e dell’ambiente”.
Un lucido calcolo di convenienza
Ma c’è di più. La posizione delle grandi multinazionali non petrolifere e la loro improvvisa capacità di cooperare tra loro e con le istituzioni pubbliche, non è una semplice corsa all’accaparramento delle sempre più scarse e preziose fonti d’acqua dolce, ma risponde soprattutto ad un lucido calcolo di convenienza. Sanno bene che la sovranità degli Stati e dei loro cittadini può metterle fuori gioco. Nessun contratto, legge nazionale o trattato internazionale può impedire a un governo legittimamente eletto di non concedere, o di ritirare, una concessione all’uso dell’acqua. La stessa privatizzazione dei servizi pubblici non è irreversibile. In più i prezzi delle risorse, della terra e dei prodotti alimentari stanno crescendo in tutto il pianeta e ciò rende più popolare un ritorno alle nazionalizzazioni. Ecco allora che la rinuncia ad una parte – il più possibile piccola – dei propri extra profitti può essere perfettamente razionale se serve a rendere la propria presenza più ‘desiderabile’ e a difendere, allo stesso tempo, gli investimenti già realizzati e le nuove opportunità di crescita. Persino la collaborazione con i propri concorrenti diretti può essere un compromesso accettabile, quando il rischio di perdere posizioni è maggiore della probabilità di guadagnarle. Insomma i CEO sanno valutare bene la sostenibilità dei propri affari.
“Cosa succederebbe se il prezzo dell’acqua raddoppiasse?”
Nel documento “Gestire il nostro futuro fabbisogno d’acqua per agricoltura, industria, salute umana e ambiente” del World Economic Forum si legge: “L’acqua è necessaria per la produzione del nostro cibo, delle fibre naturali dei nostri vestiti, dei biocombustibili e di altri prodotti basati sulle materie prime agricole”. In questa premessa e nel successivo elenco di statistiche sull’imminente crisi idrica mondiale stanno tutte le ragioni per cui le multinazionali alimentari, dei servizi pubblici, dell’energia, dell’industria chimica e farmaceutica, dei prodotti tessili ecc., debbano unirsi per trovare soluzioni comuni per salvare i propri profitti. Infatti, “cosa succederebbe se il prezzo dell’acqua raddoppiasse? Se l’accesso all’acqua per uso agricolo e industriale fosse ristretto o revocato a causa della scarsità idrica o di conflitti nella società civile? (…) Se ciò comportasse una scarsità globale di alimenti di base come i cereali o le bevande?”. La risposta non viene neanche data per quanto è evidente: sarebbe impossibile difendere lo scandalo secondo cui oltre il 90% dell’acqua utilizzata a livello mondiale viene impiegato a scopi produttivi e commerciali. Ecco allora che il World Economic Forum ha pianificato la propria strategia: 1) alzare l’attenzione sull’acqua a livello globale, attraverso l’elaborazione di una previsione economica e geopolitica sulla scarsità d’acqua da realizzare nei prossimi due anni; 2) aumentare le competenze delle imprese sul tema dell’acqua, attraverso la creazione di una sempre più vasta coalizione che si riconosca nel CEO Water Mandate; 3) sostenere nei prossimi due anni una politica di dialoghi aperti ai diversi portatori di interessi come parte di una Cittadinanza Globale d’Impresa. L’Italia non è fuori da questo giro, basti pensare alla partecipazione di Suez in Acea Spa o alla proprietà del marchio Peroni da parte della SABMiller, una delle più grandi multinazionali della birra, tra i principali promotori del documento.
Tra le azioni urgenti, si prevede l’identificazione dei bacini d’acqua più critici, dove è maggiore il conflitto potenziale tra agricoltura, industria, bisogni umani e ambiente. Ancora una volta il vero volto dell’iniziativa si scopre tra le righe. È così che tra gli esempi dei possibili bacini critici si scoprono molte zone dove la coscienza delle multinazionali è più sporca, come ad esempio in Africa meridionale e India. Mentre è nella descrizione dei contenuti del dialogo politico che si svelano gli obiettivi strategici: governo dell’acqua, strumenti basati sul mercato ed allocazione (o riallocazione) dell’acqua. In fondo, l’interesse del World Economic Forum è far valere tutto il proprio peso politico ed economico per assicurare alle grandi multinazionali e al proprio indotto una posizione dominante nel controllo delle sempre più scarse riserve d’acqua del pianeta: “La comunità delle imprese vuole assumere un ruolo di leadership in questo processo”.
