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Puntare in alto partendo dal basso

A colloquio con Emilio Molinari

Nicola Perrone

L’acqua in Italia sarà privatizzata entro il 2010. Una legge anticostituzionale: è in gioco la democrazia. La speranza sta in una campagna culturale che guardi lontano e coinvolga soprattutto sindaci e comuni. Intanto, dove si privatizza aumentano le bollette.

In Italia è stata decisa la privatizzazione dei servizi idrici entro il 2010. La legge 133 dell’agosto 2008, all’articolo 23 bis, sancisce che tutti i servizi pubblici locali, compresi quelli idrici, devono essere privatizzati entro il 31 dicembre 2010. Siamo dunque di fronte alla privatizzazione dell’acqua potabile. Già privatizzata l’acqua da bere in bottiglia, adesso viene generalizzato in tutto il territorio nazionale il concetto di acqua potabile come bene economico. Su questo argomento abbiamo intervistato Emilio Molinari, presidente del Comitato italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua.
Che ne pensi? Quali sono i motivi che hanno spinto a volere a tutti i costi privatizzare l’acqua in Italia?
Penso che questo sia un fatto gravissimo. I motivi sono principalmente due. I fautori della privatizzazione sono sia il centrodestra che il centrosinistra, che hanno sostenuto questa legge. C’è una vera e propria sbornia, una cultura della privatizzazione che nel nostro paese stenta a fare i conti con quello che sta succedendo nel mondo. Infatti in America latina e in Europa la maggior parte delle privatizzazioni sono state interrotte. L’attuale crisi economica e finanziaria, che sta travagliando l’intero pianeta, è la crisi del liberismo e della logica del privato. Rimane solo l’Italia, di fronte a questi grandi eventi, ad andare in controtendenza, continuando imperterrita a seguire l’onda neoliberista iniziata negli anni Ottanta.
L’altro motivo riguarda il sistema politico italiano: sulla questione delle privatizzazioni si sta sviluppando una nuova Tangentopoli. Cioè quel meccanismo che vedeva l’insieme dei partiti alla fine degli anni ‘80 finanziarsi attraverso cospicue tangenti. Dopo Tangentopoli non si è chiuso l’intreccio di interessi che uniscono i diversi partiti. Anzi, è andato aumentando, giungendo alla privatizzazione della stessa politica attraverso le società miste, la gestione diretta delle grandi opere, i legami con le banche, e via dicendo. Se guardiamo bene, tutta la dinamica della privatizzazione dell’acqua ha questo seme. Che cosa sono Acea o Iride? Sono società miste in cui il pubblico e il privato si sommano, ma in cui il capitale pubblico diventa privato lui stesso e così privatizza la parte politica. Un intreccio affari-politica. Siamo di fronte a un’oligarchia che ha condotto le aziende a trasformarsi in partito e i partiti a trasformarsi in azienda.
Ma i fautori della privatizzazione sostengono che il pubblico non è efficiente, e che con il privato ci saranno più servizi.
È ormai dimostrato che da noi, con la privatizzazione dell’acqua, si è avuto un vertiginoso aumento delle tariffe e non è stata fatta alcuna manutenzione sulla rete idrica. Nessun privato si accolla i costi per riparare le reti. Quindi si è avuto un aumento esponenziale anche delle perdite d’acqua in rete. Ci sono stati ovunque licenziamenti di dipendenti, a causa delle fusioni che liquidavano costantemente personale. Sono aumentati i lavoratori precari. Quindi si ha un sostanziale peggioramento. Mediobanca ha fatto di recente un’analisi e ha visto che le due società meglio gestite in Italia sui servizi idrici sono quelle di Milano città e Milano provincia: entrambe formalmente ancora a totale capitale pubblico, con una vera ispirazione al pubblico oltre che essere Spa totalmente pubbliche.
E per i cittadini, che cosa cambia?
