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Gli affari sull’acqua

Aprilia: un’esperienza di lotta dal basso

Alberto De Monaco

La storia di una privatizzazione selvaggia. Le prime fatture dell’acqua “privatizzata” arrivano con aumenti dal 50% fino al 330%. La società di gestione vuole sempre più soldi, i prestiti arrivano dalla finanza internazionale, che poi fallisce. Nei 38 comuni di Latina chi vuole bere si deve rivolgere solo ad Acqualatina spa, o meglio alla banca.

Era il 1° luglio 2004: come sempre la mattina tanti cittadini di Aprilia aprivano il rubinetto per lavarsi e correre al lavoro. Era una giornata come tutte le altre, o almeno così sembrava. L’acqua era la stessa, fresca e bella. L’acqua che viene dai pozzi delle fonti del Carano che stanno poco lontano dal casale dove dimorò e visse il figlio di Giuseppe Garibaldi, Menotti Garibaldi. Eppure qualcosa di molto importante era successo. L’euforia della gestione dei privati, che si dice siano capaci, efficienti ed economici, era scoppiata pure ad Aprilia. Da quel giorno chi comandava e gestiva le nostre fonti e i nostri rubinetti era la multinazionale Veolia. Il comune non contava più nulla. L’acqua di Aprila, e di ben 33 comuni della provincia di Latina, veniva “comandata” da Parigi.
2005: NASCE IL COMITATO
Tutto scorreva liscio nell’oblio dell’ignoranza, finché nel mese di dicembre un giovane di 23 anni iniziò a sensibilizzare associazioni e comitati, allertandoli sulla cessione del servizio idrico alla società Acqualatina spa (51% di 33 comuni della provincia di Latina e 49% della Veolia). Ormai la frittata era fatta, ma ancora tutto sembrava calmo. A febbraio 2005 l’allarme veniva raccolto e un gruppo di cittadini costituivano il comitato cittadino acqua pubblica di Aprilia. Si avviava così uno studio profondo per capire come era avvenuta la cessione del servizio al gestore pressoché privato Acqualatina spa (AQL). La città, nonostante i primi allarmi del comitato era ancora tranquilla e scettica, fino al maggio 2005, quando iniziarono ad arrivare le prime fatture dell’acqua “privatizzata”. Furono dolori. Aumenti dal 50% fino al 330%.
L’allarme diventa una brutta realtà, gli scettici si arrabbiano. Si susseguono manifestazioni e dibattiti cittadini. Nel frattempo si è organizzato il comitato, che ha studiato tutti i passaggi che hanno portato alla cessione della gestione delle reti alla nuova società. Si capì subito che tanti passaggi di legge, che dovevano coinvolgere la popolazione e il consiglio comunale, erano stati saltati.
AUMENTI ILLEGALI
La società avrebbe dovuto far conoscere le nuove regole contrattuali (regole dichiarate poi vessatorie dal Tribunale), ma ha preferito inviare solo la bolletta da pagare entro un mese. I cittadini decidono così di organizzarsi. Prima 500, poi 1400, fin ad arrivare a 6500 famiglie che decidono di continuare a pagare le bollette all’ente comunale che fino al 2004 gestiva le reti e l’acqua. D’altronde non si capiva, e ancora non si capisce, perché nonostante siano stati saltati tanti passaggi di legge, gli unici ad avere obblighi e restare zitti sono i cittadini. Da allora si sono susseguite cause nei tribunali amministrativi e civili. Un gruppo di consiglieri comunali nel febbraio 2006 riesce a far votare una delibera con la quale non si approva la cessione del servizio al nuovo gestore. Altri comuni fanno la stessa cosa. I cittadini portano in causa la società e chiedono di annullare la partecipazione del comune nella compagine societaria di Acqualatina spa.
Nel 2006, 2007 e 2008, il gestore capisce che se le cose continuano così, l’oro blu non rende e l’affare non conviene. Così tenta più volte di fiaccare la “resistenza” e tenta di chiudere l’acqua a chi la continua a pagare al comune non riconoscendo la nuova società. Le maniere diventano sempre più “convincenti”. Le squadre degli operai della società si presentano scortate da vigilantes armati al seguito per eseguire i distacchi.