Il diluvio universale degli affari
1a perché mettere insieme il diavolo e l’acqua santa? Una risposta prova a darla, brillantemente, Neville Isdell, presidente e amministratore delegato della Coca-Cola, nel suo ultimo discorso annuale all’assemblea dei soci, e bisogna credergli. Mentre nel passato le risposte ai grandi problemi erano affidate esclusivamente ai governi, oggi, nelle attese dei cittadini-consumatori la storia è cambiata: “I consumatori si aspettano che le corporations siano parte della soluzione, in qualsiasi campo, dai cambiamenti climatici, alla salute e al benessere. Sempre di più basano le proprie scelte d’acquisto sull’opinione che hanno nei confronti dell’impresa, per questo la reputazione dell’azienda è diventata parte della reputazione del marchio”. Ovvero non è più tanto facile vendere sogni con un bello slogan. Questa scoperta clamorosa gela il sangue ai ricchi manager (i CEO) delle più potenti concentrazioni economiche del pianeta, dal capitale azionario superiore al PIL della maggior parte degli Stati del mondo: il rischio è perdere profitto. È interessante notare come nelle comunicazioni pubbliche e nelle brochure questo rischio è associato ai probabili disastri naturali, mentre quando i CEO parlano in famiglia, tra loro, tra ‘addetti agli affari’, la sorgente del rischio è diversa ed è individuata molto chiaramente: la responsabilità dei consumatori. Ecco allora la soluzione: responsabilità sociale delle imprese come arma per sconfiggere la responsabilità sociale dei cittadini. I consumatori, quelli che da oltre cento anni con i propri acquisti garantiscono la sopravvivenza del sistema capitalistico, proprio loro, sono il vero pericolo. Una rivelazione sconvolgente, un diluvio universale alle porte. Ma allora perchè non radunare, proprio sotto la bandiera della lotta ai futuri cataclismi, tutti i propri simili, magari ottenendo il beneplacito delle principali istituzioni internazionali? Sì perchè il pericolo c’è, è reale ed imminente. E soprattutto è potenzialmente più veloce dei cambiamenti climatici, dell’esaurimento del petrolio e della crisi dell’acqua. Tutti i CEO del mondo ne devono essere consapevoli, compresa la miriade di piccole e medie imprese direttamente o indirettamente controllate. È, appunto, una global call. I consumatori non credono più nei marchi? Allora bisogna truccare l’immagine dell’intera azienda! Bisogna ingoiare il rospo e parlare di ambientalismo, di sviluppo sostenibile, di lotta alla fame e alla povertà, addirittura di istruzione e di diritti dei lavoratori. Tutto purché si salvi il profitto. Il problema vero è che questa corsa verso una malintesa e truffaldina responsabilità sociale d’impresa rischia di ridursi ad una drammatica corsa verso l’arca di Noé. I rischi globali sono reali e la campagna planetaria di marketing sociale potrà anche allungare – o addirittura accrescere – gli extra profitti dei grandi monopoli, ma solo per un tempo limitato. Quando verrà il diluvio, che ne sarà della immensa, globale, irresponsabilità dei CEO? ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) •

1 L’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan propose per la prima volta l’idea del Global Compact il 31 gennaio 1999 a Davos in un suo appello al World Economic Forum. Il Segretario Generale invitava i leader dell’economia mondiale ad aderire al Global Compact, un’iniziativa internazionale in supporto di nove principi universali relativi ai diritti umani, al lavoro e all’ambiente, che avrebbe unito imprese, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni sindacali e della società civile. Da giugno 2004 ai nove principi è stato aggiunto un decimo, relativo alla lotta alla corruzione. Attraverso il potere di un’azione collettiva, il Global Compact cerca di prom    uovere la responsabilità sociale delle imprese per far sì che il mondo del business possa esso stesso contribuire a trovare delle soluzioni alle sfide della globalizzazione. In tal modo il settore privato, in partenariato con altri attori sociali, può contribuire alla realizzazione dell’obiettivo del Segretario Generale: un’economia globale più inclusiva e più sostenibile. Il progetto “Sviluppo sostenibile attraverso il Global Compact” finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano, rappresenta una forma innovativa di sostegno e promozione del Global Compact, della Dichiarazione Tripartita dell’ILO sulle Multinazionali e delle Linee Guida OCSE per le Multinazionali, in quanto strumenti essenziali in materia di Responsabilità Sociale delle Imprese.
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