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L’acqua sui tavoli

Gli impegni globali

Cristiano Colombi

Cercare soluzioni alla crisi idrica mondiale è la preoccupazione delle istituzioni internazionali. Ma dietro agli impegni solenni c’è una strategia che difende gli interessi dei soliti noti. Come recuperare il controllo democratico sulle istituzioni e le risorse di tutti?

Lo scorso luglio a Saragozza le principali istituzioni internazionali, europee e numerosi rappresentanti del mondo privato hanno dedicato l’esposizione mondiale al tema dell’acqua, facendo confluire nella città spagnola i programmi e gli sforzi in atto per affrontare la crisi idrica. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite nel suo discorso ha ricordato gli impegni globali assunti dall’Onu: “Siamo fortemente impegnati nella protezione e nella gestione appropriata delle preziose riserve mondiali d’acqua. Fornire l’accesso all’acqua potabile e a sistemi igienico-sanitari adeguati è tra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio sottoscritti dagli Stati membri delle Nazioni Unite durante il Summit del millennio nel 2000”. Impegni globali difficili da mantenere. Come ricorda lo stesso Segretario Generale: dal 1990 ad oggi, sebbene 1,2 miliardi di persone abbiano ottenuto accesso ad una forma di acqua potabile, il numero di persone che non hanno accesso è sceso di appena il 10%. Per poter raggiungere gli Obiettivi del Millennio nel 2015 c’è ancora moltissimo lavoro da fare. E il problema è soprattutto che tipo di lavoro fare.
Acqua per la vita...
La principale iniziativa delle Nazioni Unite per accelerare le risposte alla crisi idrica è la proclamazione della Decade dell’Acqua, dal 2005 al 2015, “Acqua per la vita”, guidata da UN-WATER, l’istituzione che riunisce 25 organismi delle Nazioni Unite e una dozzina di partner internazionali. Scopo della Decade è favorire la realizzazione di programmi e progetti relativi all’acqua, cercando di assicurare la cooperazione a tutti i livelli (Agenda 21, Dichiarazione del Millennio, Commissione sullo sviluppo sostenibile, ecc.). Tra le questioni identificate come priorità per la Decade sono incluse la volontà di combattere la scarsità d’acqua, l’accesso all’acqua potabile, alla pulizia e all’igiene, nonché la riduzione del rischio di disastri, in modo particolare in Africa.
UN-WATER monitora i progressi a livello globale nell’offerta di acqua potabile e infrastrutture sanitarie e promuove la coerenza delle politiche che implementano l’agenda globale sull’acqua. Supporta, inoltre, gli Stati membri nei loro tentativi di raggiungere gli obiettivi fissati circa l’accesso all’acqua e ai sistemi igienico-sanitari, ed è responsabile dell’organizzazione della Giornata Mondiale dell’Acqua delle Nazioni Unite, il 22 marzo di ogni anno, che nel 2009 vedrà la realizzazione del Forum sull’Acqua ad Istanbul.
Si tratta di iniziative importanti, che coinvolgono centinaia di organismi e istituzioni di tutto il mondo, con le loro corti di rappresentanti. Un numero incalcolabile di bicchieri d’acqua sui tavoli delle relazioni internazionali. Il punto è: verso dove sono diretti questi impegni solenni? Le tecnologie a cui si riferiscono sono efficaci? È sufficiente “molto maggior impegno”? E qual è la “volontà politica” che garantisce la realizzazione delle politiche decise a tavolino?
UN-WATER pubblica ogni tre anni il Rapporto Mondiale sullo Sviluppo Idrico, come strumento concreto per un costante e globale monitoraggio, che si aggiunge al Rapporto sull’Acqua delle Nazioni Unite, attuando il “Programma mondiale per la valutazione dello stato delle risorse idriche” (WWAP). “Acqua, una responsabilità condivisa” è il secondo rapporto triennale, pubblicato nel marzo 2006, come esito della seconda fase del WWAP. Il risultato è un forte accento posto sul problema della gestione o governance delle risorse idriche.
... o per il mercato?