La popolazione è avvilita, stanca, ma non demorde. Le famiglie che la società continua a chiamare “morose” sono 6500. La società dovrà “catturarle” una per una e non è facile. Intanto la politica degli interessi, che divide con il privato i posti nel consiglio d’amministrazione della società, un consiglio che nel 2004 costa circa 940 mila euro l’anno, si organizza. Mentre i comuni e i cittadini preparano i ricorsi in tribunale, colui che “detta” le regole al gestore preferisce essere morbido. Assecondare gli interessi del privato. Cambia e ricambia il contratto di servizio e gli obblighi che il privato si era impegnato a raggiungere vincendo il bando di gara nel 2002. La gestione del servizio, dicono dalla società, è sempre più costoso. Come si sa il privato è capace (forse!), ma i costi sono alti, altissimi. Le bollette che il gestore incassa dai circa 450.000 utenti non bastano. Il privato non intende rimetterci, e visto che nel contratto aveva fatto inserire un articolo per cui i comuni dovevano assicurare il pareggio dei costi, sempre, non si perde d’animo.
ARRIVANO I MUTUI DELLA FINANZA INTERNAZIONALE
Dal 2004 al 2014 sono e saranno attuati aumenti delle bollette del 5% ogni anno. Però i soldi mancano e allora, invece di mettere i soldi del privato, meglio farseli prestare dai mercati finanziari internazionali. Meglio mettere su un mutuo con i prodotti derivati. Nel 2006 la Depfa bank (letteralmente la banca dell’ipoteca) arriva in soccorso. Concede un prestito tampone di 68 milioni ed è pronta a fare un mutuo per 114,5 milioni. Un mutuo con tanto di swap. Ossia prodotti finanziari complessi, scambiati sui mercati internazionali. La Depfa bank, quella che ha portato al tracollo la banca tedesca Hypo Real Estate, quella che il governo tedesco deve salvare dal fallimento con 50 miliardi di euro di soldi pubblici. I mercati crollano e le cose si complicano pure per il mutuo che la Depfa ha promesso di erogare ad Acqualatina.
GLI AFFARI SULL’ACQUA
A dicembre 2008 la banca non cede ulteriori crediti se prima i comuni non firmano un accordo che vincola ogni decisione sulle bollette e sul contratto di gestione al “preventivo consenso scritto” della banca. Più privato di così si muore. Se ciò accadrà i sindaci che hanno il dovere e il compito di tutelare gli interessi delle comunità che li hanno eletti, non avranno più nessun potere. La banca deciderà come e cosa fare in funzione del rischio sul rientro dei soldi prestati. Se c’è siccità poco importa. Se l’acqua scarseggia e i consumi diminuiscono poco importa. Se i costi per portare l’acqua nelle case saranno alti, non sarà possibile fare nuove condotte o nuovi depuratori.
Insomma prima c’è la garanzia che il prestito possa essere onorato, ogni 6 mesi, e poi tutto il resto. La legge degli affari. Gli affari sull’acqua. Un bene comune a cui nessuno può rinunciare. Un bene gestito in un sistema monopolista. Nei 38 comuni di Latina chi vuole bere si deve rivolgere solo ad Acqualatina, o meglio alla banca. Ormai l’affare è assicurato e redditizio. Per i morosi ci penserà la banca poiché tutti i crediti che spettano ad Acqualatina sono stati ceduti alla Depfa. Una decisione ancora presa da chi in politica avrebbe dovuto tutelare i cittadini e invece ha preferito andare a braccetto con la Veolia. Ormai, stando così le cose, c’è da chiedersi che senso avrà nel 2009 per i cittadini di Aprilia votare per il nuovo sindaco? Non avrà più nessun potere sull’acqua della città gestita da una multinazionale di Parigi con i soldi di una banca irlandese in fallimento.
Può la mondializzazione della finanza e dell’economia far liquefare le comunità? ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ) •
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