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Nicaragua: l’acqua avvelenata

Se l’acqua da risorsa diviene nemica

Guglielmo Ragozzino

Riportiamo alcuni stralci del diario che Guglielmo Ragozzino, giornalista de “Il Manifesto”, ha scritto durante il suo viaggio con la Carovana dell’acqua in America centrale dall’8 al 22 novembre 2008. Esperienze di mobilitazione contro l’acqua “nemica” e segni di speranza per il riconoscimento del diritto all’acqua per tutti.

I cittadini del Nicaragua sono convinti che il loro paese sia benedetto da Dio quanto alla ricchezza e allo splendore dell’acqua. Sono però disperati perché non hanno saputo conservare per sé e per i figli la loro ricchezza lasciando che qualcuno la rubasse, per venderla, usarla, sporcarla in vario modo. Così l’acqua, da fantastica risorsa, si è trasformata nel suo opposto, un pericolo mortale.
Il viaggio della Carovana comincia in un mondo difficile. A pochi chilometri a Sud della capitale c’è Mateare, un grande comune di trenta o quarantamila abitanti, dispersi in otto o dieci comunità minori. Per esempio una di queste, Brasiles, ha la fortuna di essere sul bellissimo lago di Managua. I brasilesi ne parlano però, con qualche motivo, come del lago più inquinato del mondo. C’è l’acqua nera che oggi ammorba i pozzi dai quali da tempo immemorabile la popolazione tira la sua acqua, per le necessità domestiche e per l’orto e i campi; c’è l’acqua di scarico delle fabbriche che finisce nella falda, dove confluiscono anche i veleni dell’agricoltura industriale. Sulla strada si vede una fabbrica, moderna di aspetto, «Holcim tessile». Forse è quella di cui parla un documento che la cooperativa locale ci fa leggere. «All’altezza del chilometro 15 e 500 della ‘carretera nueva’ per Leon, presso l’entrata del cimitero vecchio, a 500 metri dalla carretera, è sorto uno stabilimento a capitali asiatici da parte di imprese locali. E con questo tutte le acque nere della città di Sandino sono sfociate nei terreni comunitari». Il danno maggiore deriva dal fatto che le acque nere non sono trattate; ne consegue un odore fetido, che impedisce alla popolazione dei barrios Sayda Gonzales e los Castros perfino di mangiare in pace.
La comunità ha fatto ricorso al Ministero della salute, familiarmente Minsa, e a quello delle risorse naturali e dell’ambiente, Marena. Ma inutilmente: a Mateare «le istituzioni pubbliche non applicano le proprie stesse leggi in difesa del liquido vitale». Così le acque di superficie e profonde si contaminano senza rimedio con tutti i veleni possibili e poi scendono al lago, sotto forma di fango putrido. Le ultime immagini sono una donna che cammina con una gran cesta di bellissimi pesci invitanti, tratti dal lago e più in là, lungo uno scivolo che spezza la fitta vegetazione tra la strada e il lago, un potente fuoristrada che traina fino in acqua un motoscafo da diporto, pilotato da una giovane donna.
La bomba
La Carovana passa anche per la comunità indigena di Abangasca. La comunità ci spiega che quella è la loro terra, dalla notte dei tempi. In seguito l’hanno addirittura ricomprata dalla Corona di Spagna. La contaminazione delle acque per questa comunità passabilmente felice arriva dopo il 1998, l’anno dell’uragano Mitch che sconvolge alla fine di ottobre i paesi del Centroamerica. Gli anni successivi, dal 2000 al 2004, sono anni secchi, tanto che nel 2002, con l’approvazione generale, la società S. Antonio applica una bomba, in italiano una pompa, di grandi dimensioni per avere acqua nelle sue coltivazioni, soprattutto la canna… Ma già nel 2004 cominciano i problemi. La contaminazione dei campi in cui gli indigeni coltivano fagioli e riso e frutta in modo naturale, diventa insopportabile: la coltivazione della canna per produrre zucchero, etanolo, metanolo, liquori (flor de cana: vi dice niente?), cioè l’agricoltura industriale del latifondo, funziona solo con una quantità di prodotti chimici che inquinano acqua, terreni, aria, mare. Ettari ed ettari di mangrovie non ci sono più. Il disastro è poi ancora più intenso quando si brucia quel che resta dopo il taglio della canna e il villaggio indigeno è investito dai fumi. Anche il lavoro promesso non vale. L’inserimento di una sola macchina tagliatrice ha recentemente eliminato 400 lavoratori che però restano in loco e respirano gli stessi fumi di prima. Così parte la prima di molte iniziative legali contro la S. Antonio, con una raccolta pubblica per le spese di 3.000 dollari.
S. Antonio naturalmente fa parte del gruppo di Pellas, il grande proprietario locale. Siccome il progenitore di casa Pellas arrivava da Genova, almeno nella leggenda, proprio come Cristoforo Colombo, gli italiani, i genovesi soprattutto sono visti con sospetto. Sospetto confermato dopo che il capo di casa Pellas è stato nominato, venti giorni fa, console onorario d’Italia a Granada, storica capitale del Nicaragua.
I veleni nell’acqua di Chichigalpa