Per i cittadini sono dolori. Quando le tariffe subiscono aumenti così forti come è successo ad Aprilia, ma anche in Sicilia a Leonforte o a La Spezia, dove è stata inserita nelle quote da pagare anche la spesa per i depuratori che in realtà non c’erano, siamo di fronte ai primi segnali di un vero e proprio disagio sociale. Che aumenta in presenza di una crisi economica delle dimensioni che stiamo vivendo. Di qui la crescita di un’area di consapevolezza diffusa. Fino ad oggi si trattava di  una coscienza di tipo prettamente intellettuale.  Oggi cominciano ad esserci anche altri segnali che arrivano soprattutto dagli anziani e dai pensionati, che scendono in campo in massa per chiedere la riduzione delle tariffe. Perché acqua, gas e luce cominciano ad incidere concretamente sul tenore di vita di chi ha poco denaro e scarso reddito. Un tenore di vita già falcidiato dall’aumento del costo del cibo e di altri generi di prima necessità. La gestione dell’acqua comincia ad essere un fatto sociale, e quanto è accaduto ad Aprilia ce lo dimostra.
Ma cosa possono fare i cittadini di fronte a questa realtà?
Prima di tutto dobbiamo prendere atto che abbiamo subìto una sconfitta pesante. Cosa che nel Movimento ancora non è avvenuta. Abbiamo depositato in Parlamento una legge di iniziativa popolare che aveva raccolto 400.000 firme. L’iniziativa di fatto ci è stata scippata. Infatti se il Governo fa un’altra legge che privatizza tutto, la nostra proposta viene accantonata, abbandonata. Per questo dobbiamo tornare a mobilitare i cittadini, insieme ai sindaci che, a mio parere, diventano protagonisti.
L’articolo 23 bis della legge 133 privatizza tutti i servizi pubblici locali. Ciò significa che nessun sindaco avrà più a disposizione alcun servizio a partire dal 2010. C’è da domandarsi a cosa serviranno consigli, giunte comunali e sindaci, se non avranno più niente da gestire. Resterà loro soltanto la vendita del territorio, la paura degli immigrati, o il tentativo di fare cassa giocando in Borsa il poco denaro a loro disposizione.
Questa è una tragedia per la democrazia e per la partecipazione dei cittadini, perché non avranno più il sindaco, i consigli e le giunte come interlocutori sui propri servizi, ma solo multinazionali sempre più grandi e sottoposte al regime bancario. Il risultato è che non si avranno più livelli istituzionali locali, non si avrà il controllo su niente, né ci sarà la partecipazione dei cittadini alla vita della comunità. Questa è una grossa tragedia democratica. Noi stiamo lavorando per evitarla. Da una parte chiamando i cittadini a mobilitarsi. Dall’altra vogliamo invitare i sindaci a muoversi, a ritrovare l’orgoglio per dire che la propria vocazione è quella di gestire i beni pubblici locali per i cittadini.
Per cui sull’acqua si gioca una battaglia di democrazia.
Si, credo proprio che su questo si giochi la grande partita della democrazia. La democrazia è fatta di tante cose di carattere generale: libertà di stampa,  rapporti tra poteri dello Stato, corretto funzionamento della giustizia. Già nel nostro paese abbiamo diverse anomalie: come quella di un signore che possiede o controlla sei televisioni o di una conflittualità grave tra magistratura ed esecutivo. Ma se si comincia a minare la costruzione democratica, che parte dai comuni, dalle comunità locali, dalla possibilità del cittadino di partecipare alla vita pubblica che lo riguarda direttamente, tutta l’impalcatura della democrazia cade.
I primi del ‘900 hanno visto nascere proprio questa idea delle municipalità che prendevano in mano i servizi, i trasporti, il gas, la luce, l’acqua e si facevano garanti del buon servizio. Ciò ha rappresentato la faccia più evidente del welfare, quella meno disprezzata dai cittadini. Questa intelaiatura del welfare che è stata la democrazia del ‘900, oggi salta per aria. Non in tutto il mondo ma qui in Italia sicuramente. Nel resto del mondo c’è una consapevolezza diversa, perfino negli Stati Uniti, perfino in Francia con il caso di Parigi. Ma la privatizzazione si è fermata anche in Germania, in Spagna, in tutta l’Europa. È andata avanti in una maniera così ottusa solo in Italia, con un governo e un’opposizione che si rimproverano reciprocamente per non avere privatizzato di più.