C’è abbastanza acqua per tutti. Questo è il punto di partenza del Rapporto del 2006: “Il problema che affrontiamo oggi è per lo più una questione di amministrazione: distribuire equamente l’acqua preservando nel contempo la sostenibilità degli ecosistemi naturali”. Nella consapevolezza che “attualmente non abbiamo ancora raggiunto questo equilibrio”, si afferma però di avere in mano la soluzione. “È sempre più riconosciuta da tutti la necessità di un approccio di Gestione integrata delle risorse d’acqua (Integrated Water Resources Management). (…) Il fulcro dell’emergente cultura sull’acqua è la condivisione: la Gestione integrata delle risorse d’acqua si propone di raggiungere una gestione dell’acqua efficace ed equa tramite un incremento della cooperazione. Far comunicare istituzioni che trattano le questioni relative all’acqua e le risorse provenienti dalle falde acquifere, richiedere nuovi accordi legislativi mondiali, aumentare la partecipazione pubblica ed esplorare soluzioni alternative per risolvere eventuali dispute sono tutte parti di questo processo”. L’idea originale della Gestione integrata è, infatti, la prevenzione dei conflitti tra diversi utenti, a livello bilaterale o multilaterale, o anche all’interno degli Stati. Analizzare, valutare, gestire in modo condiviso, tra tutti gli attori coinvolti, lo stato dei bacini ed il loro migliore utilizzo rispetto ai bisogni della società e alla sostenibilità ambientale è il principio ispiratore, che recupera ed amplia meccanismi istituzionali già sperimentati in tema di sviluppo locale e pianificazione territoriale. Il Rapporto arriva a proporre anche un sistema coerente di indicatori di interdipendenza, cooperazione, vulnerabilità, fragilità e sviluppo che possono guidare la Gestione integrata.
Il problema, però, è che da questo punto in poi il metodo a cui si ispirano praticamente tutte le iniziative internazionali sull’acqua degli ultimi anni cammina su una pericolosa lama a doppio taglio. Un primo passo in questa direzione è l’affermazione che l’insufficienza d’acqua sia spesso dovuta a “cattiva amministrazione, corruzione, mancanza d’istituzioni adatte, inerzia burocratica e scarsi investimenti sulle capacità umane” e che gli attuali sistemi di gestione pubblica siano insostenibili economicamente. Si passa così da un concetto di gestione come scelta collettiva sull’uso di un bene pubblico, ad un concetto di gestione meramente aziendale, basato su efficienza ed equilibrio tra costi e benefici. La seconda operazione, altrettanto sottile, è introdurre il problema della disponibilità di investimenti, che mette in campo i grandi investitori privati. Questi, secondo il Rapporto, “sono scoraggiati perché percepiscono questo come un settore che presenta rischi elevati e un più lungo e scarso ritorno di investimento rispetto ad altri settori”. Allo stesso tempo però vengono tranquillizzati, rilevando che “i dati recenti mostrano che gli investimenti nel settore dell’acqua stanno diventando economicamente sempre più redditizi”.
Una tecnologia “preziosa”
Questa apertura al privato, in modo così apparentemente ‘naturale’, come sbocco inevitabile, non è solamente una insidiosa manipolazione del significato di Gestione integrata, ma soprattutto lo spiraglio a disposizione del mercato globale per accedere alla risorsa acqua. Paradossalmente si giustifica la necessità di considerare e gestire l’acqua come una merce affinché possa soddisfare i bisogni vitali di tutti. Questo spiraglio nel giro di poco tempo è diventato una voragine, attraversata dalle principali multinazionali dell’industria alimentare, chimica, energetica, biotecnologica, ecc. e alla Gestione integrata si è affiancata un’altra ‘tecnica’ dal fascino irresistibile: la Partnership Pubblico Privata (PPP). Il principio di fondo è la necessità di una partecipazione più ampia possibile dei soggetti del territorio, sia pubblici che privati, alla definizione consensuale di soluzioni efficienti e sostenibili. Di fatto, però, si tratta di una forma di coinvolgimento diretto dei colossi dell’industria, che stanno cercando di accaparrarsi l’accesso strategico alle fonti d’acqua, essenziale nei propri processi produttivi. E ovviamente, quando in un tavolo di negoziazione siede una delle più potenti lobby globali, i margini di trattativa dei governi del Sud del mondo si restringono e la PPP risulta essere un modo surrettizio per giungere alla sostanziale privatizzazione dell’acqua.