Quando durante gli anni ottanta nel resto del mondo i veleni agrochimici sono stati denunciati e proibiti, in Nicaraguano. Anzi, qualcuno sospetta che tutti gli aggressivi ormai fuori legge, ma già prodotti e accatastati nei depositi di Shell e delle altre multinazionali siano stati diffusi tutti qui, a basso prezzo, in paesi come questo, deboli e fiduciosi. E che anzi le industrie del ramo non si siano limitate a svuotare il magazzino, ma, visto che i loro articoli tiravano ancora passabilmente in qualche provincia remota dell’impero, l’hanno furtivamente alimentata, proprio come si fa per i vestiti fuori mercato nelle stock house in cui crediamo di acquistare a metà prezzo.
Ma non era solo una truffa indolore, una specie di dolus bonus. Era veleno mortale. La ricerca dell’acqua inquinata porta a Chichigalpa… Le persone ci aspettano da ore. Ma sono pazienti. Pazienti e decise a far sentire la propria voce. La comunità è nata intorno alle persone affette da insufficienza renale cronica. Uno striscione avverte: «2.677 morti per insufficienza renale». Ma deve essere una scritta di tempo fa: nei discorsi si indicano cifre maggiori, 3.001 morti dall’inizio dell’anno. Ma «i morti sono solo quelli che hanno l’anima morta». I pesticidi sono sparsi dall’Ingenio S. Antonio, capeggiata dal signor Carlos Pellas Chamorro. La società però ha scelto di negare tutto e accusa gli ammalati di essere ubriaconi e drogati e quindi di essere responsabili dei propri guai. Alberto Boniver, ambasciatore d’Italia deve avere la stessa convinzione, visto che dopo aver «insignito il signor Carlos Pellas Chomorro con l’onorificenza dell’Ordine della stella della solidarietà italiana, nel suo massimo grado di Grande Ufficiale» gli ha attribuito il ruolo di console onorario, in ottobre, con queste parole: «Chi meglio di te, l’imprenditore più importante del paese e forse del Centroamerica».
Il gruppo Pellas è quello che pochi giorni prima dell’exploit boniveresco è stato preso in esame dal Tribunale permanente dei popoli all’interno del Terzo Forum Sociale delle Americhe in Guatemala il 10-11 ottobre scorso, con la richiesta di: «Una definizione di condizioni di responsabilità universale, tali come sanzioni giuridiche efficaci, diffusione pubblica della condanna, confisca degli strumenti del delitto prodotto, multe, riparazione del danno causato e la dissoluzione dell’impresa». Alla Comunità basterebbe anche meno; basterebbe che si sapesse delle loro morti, del loro dolore. Gli ammalati sono semplicemente espulsi dal ciclo produttivo, non hanno pensione né assicurazioni sanitarie. Una delle voci più forti è quella di Carmen Rios. “Sappiamo che non ci daranno niente, sono troppo potenti, contro di noi. Ma pretendiamo che almeno si sappia, che questa cortina di silenzio connivente sia rotta. Che in Europa, nella ricca Europa si parli finalmente dei disastri causati dai veleni delle vostre società. E anche dell’indignazione, solo nostra, del Nicaragua dei poveri, per il premio, l’approvazione formale per il capo dell’Ingenio S. Antonio, la fabbrica dello zucchero, dell’etanolo, del metanolo, del buon rum; e di migliaia di malattie renali”.
I bananieri di Managua
… Centinaia di persone vogliono parlare, spiegare cosa sia il Nemagon, la peggiore sintesi di tutti i veleni, quelli che un tempo chiamavamo la sporca dozzina e che qui ancora chiamano la «docena sucia», che si apriva con l’Aldrin e si chiudeva con il Lindano, passando per il Ddt. Ora l’elenco è più lungo i veleni sono diventati 17 e Nemagon è il nome commerciale di uno di essi.
I lavoratori, barones e mujeres, sono bananieri. La chimica gliel’hanno spruzzata addosso, irrorata sulla testa, li hanno trattati come oggetti, mentre lavoravano anche 15 ore al giorno per una paga di 80 dollari ogni due settimane. Anna Maria, 43 anni, 31 anni in bananiera, malata di osteoporosi, racconta la sua vita. E la vita di suo padre, 78 anni, ripiegato su una sedia, ma forte di un sorriso pieno di affetto e di amicizia. Anna Maria fa politica. «A Managua si bastonano e si uccidono, per le elezioni, ma è una lotta di ricchi. Nessuno si occupa di noi, uccisi dall’acqua cattiva e dai veleni». Intanto i ricchi vescovi del Nicaragua si schierano con Monteallegre e benedicono i brogli.
Ma la comunità ha un capo riconosciuto, Victorino. A lui fanno riferimento tutti gli interventi. Victorino consegna un grosso documento che raccoglie gli studi fatti dalla base contro i veleni e suffragati da scienziati indipendenti. Sono centinaia di pagine, di diagrammi, di dichiarazioni di medici. E parla di un luogo un tempo pulito, Chimandega che ora è tra i più inquinati del mondo e riflette sull’acqua mondiale inquinata qui e dappertutto dalla stessa avidità, dalla stessa stupidità. E si parla dei tribunali che non fanno giustizia, di uno stato che fa la voce forte e restituisce 6 tonnellate di veleni ai produttori europei quando in realtà ne sono arrivate 150; e con essi si sbiancheranno altre banane e si distruggeranno altre vite umane. Fuerza Victorino!, dicono i suoi compagni, le sue compagne. Non è un delitto difendere la causa del lavoro. Daniel Ortega che lo «perseguita» non fa giustizia. Neppure a se stesso. •
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