La sfida adesso è dunque quella di coinvolgere sindaci e comunità locali.
Esatto. Io penso che stiamo vivendo un momento di grande passaggio. Stiamo chiedendo ai sindaci di sottoscrivere documenti d’impegno per la modifica degli Statuti dei comuni: in modo che l’acqua venga considerata un bene privo di rilevanza economica. Si deve togliere quella dicitura che sta su tutte le leggi di privatizzazione con la quale si definisce il servizio idrico come “servizio di carattere prevalentemente economico”. Occorre togliere quella dicitura e affermare che nel proprio comune l’acqua e gli altri servizi sono da considerarsi beni comuni primari.
E questa potrebbe essere una soluzione per i comuni per non ottemperare alla legge 133?
Questa potrebbe essere una campagna da farsi su tutto il territorio nazionale: i sindaci inizino a mettersi insieme. Se 300-400 sindaci in Italia si battono per questo, le cose possono cambiare. È già un fatto politico, una forza che si può far pesare nei confronti dei partiti.
Penso che la legge 133, all’articolo 23 bis, sia una legge anticostituzionale per diversi motivi. L’articolo 43 della Carta costituzionale italiana afferma che ci sono dei servizi in questo paese che devono essere considerati assolutamente pubblici per la loro estrema rilevanza. E non credo che allora il costituente pensasse solo all’esercito, alla magistratura e alla polizia. Penso che si riferisse alla sanità, all’acqua, alla scuola. È anticostituzionale perché si sostituisce alle Regioni nelle loro funzioni di legiferare attorno alla questione dell’acqua, e impone obblighi ai comuni. Cosa che nessuno può fare perché anche i comuni sono organi dello Stato e hanno potestà di decidere il tipo di gestione.
Questo riferimento ai comuni è stato recepito persino dall’Unione europea la quale, introducendo la possibilità della gestione in house, riconosce di fatto che alcune potestà ai comuni non possono essere tolte. Oggi i comuni possono tornare a gestioni poste interamente sotto il proprio controllo, soprattutto creando consorzi di comuni (i vecchi consorzi pubblici o la vecchia azienda speciale pubblica). L’approvazione della legge 133 ci obbliga a questo passaggio. Si è aperta una battaglia a livello più alto. Dobbiamo riprendere il contatto con la gente e far scoppiare le contraddizioni a livello istituzionale, soprattutto con i sindaci e i comuni, che costituiscono il livello che ci tocca direttamente.
Quali saranno i prossimi passi che farà il Comitato italiano per un Contratto mondiale sull’acqua?
 Chiediamo che si costituisca un Forum dei sindaci e delle amministrazioni locali sull’acqua e sui beni comuni. Inoltre dobbiamo rilanciare con forza i valori originali del movimento riproponendo una grande operazione culturale. Quella di chi è consapevole che un miliardo e 600 milioni di persone in giro per il mondo non hanno l’acqua potabile; che ognuno di noi può finire in quelle stesse condizioni; che per l’acqua è stata dichiarata una crisi mondiale su tutto il pianeta; che nel 2030-2040 la metà della popolazione mondiale non avrà sufficiente acqua per produrre, bere e alimentarsi; che la mercificazione universale ci condanna ad uno scenario di guerre fratricide spaventose.
L’acqua è un diritto umano.
Il 2008 è stato l’anno del 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Riprendiamo con forza questo tema. Il diritto alla vita sancito nell’articolo 3 della Dichiarazione: cos’altro è se non il diritto all’acqua? L’acqua è vita e va gridato a tutti, anche al Papa. Anche a tutte le autorità religiose, agli artisti, agli uomini politici, a coloro che fanno opinione. Credo che dobbiamo puntare anche in alto. Il tradizionale lavoro di rete lillipuziana è necessario, ma non sufficiente. Dobbiamo puntare alto, far muovere i grandi opinion makers e l’opinione pubblica. ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) •
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