Non a caso la Partnership Pubblico Privata è il cavallo di battaglia delle principali multinazionali interessate all’acqua, promossa nei vari tavoli di confronto con le istituzioni internazionali. In primo luogo nel Global Compact delle Nazioni Unite, la più grande iniziativa mondiale sulla responsabilità sociale d’impresa che raggruppa aziende di tutto il mondo che si riconoscono in dieci principi di base riguardo ai diritti umani, al lavoro, all’ambiente e alla lotta alla corruzione. L’obiettivo è di “sperimentare e costruire una legittimazione sociale delle imprese e dei mercati”. In effetti in molti casi si riduce ad una propaganda eticamente accettabile di progetti che hanno uno scopo fondamentalmente commerciale, come nel caso dell’iniziativa italiana che tra il 2005 ed il 2006 ha avviato progetti in Marocco, Tunisia ed Albania volti sostanzialmente a favorire l’apertura di nuovi mercati per le imprese italiane. La principale iniziativa sull’acqua da parte del Global Compact è il sostegno alla proposta del World Economic Forum – che raggruppa le principali multinazionali – di attuare una campagna globale di sensibilizzazione delle imprese, il cosiddetto CEO Water Mandate, che riconosce alla PPP un ruolo centrale.
Una strategia che si è rafforzata nel tempo, in varie forme. Ad esempio, tra imprese ed istituzioni statunitensi, con il Global Water Challenge, iniziativa lanciata appena quattro ani fa dal Dipartimento di Stato Usa insieme, non a caso, a Coca-Cola, Dow Chamical, Cargill e Wallace Genetic Foundation. Questa riconobbe esplicitamente che “non esisteva nessuna organizzazione che facilitasse un dialogo di questo genere, in particolare con una forte presenza del settore privato”. La prospettiva è di agire a livello globale, interagendo con i diversi governi. L’intuizione è quanto mai chiara: “L’acqua e i sistemi igienico-sanitari non sono solo un diritto umano, ma una necessità umana”. Oltre alla curiosa scala di valori che vede prima dei diritti i bisogni, è da notare che le necessità in quanto tali prevedono una risposta da parte dell’economia. Mentre i diritti umani, non essendo accettabile il loro mancato rispetto, pretendono di essere garantiti per tutti senza discriminazione.
La visione (poco) europea dell’acqua
Il 30 giugno 2008 l’Europa non ha voluto essere da meno in questa corsa all’acqua. Il Parlamento europeo ha così lanciato la cosiddetta Visione europea dell’Acqua, che racchiude alcuni principi della strategia europea considerati fondamentali, insieme al programma europeo Aquawareness. Nella Visione si afferma l’obiettivo generale dell’iniziativa, ovvero “raggiungere una gestione sostenibile delle risorse d’acqua e un accesso universale ad una sicura e moderna offerta d’acqua e strutture igienico-sanitarie entro il 2030, perchè gli abitanti europei valutano l’acqua in tutte le sue dimensioni, nella sua importanza economica, sociale, ambientale e culturale”. Le fasi di attuazione prevedono, a breve termine, l’avvio di un ampio processo di consultazione regionale e la presentazione al Forum Mondiale dell’Acqua di Istanbul, nel marzo 2009, come contributo europeo al dibattito. Peccato che più che europeo dovrebbe considerarsi ‘multinazionale’, grazie all’adesione di compagnie come, nuovamente, Coca-Cola e Dow, oltre ad altri giganti come IBM e Procter&Gamble. Un ‘tocco’ dalle conseguenze evidenti già nel testo della dichiarazione: basti pensare che l’art. 1 tiene a specificare che l’acqua “non è una merce come tutte le altre”, dunque è una merce, e che l’art. 3 ribadisce l’intenzione di applicare la Gestione integrata.
L’acqua è già e sarà sempre di più una delle grandi necessità vitali degli abitanti del pianeta e quindi, potenzialmente, uno dei grandi affari globali. La lobby dell’acqua, spesso dai confini sorprendentemente ampi, è già in moto nel tentativo di scongiurare la perdita delle fonti d’acqua. Così, le istituzioni che dovrebbero difendere il diritto all’acqua come bene comune dell’umanità sono di fatto orientate dagli interessi economici. Miguel D’Escoto – tra i sacerdoti nicaraguesi che parteciparono al governo sandinista degli anni ‘80 – neo presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel suo discorso ha affermato con forza la necessità di completare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo con il diritto all’acqua, innegabile e irrinunciabile per qualsiasi persona. Occorre recuperare il valore democratico delle istituzioni internazionali e il ruolo dei popoli, oppure l’acqua continuerà a scorrere solo nei bicchieri degli ‘esperti’ che affollano i tavoli ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ). •
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